La canzone (bellissima se confrontata con quelle di molti altri concorrenti come ad esempio Marco Mengoni) del Principe Emanuele Filiberto ha scatenato la rabbia dei soliti imbecilli che vorrebbero addossargli presunti meriti e demeriti del bisnonno.

E’ la dimostrazione del livello di stupidità, ignoranza e invidia raggiunto da certe frange della nostra povera Nazione.

Ecco comunque la canzone ed il suo testo:

Io credo sempre nel futuro,
nella giustizia e nel lavoro,
nell’equilibrio che ci unisce,
intorno alla nostra famiglia.

Io credo nelle tradizioni, di un popolo
che non si arrende,
e soffro le preoccupazioni, di chi
possiede poco o niente.
Io credo nella mia cultura e nella mia religione,
per questo io non ho paura, di esprimere
la mia opinione.

Io sento battere più forte il cuore
di un’Italia sola,
che oggi più serenamente si specchia
in tutta la sua storia.
Si stasera sono qui, per dire al mondo
e a Dio, Italia amore mio
Io non mi stancherò, di dire al mondo
e a Dio, Italia amore mio.

Ricordo quando ero bambino,
viaggiavo con la fantasia,
chiudevo gli occhi e immaginavo,
di stringerla fra le mie braccia.
Tu non potevi ritornare pur non avendo
fatto niente
ma non ti sei mai paragonato a chi ha sofferto
veramente.

Si stasera sono qui, per dire al mondo
e a Dio, Italia amore mio.
Io non mi stancherò, di dire al mondo
e a Dio, Italia amore mio.

Io credo ancora nel rispetto,
nell’onesta di un ideale.
Nel sogno chiuso in un cassetto,
e in un paese più normale
si stasera sono qui, per dire al mondo
e a Dio, Italia amore mio.

Presepio

Buon Natale a tutti.

Adeste Fidelis (Venite, Adoremus…)

Mi vergogno e provo sinceramente ribrezzo a mettere sul mio blog la foto di questi due figuri.
Purtroppo però il loro comportamento prima e la loro reazione dopo l’attentato contro Berlusconi non sono tali da poter essere passati sotto silenzio.

Del primo, quello che manovrava centinaia di milioni racchiusi in scatole da scarpa e trovava normale ricevere regali dai suoi inquisiti, c’è ben poco da dire. Chiunque dotato di un minimo di intelligenza lo sa valutare per quel niente che vale.

Per la seconda qualsiasi commento sarebbe davvero uno spreco inutile di parole.
Voglio solo ricordare a chi ancora la considera cattolica che la signora è da tempo scomunicata. Vale infatti anche per lei la scomunica di Pio XII, mai ritirata, ribadita da Papa Giovanni XXIII nel 1959: essa infatti scomunica, oltre ai comunisti, anche tutte le persone, le organizzazioni e i partiti che, “…pur non professando princìpi contrari alla dottrina cattolica o anzi assumendo il nome cristiano, tuttavia nei fatti si associano ai comunisti e con il proprio comportamento li aiutano.”

Ancora due righe su Arch.
Molti mi chiedono, come la domanda al post precedente, quali siano i pregi e i difetti di questa distribuzione e se essa sia migliore o peggiore di altre.
Cercherò quindi di chiarire la situazione.
Premesso che il mondo Linux è bello perchè permette a ciascuno di usare ciò che più lo soddisfa, vediamo le particolarità di Arch che mi sono piaciute.

  • Innanzitutto il fatto che i programmi vengono proposti così come li hanno pensati gli sviluppaotri. Ciò sembra ovvio, ma non lo è. La maggior parte, se non la totalità delle distribuzioni mette pesantemente le mani sui vari pacchetti con lo scopo di pesonalizzarli o renderli più semplici. Lo fanno per andare incontro ai novizi, e a questi ultimi forse la cosa fa piacere. Non a me. E quindi questo è un punto a favore di Arch.
  • E’ una cosiddetta rolling release, vale a dire che si aggiorna giorno per giorno senza bisogno di una nuova reinstallazione o di un mega-aggiornamento periodico. Se tutto andasse per il verso giusto, basterebbe quindi installarla una sola volta nella propria vita e poi semplicemente tenerla aggiornata. Naturalmente è questione di gusti. Io preferisco le distribuzioni di questo tipo.
  • Ha un gestore di pacchetti, da riga di comando, semplicemente incredibile: pacman. Simile ad apt di Debian, secondo me lo supera. Ha inoltre una repository mantenuta dagli utenti, AUR, che ritengo utilissima e geniale. In altre parole è difficile non riuscire a trovare il pacchetto che ci interessa (come del resto in Debian) e, nel caso, è semplicissimo compilarlo.
  • Arch assomiglia ad un fai da te. Pur essendo possibile installarla come qualsiasi altra distribuzione, permette anche di costruirsela come meglio si desidera. Un po’ come Gentoo, ma senza i tempi biblici di compilazione di quest’ultima. La cosa può essere interessante per chi vuole approfondire il mondo Linux.
  • Ha un forum in italiano, il che non guasta.
  • Ultimo punto. E’ molto reattiva. Forse una delle distribuzioni più veloci. Il che non guasta

Queste sono alcune delle caratteristiche. Ma le domande sono: è difficile da installare e configurare? ed è sufficentemente stabile?

Alla prima domanda posso dare risposte contrastanti. Arch in sè non è semplice. L’installazione è simile a quella di Debian di alcuni anni fa. Esiste però la possibilità di installarla in maniera semplicissima (un click dopo l’altro) scegliendo Chakra, la nuova distribuzione basata appunto su Arch. Alla fine dell’installazione si avrà un’autentica Arch sul proprio computer, installata con la stessa semplicità di una qualsiasi Ubuntu. La prima schermata dell’installazione chiede addirittura se si vogliono i drivers open o quelli proprietari per la propria scheda grafica e, a seconda della risposta, installa quelli richiesti. Notevole.

La configurazione. In pratica avviene tramite un file, rc.conf, nella cartella /etc.
Nel mio caso ho semplicemente dovuto aggiungervi un pio di demoni (mysql e il demone di Turboprint) semplicemente scrivendone i nomi nella riga apposita. Ho dovuto poi aggiungere nella riga preposta il nome di un paio di moduli da caricare alla partenza per monitorare la temperatura. In altri casi è possibile che siano necessarie altre configurazioni. In fin dei conti Arch permette di costruirsi un sistema su misura e non offre soluzioni standard.
C’è da dire che oggi con i moderni gestori grafici (Gnome e KDE) si può fare quasi tutto tramite interfaccia grafica e difficilmente si capisce quale sia il sistema sottostante.

La stabilità. Resta un interrogativo. Con nessun altra distribuzione ho notato la stessa reattività di Arch nei riguardi di nuove versioni. Poche ore dopo l’annuncio, compare già il nuovo pacchetto da aggiornare e l’aggiornamento è quanto di più semplice si possa pensare. Tutto bene, quindi? Non lo so. E’ ovvio che se un nuovo pacchetto ha un errore potrebbe compromettere il sistema. Sinora non mi è successo, ma non so come i nuovi aggiornamenti vengano messi in linea e quindi non posso pronunciarmi. L’unica cosa che ho notato è che KDE-4.3.3 è molto più stabile di quanto non fosse KDE in Ubuntu, OpenSuse, Mandriva e Fedora (tutte testate nel mese scorso).

Conclusioni. La trovo una buona distribuzione. Diversa da quelle cui ero abituato e perciò particolarmente intrigante. Da consigliare ad un novizio? Forse no.
Oggi la maggior parte delle persone installa Linux pensando sia un Windows gratuito. L’unica cosa che vuole è che una volta installato sia il più semplice possibile. In questo senso preferisce Gnome perchè ha meno possibilità di configurazione di Kde. Se si pensa che comunque le varie configurazioni avvengono tutte in modo grafico, si capisce che un sistema che ha un file di configurazione testuale possa far paura.
D’altro canto la maggior parte di chi utilizza Windows non sa nemmeno che sia un sistema operativo installabile. Se lo ritrova nel PC e lo ritiene parte dello stesso. Se quindi gli si installa Arch (o Slack o qualsiasi altra distribuzione) la usa felice e contento senza nemmeno pensare che possano esserci differenze con altri sistemi.
Di più. Col passare del tempo anche un novizio inizia a imparare qualcosa di Linux. A questo punto avere Arch può essergli d’aiuto.

Da tempo ero stufo di Ubuntu e di tutti i suoi problemi e, anche se in effetti era presente solo come SO di emergenza sul secondo HD, cercavo spesso un sistema operativo con cui sostituirlo.

Come sistema principale usavo Sidux, quindi mi sono deciso di provare uno dopo l’altro Mandriva, OpenSuse e Fedora, ma tutti per un motivo o per l’altro non mi soddisfacevano completamente (e tra l’altro erano versioni in sviluppo e non ancora definitive).
Sembrava tutto stagnante in attesa dell’installazione definitiva probabile di OpenSuse, quando mi sono imbattuto per puro caso nel progetto Chakra che ha attirato la mia attenzione soprattutto per il suo nome.

Leggendo le poche notizie presenti sul loro sito, ho realizzato che si trattava di una versione particolare di ArchLinux, forse l’unico sistema operativo che ancora non avevo mai provato. Da qui la decisione di installarlo.

La sorpresa, inutile dirlo, è stata grande. A parte i primi momenti di incertezza visto che è completamente diverso dagli altri sistemi operativi, non appena presa un po’ di confidenza (ci sono voluti alcuni minuti e un paio di letture sul sito) mi è parso subito come un sistema davvero eccezionale.

Per farla breve, non solo Ubuntu è finito nella spazzatura, ma Chakra ha sostituito nel giro di una settimana anche Sidux nella partizione principale.
E ne sono entusiasta.
Provare per credere!

Nella letteratura Vedica, un posto di rilievo spetta certamenta al libro Ramayana di Maharishi Valmiki.
È una delle due grandi epiche che formano l’anima della nazione Indiana.
Il Ramayana proclama la grandezza di una vita d’azione basata sui principi di giustizia e di dovere.
Sprona tutti gli uomini a diventare incarnazioni del ‘Dharma’ (dovere), in quanto una vita senza Dharma non è degna di questo nome.
Narra della lotta tra Rama (incarnazione del Dharma) e Ravana (incarnazione dell’Adharma).
Il Ramayana è una guida completa alla piena realizzazione di Dio. È un libro che contiene l’essenza di tutti i Veda e di tutte le Scritture.
E, cosa che non guasta, è un libro avvincente e bellissimo da leggere.
Vi consiglio la versione curata da Swami Venkatesananda edita dalle ‘Edizioni Vidyananda’ (ISBN 88-86020-10-4).

Come molte Sacre Scritture, anche il Ramayana ha più chiavi di lettura. La prima, immediata, è quella del racconto storico. Vi si parla di una guerra, del suo svolgimento e della sua conclusione.
Ad una più attenta analisi si vede come le lotte descritte siano in realtà quelle che avvengono in ciascuno di noi: rappresentano l’eterna battaglia tra le forze del bene e quelle del male.
Letto in questo modo, vedendo cioè nel libro uno specchio nel quale si riflette il nostro cuore e la nostra mente, il Ramayana assume la qualità di ‘Guru’, di Maestro, e può condurci alla scoperta della Verità.

Qui comunque mi limito alla parte puramente descrittiva, quella che possiamo chiamare storica.
È interessante almeno per due motivi: gli archeologi cominciano a trovare riscontri concreti a quanto raccontato nel testo; il testo stesso racconta una guerra condotta con armi nucleari e oggetti volanti.
Ed è proprio su quest’ultima curiosità che voglio attirare la vostra attenzione.
Gli oggetti volanti descritti nel Ramayana, in realtà, compaiono in tutta la letteratura Vedica col nome di Vimana. E, anzi, esiste un volume che ne descrive la costruzione e che insegna come pilotarli.
(Vimana)

Dal Ramayana:
… Aksha saltò sul suo aereo, che era un velivolo eccezionale, ottenuto con molto impegno e sacrifici. Era placcato d’oro puro; aveva le torrette di pietre preziose; era azionato da otto propulsori, e poteva raggiungere la velocità della mente! …Era equipaggiato con otto torrette per lanciare missili, che puntavano nelle otto direzioni. …“.

Il Ramayana come detto descrive la guerra tra Rama e Ravana, re di Lanka (isola). Generalmente si è portati a identificare Lanka con l’odierno Sri Lanka.
È però molto improbabile che all’epoca dei fatti esistesse l’isola dello Sri Lanka e che quindi, lì, potesse essere identificato il regno di Ravana.
Molto più probabile si trattasse di un’isola nella valle dell’Indo, dove recentemente sono state scoperte città e rovine che trovano precisi riscontri nei Veda.
Sotto questa ottica si potrebbe identificare Lanka con l’attuale Mohenjo Daro (monte dei morti), un’antica città di circa 40.000 abitanti, improvvisamente abbandonata tra il 1.700 e il 2.500 a.C..
La città, sulla riva del fiume Indo, all’epoca di cui si parla era in realtà un’isola dello stesso e sorgeva sopra una collina. Aveva un altissimo livello di civilizzazione: la strada principale, larga sei metri, aveva sistemi di canali ai lati che servivano a ripulirla dalla polvere; erano previsti spazi per la raccolta dei rifiuti; i pavimenti delle case erano piastrellati e l’acqua corrente, sino al terzo piano, era assicurata da pozzi verticali; al centro si ergeva il granaio ed era dotata di una grande piscina pubblica.
Improvvisamente venne abbandonata dalla sua popolazione. Gli storici non riescono a darne una spiegazione accettabile, ma esistono indizi che la ricollegano al Ramayana.

Nella parte del poema chiamata “Uttara Kanda“, infatti, nel capitolo 23, è scritto:

Vedendo il loro esercito abbattuto in volo, i figli di Varuna, sopraffatti dalla pioggia di missili, tentarono di interrompere il combattimento. Stavano fuggendo sottoterra (3) quando videro Ravana sul suo Pushpaka Vimana. Cambiarono repentinamente rotta e si slanciarono verso il cielo con la loro flotta di macchine volanti. Una terribile lotta scoppiò nell’aria.”

Ravana rapisce Sita, figlia di Jawata re della città di Mithila e sposa di Rama, il quale dopo un’aspra battaglia ucciderà Ravana e libererà Sita. Nel capitolo 88 dell’Uttara Kanda si legge la reazione di Re Jawata:

Arderà Indra il reame di quel malvagio con una pioggia di polvere soverchiante. È giunta l’ora dello sterminio di quell’insano e dei suoi seguaci.

Quindi il dardo di Indra distrugge la roccaforte di Ravana. Ma il suo regno, posto fra i monti Vindhya e Saivala, gli odierni Aravalli e Sulaiman, corrisponde a Lanka, parola che significa isola, cioè Mohenjo Daro situata proprio su di un isola del fiume Indo.

Certamente considerazioni difficili da digerire, ma che sembra trovino conferma in alcuni fatti:

  1. Mohenjodaro, fiorente e popolosa città in riva all’Indo è “morta” improvvisamente in un’epoca imprecisata che gli archeologi hanno fissato entro limiti massimi del 1700-2500 a.C.
  2. Nelle sue strade, sono stati rinvenuti 44 scheletri, 43 dei quali risalenti al momento della fine della città. Il 44° è invece vecchio di pochi secoli fa e quindi non ci interessa.
  3. Le posizioni in cui sono stati trovati gli scheletri denunciano una morte improvvisa, ma senza segni di ferite d’arma bianca.
  4. Gli scheletri portano evidenti segni di calcinazione.
  5. La posizione in cui sono stati trovati , fa ritenere che le persone non si aspettassero di morire!
  6. Gli scheletri sono stati rinvenuti in una fascia semicircolare della città.
  7. Durante gli scavi sono state rinvenute pochissime armi.
  8. Sui ruderi della città sono state rilevate tracce di vasti incendi che hanno interessato soprattutto i piani più alti.
  9. Almeno uno dei pozzi della città è ancora attivo.
  10. I ruderi sono di altezze diverse. Collegandone le cime con una linea ideale si ottiene una retta che degrada verso il lato Sud-Sud-Ovest della città.
  11. Nel punto in cui questa retta ideale si congiunge al terreno, il suolo è ricpoerto , per una larga zona, di frammenti d’argilla fusi e vetrificati.
  12. Questi frammenti sono stati esposti, per un brevissimo periodo, ad un calore di migliaia di gradi.
  13. La maggioranza delle case sono state trovate prive delle suppellettili, come se la popolazione avesse EVACUATO la città…

Tutto lascerebbe quindi pensare ad una terrificante esplosione che abbia distrutto la città. L’arma usato era un’arma nucleare e ciò sarebbe dimostrato da molti ritrovamenti.
Innanzitutto alcuni manufatti carbonizzati che furono sottoposti per un brevissimo periodo ad una temperatura superiore ai 1.500 gradi centigradi (furono analizzati dal CNR italiano dai prof. Bruno Di Sabatino, Amleto Flamini e dal dott. Giampaolo Ciriaco) con conseguente vera e propria ebollizione delle pietre. Segue la radioattività riscontrata sugli scheletri trovati che sembrano essere stati proiettati al suolo da una forza immane e la radioattività, in misura ancora perisolosa, risontrata in tutta la città.
Tutto ciò è stato raccontato da Lord David William Davenport, un inglese profondo conoscitore dell’india e delle sue lingue, sanscrito compreso, in un libro intitolato ‘2000 a.C.: distruzione atomica’ (ed. Sugarco, Milano 1978) scritto insieme al giornalista Ettore Vincenti.

Siti e forum che trattano dell’argomento affollano la rete. Io mi limito a segnalarvene uno dove potete vedere anche alcune foto della città.

(Mohenjo-Daro: la Hiroshima dell’Antichità)

Spero con questo di avervi fatto venire la voglia del Ramayana, uno dei libri più belli della letteratura indiana.

da un articolo di Marie- Christine Sclifet
Antichità dell’astrologia vedica

Secondo gli Indiani, la loro astrologia data da più di 5.000 anni, mentre i loro scritti sacri, i Veda, sono ancora più antichi.

Se guardate la datazione dei Veda in una enciclopedia (anche Wikipedia) troverete che vengono fatti risalire al massimo al 1.200 a.C..

Cerchiamo di mettere un po’ d’ordine su queste date contrastanti.

La datazione ufficiale deriva dalle ricerche effettuate da Max Muller (1859), secondo il quale un popolo nomade proveniente dal Caucaso ha invaso l’India nel secondo millennio a.C. e vi ha lasciato i Veda. Questo popolo, dalla pelle chiara (ariano) è anche responsabile della disseminazione di lingue indoeuropee di cui faranno parte il Sanscrito, il Greco ed il Latino.
La datazione del più antico testo vedico, il Rig Veda, (1.200 a. C.) ha per origine la “teoria” dell’invasione ariana, inventata dal Muller, che la pone intorno al 1.500 a. C. per accordarla alla cronologia biblica. E’ sempre Muller che chiama gli invasori bianchi “ariani” e indica i residenti dalla pelle scura col nome di “Dravidiani”. In questo modo pensa di spiegare scientificamente il significato della “guerra tra le potenze della luce e quelle delle tenebre, indicata dagli antichi scritti vedici come un combattimento tra popoli dalla pelle chiara contro popoli dalla pelle scura.

Da un secolo e mezzo questa è la ‘verita’ assodata che viene insegnata in tutte le scuole occidentali e in molte scuole indiane.

Prima di addentrarci su una datazione precisa dei Veda vediamo di indicarne l’ordine della loro  composizione.
Eccolo:
Il Rig Veda è il più antico, seguito dal Sama Veda, seguito a sua volta dal Vajur Veda e dal Atharva Veda.
I Vedangas e gli Upa-Vedas sono stati composti dopo i Veda, così come l’epopea di Mahabbarata e di Ramayana, le Upanishads e i Puranas.
Secondo la cronologia indiana il Mahabbarata è del 3.100 a. C., il Ramayana del 4.300 a.C. e Manu del 6.776 a. C..
Per nostra fortuna i testi vedici contengono molte informazioni su avvenimenti astronomici, informazioni che debbono per forza esser state viste da chi le ha scritte.
Il rig Veda, ad esempio, descrive un eclisse ‘centrale’ solare avvenuta un unica volta in tutta la nostra storia e che è datata dagli astronomi il 26 luglio 3928 a. C.
Oltre ai dati astrologici che fanno risalire il Rig Veda ad almeno 3.900 anni prima di Cristo, vi sono poi tutta una serie di scoperte archeologiche avvenute nell’ultimo secolo.
Tali scoperte (oltre 1.000 siti archeologici) indicano senza ombra di dubbio l’esistenza di una civiltà Sindo-Sarasvati che ha conosciuto il suo massimo splendore nel 3 millennio a. C..
I reperti trovati mostrano una pianificazione urbana con vie ad angolo retto ed orientate secondo i punti cardinali, templi e case a più piani costruite in mattoni, magazzini, negozi, bagni privati e pubblici, oggetti di artigianato, ceramiche, maioliche, metalli e gioielli. Nonchè l’uso di unità standadizzate di misure e di peso.

Nella capitale, Harappa, indicata nei Veda, sono stati trovati scritti, in una lingua che viene indicata come la capostipite del Sanscrito, datati 4.500 anni prima di Cristo. Si è anche individuata con i sonar quella che potrebbe essere la città più antica del mondo (7.500 a. C.), che attualmente è coperta dal mare, e che è chiamata Cambay.

Nel Rig Veda si fa l’elogio di Sarasvati, un immenso fiume la cui larghezza in alcuni posti viene raggiunge secondo i sacri testi i 7 chilometri circa.
Dal momento che di questo fiume leggendario non v’era alcuna traccia, il Sarasvati fu considerato dalla scienza ufficiale per due secoli come una bella leggenda e di conseguenza i testi vedici furono visti come una raccolta di poesie, leggende e recite mistiche.
Recenti fotografie da satellite hanno però finalmente rivelato l’esistenza di un fiume secco, il Sarasvati, sulle cui rive si trovano un gran numero dei siti archeologici che hanno riportato alla luce le antiche città descritte dai Veda.
Da ciò si deduce che il fiume di cui parla il Rig Veda è sicuramente esistito, che la civilizzazione descritta dai Veda è esistita ed era, come descritto, sulle rive del fiume.
Il fiume stesso, nel corso di alcuni secoli si seccò. Scomparve completamente intorno al 1.900 a. C.. Ciò ha come conseguenza che il Rig Veda dovette per forza essere stato scritto in epoca precedente.

Sempre secondo la “teoria” ariana, gli Indiano hanno conosciuto i cavalli in seguito all’invasione del popolo dalla pelle bianca che li ha introdotti nel paese (secondo millennio a.C.).
Recentemente però sono stati ritrovati in India ossa di cavalli risalenti al 5.000 a. C..

In moltissimi siti archeologici sono inoltre stati rinvenuti altari costruiti secondo i precisi dettami vedici e statuette raffiguranti divinità vediche, svastiche e figure nella posizione tiipica dello Yoga. Tutti reperti databili in tempi precedenti il 3.000 a. C.

Altro punto che indica l’antichità dei Veda è l’astrologia, i cui principi base si ritrovano nell’Jyotisha Vedanta che sviluppa concetti contenuti nel Rig Veda..
A proposito di astrologia è interessante notare quanto scoperto dall’astronomo francese Jean-Sylvain-Bailly nel 18 secolo:
…i movimenti delle stelle calcolati dagli Indù da circa 4500 anni non variano di un solo minuto dalle tavole (moderne) di Cassini e di Meyer. Le tavole indiane danno la stessa variazione annua della Luna di quella scoperta da Tycho Brahe- una variazione sconosciuta alla scuola d’Alessandria ma anche dagli Arabi. …“.
I segni dello zodiaco, uguali a quelli che conosciamo oggi, appaiono già nel Rig Veda il che indica che lo zodiaco è vecchio almeno come i Veda ed era usato in India ben prima che in Babilonia (dove gli eruditi dicono sia nato).

Da tutto ciò, sia a livello di datazione astronomica dei testi, sia a livello dei loro contenuti, sia dai ritrovamenti archeologici di Harappa e dei suoi scritti si può con certezza affermare che l’astrologia vedica è vecchia di almeno 5.000 anni, mentre emerge chiaramente come la “teoria” dell’invasione ariana non regge e la “supposta” datazione dei Veda stabilita da Muller non è valida.

P.S.: Il Mahabbarata descrive una guerra e dà alune indicazioni astronomiche. Da queste non solo si può dedurre come all’epoca in cui fu scritto erano consciuti i pianeti Mercurio, Venere, Marte, Giove, Urano e Pluto, ma dalla posizione indicata per quest’ultimo si può risalire alla data della guerra stessa: il 5.561 a. C.! (http://www.hindunet.org/srh_home/1996_7/msg00126.html)

Alcuni links per approfondire:
The Indus Civilization
Harappa
Fishes
The indus script
Saturn and the tortoise
‘Earliest writing’ found (BBC News)
Dwarka (Mahabbarata)
The Lost City of Dvaraka
Indian civilisation ‘9,000 years old’ (BBC News)
Lost city ‘could rewrite history’ (BBC News)
Indus astronomy symbols
Proof of Vedic Culture’s Global Existence
The Myth of the Aryan Invasion of India

Natale  2008

Un immagine per il prossimo Natale che mi permette di parlare di LuxRender.

L’immagine infatti è stata fatta con Blender e poi esportata su LuxRender e da quest’ultimo rendirizzata.
Per chi ama il disegno 3D entrambi i programmi sono assolutamente da consigliare. Blender è ormai conosciuto ai più, mentre LuxRender sta nascendo ora (l’immagine è fatta con la versione in sviluppo), ma già adesso si dimostra come uno dei migliori motori di renderig.

Chi volesse provarlo lo trova a questo indirizzo:

LuxRender Home page

A tutti auguri di Buon Natale e felice Anno Nuovo.

Per la gioia degli imbecilli che lo seguono, pubblico l’articolo del Giornale ‘Di Pietro gioca a Monopoli: ha case in tutt’Italia‘ di Gian Marco Chiocci:

“Roma – Ma quante case ha l’onorevole Antonio Di Pietro? E con quali soldi le ha comprate? Prima di scoprirlo ci corre l’obbligo di ricordare come del suo conflitto di interessi in campo immobiliare si è già occupato, in parte, il gip di Roma che lo ha prosciolto nell’inchiesta sulla gestione allegra dei rimborsi elettorali. Restando in tema la procura capitolina ha però stigmatizzato l’operato di Tonino allorché vennero affrontate le accuse di un suo ex socio a proposito della società immobiliare Antocri (acronimo di Anna, Toto, Cristiano, i figli di Di Pietro) e delle presunte commistioni con i patrimoni dell’Italia dei Valori. Secondo l’ipotesi iniziale, Di Pietro avrebbe utilizzato i soldi del partito per acquistare appartamenti arrivandone ad affittare alcuni all’Idv, di cui era presidente. Un modo di fare penalmente irrilevante, secondo l’accusa.
Casa con lo sconto
Quel conflitto d’interessi torna ora d’attualità per gli approfondimenti operati dal mensile «la Voce delle voci» in contemporanea al reportage del Giornale. Si scopre così che il 16 marzo 2006, in quel di Bergamo, il padre-padrone dell’Idv si aggiudica alle buste, in condizioni burrascose e rocambolesche, un signor appartamento (vedi articolo sotto) a un prezzo scontatissimo dovuto alle cartolarizzazioni del patrimonio immobiliare dell’Inail. Roba da Svendopoli per vip. Lui non appare mai, fa tutto l’amministratore della sua società immobiliare Antocri (che però non agisce in questa veste), nonché compagno di Silvana Mura, deputata Idv, tesoriera del partito e socia dell’Associazione IdV. Visti i precedenti, le confusioni di ruoli, le ambiguità fra «movimento» e «associazione», le locazioni degli immobili di proprietà di Di Pietro al partito dello stesso Di Pietro (gli appartamenti di cui parleremo dopo in via Casati a Milano e in via Principe Eugenio a Roma) non è stata una sorpresa scoprire che anche su quest’ultimo immobile qualcosa non quadra: l’ha comprato Di Pietro, attraverso il convivente della Mura, la quale ha intestate le utenze di casa che corrispondono perfettamente a quelle un tempo in uso all’ex sede della tesoreria nazionale di via Taramelli 28.
Posto che l’ex pm di Mani Pulite nega di aver mai usato un euro del partito per reinvestirlo nell’acquisto di un appartamento a suo nome, posto che la società An.to.cri è nata con un capitale sociale assai modesto (appena 50mila euro), posto ancora che nel 2005 Di Pietro ha dichiarato un imponibile di 175mila euro e nel 2006 di 189mila, l’interrogativo sulla provenienza dei capitali per l’acquisto degli appartamenti, è dovuto per una personalità pubblica del suo calibro. Specie se ci si sofferma a sbirciare nel patrimonio immobiliare di quest’uomo che anche quando indossava la toga, non sembrava contenersi nello shopping edilizio: una villa con giardino a Curno, e di lì a poco, nel 1994, una nuova villetta, attaccata alla precedente, di otto vani. L’anno appresso Di Pietro compra un’abitazione da 300 metri quadri a Busto Arsizio, che gira prontamente al partito dopo aver acceso un mutuo agevolato per l’80 per cento del totale. Tempo qualche annetto e, una volta eletto al Parlamento europeo, fa il bis con un bilocale nel centro di Bruxelles: quanto l’abbia pagato non è noto. Arriviamo così al 2002 allorché l’ex ministro delle Infrastrutture si accasa in un elegante quarto piano in via Merulana, a Roma: altri otto vani, per un totale di 180 metri quadrati, pagato intorno ai 650mila euro grazie anche a un mutuo di 400mila euro acceso con la Bnl. L’anno dopo, nella natia Montenero di Bisaccia, Di Pietro cede al figlio Cristiano un attico di 173 metri quadrati: «Sei vani e mezzo poi ampliati a otto e a 186 metri quadrati (più 16 di garage) – analizza la Voce – grazie al condono edilizio del 2003. La spesa sostenuta è all’incirca di 300mila euro».
Gli alloggi per i figli
Non passano due mesi e alla fine di marzo, l’ex pm compra a Bergamo un bel quarto piano, per i figli Anna e Toto: 190 metri quadri in un signorile palazzetto liberty in via dei Partigiani. Lo stesso giorno, con lo stesso notaio, la moglie di Tonino fa suo un appartamento di 48 metri quadrati, sempre al quarto piano, oltre a due cantine e a un garage: si parla di una cifra oscillante intorno agli 800mila euro, ma non c’è conferma nemmeno su chi abbia provveduto all’esborso e in quale misura. Il 2004 è alle porte, e il nuovo appartamento di 190 metri quadri acquistato per 620mila euro in via Felice Casati a Milano – come da rogito stipulato in aprile – Di Pietro lo intesta alla Srl Antocri. Poi per un milione e 50mila euro la medesima società immobiliare fa suoi dieci vani (190 metri quadri) in via Principe Eugenio a Roma, dove – stando al bilancio 2005 dell’Idv – trasloca la sede nazionale di rappresentanza politica del partito, fino al giorno prima ubicata in via dei Prefetti 17». Per i due locali Tonino si rivolge alla Bnl e si carica due mutui sulle spalle: 276mila euro da saldare entro il 2015 per la casa milanese, 385mila per quella romana (scadenza 2019). Le pesanti rate Di Pietro inizialmente le ricaverà (salvo poi ripensarci quando scoppia lo scandalo) dal pagamento dei canoni d’affitto versati all’Antocri da un inquilino eccellente: la sua Italia dei Valori.
Mattone a Bergamo
Non è finita. Alla vigilia di Natale del 2005, Susanna Mazzoleni, moglie di Di Pietro e madre dei tre figli, compra un piccolo appartamento in via del Pradello a Bergamo. Poche ore dopo acquista anche un ufficio di quattro vani nella stessa palazzina. Spesa approssimativa? Tra i 400 e 500mila euro. L’anno successivo, come detto, Tonino compra all’asta con offerte segrete la casa di via Locatelli, sempre nella città orobica. Mentre l’anno dopo ancora, per una spesa-lavori consistente (decine, se non centinaia, di migliaia di euro) inizia a ristrutturare la masseria di famiglia in quella Montenero di Bisaccia dove l’ex ministro delle Infrastrutture, a dar retta al «catasto dei terreni» possiede 33 «frazionamenti» pari a 16 ettari di proprietà, in parte ereditati, in altra parte acquistati da parenti e familiari. Secondo la Voce (ma ancora non c’è traccia nelle visure camerali) Di Pietro avrebbe acquistato anche un altro appartamento per la figlia, 60 metri in piazza Dergano a Milano.
La società bulgara
Di Pietro in aula ha spiegato d’essersi dato al mattone dopo aver venduto l’ufficio di Busto Arsizio (a 400mila euro, 100mila li ha dovuti restituire alla banca per il mutuo) e con il ricavato ha acquistato gli appartamenti affittati all’IdV: quello di via Felice Casati a Milano – acquistato dalla Iniziative Immobiliari di Gavirano, Gruppo Pirelli Re – e l’altro, in via Principe Eugenio a Roma (alienato nel 2007). Ha detto che se tornasse indietro non rifarebbe quello che ha fatto, anche se la sua passione per gli affari immobiliari ha travalicato i confini nazionali: Tonino possiede infatti il 50% della Suko, una srl bulgara con sede a Varna. A fronte di quattro milioni di euro spesi per comperare immobili fra il 2002 e il 2008, l’ex pm ha incassato dalle vendite all’incirca un milione di euro, scremati dalle rimanenze calcolate per i mutui. Niente di penalmente rilevante, come dicono gli ex colleghi di Tonino.

Ma i conti non tornano.”