veda


Nella letteratura Vedica, un posto di rilievo spetta certamenta al libro Ramayana di Maharishi Valmiki.
È una delle due grandi epiche che formano l’anima della nazione Indiana.
Il Ramayana proclama la grandezza di una vita d’azione basata sui principi di giustizia e di dovere.
Sprona tutti gli uomini a diventare incarnazioni del ‘Dharma’ (dovere), in quanto una vita senza Dharma non è degna di questo nome.
Narra della lotta tra Rama (incarnazione del Dharma) e Ravana (incarnazione dell’Adharma).
Il Ramayana è una guida completa alla piena realizzazione di Dio. È un libro che contiene l’essenza di tutti i Veda e di tutte le Scritture.
E, cosa che non guasta, è un libro avvincente e bellissimo da leggere.
Vi consiglio la versione curata da Swami Venkatesananda edita dalle ‘Edizioni Vidyananda’ (ISBN 88-86020-10-4).

Come molte Sacre Scritture, anche il Ramayana ha più chiavi di lettura. La prima, immediata, è quella del racconto storico. Vi si parla di una guerra, del suo svolgimento e della sua conclusione.
Ad una più attenta analisi si vede come le lotte descritte siano in realtà quelle che avvengono in ciascuno di noi: rappresentano l’eterna battaglia tra le forze del bene e quelle del male.
Letto in questo modo, vedendo cioè nel libro uno specchio nel quale si riflette il nostro cuore e la nostra mente, il Ramayana assume la qualità di ‘Guru’, di Maestro, e può condurci alla scoperta della Verità.

Qui comunque mi limito alla parte puramente descrittiva, quella che possiamo chiamare storica.
È interessante almeno per due motivi: gli archeologi cominciano a trovare riscontri concreti a quanto raccontato nel testo; il testo stesso racconta una guerra condotta con armi nucleari e oggetti volanti.
Ed è proprio su quest’ultima curiosità che voglio attirare la vostra attenzione.
Gli oggetti volanti descritti nel Ramayana, in realtà, compaiono in tutta la letteratura Vedica col nome di Vimana. E, anzi, esiste un volume che ne descrive la costruzione e che insegna come pilotarli.
(Vimana)

Dal Ramayana:
… Aksha saltò sul suo aereo, che era un velivolo eccezionale, ottenuto con molto impegno e sacrifici. Era placcato d’oro puro; aveva le torrette di pietre preziose; era azionato da otto propulsori, e poteva raggiungere la velocità della mente! …Era equipaggiato con otto torrette per lanciare missili, che puntavano nelle otto direzioni. …“.

Il Ramayana come detto descrive la guerra tra Rama e Ravana, re di Lanka (isola). Generalmente si è portati a identificare Lanka con l’odierno Sri Lanka.
È però molto improbabile che all’epoca dei fatti esistesse l’isola dello Sri Lanka e che quindi, lì, potesse essere identificato il regno di Ravana.
Molto più probabile si trattasse di un’isola nella valle dell’Indo, dove recentemente sono state scoperte città e rovine che trovano precisi riscontri nei Veda.
Sotto questa ottica si potrebbe identificare Lanka con l’attuale Mohenjo Daro (monte dei morti), un’antica città di circa 40.000 abitanti, improvvisamente abbandonata tra il 1.700 e il 2.500 a.C..
La città, sulla riva del fiume Indo, all’epoca di cui si parla era in realtà un’isola dello stesso e sorgeva sopra una collina. Aveva un altissimo livello di civilizzazione: la strada principale, larga sei metri, aveva sistemi di canali ai lati che servivano a ripulirla dalla polvere; erano previsti spazi per la raccolta dei rifiuti; i pavimenti delle case erano piastrellati e l’acqua corrente, sino al terzo piano, era assicurata da pozzi verticali; al centro si ergeva il granaio ed era dotata di una grande piscina pubblica.
Improvvisamente venne abbandonata dalla sua popolazione. Gli storici non riescono a darne una spiegazione accettabile, ma esistono indizi che la ricollegano al Ramayana.

Nella parte del poema chiamata “Uttara Kanda“, infatti, nel capitolo 23, è scritto:

Vedendo il loro esercito abbattuto in volo, i figli di Varuna, sopraffatti dalla pioggia di missili, tentarono di interrompere il combattimento. Stavano fuggendo sottoterra (3) quando videro Ravana sul suo Pushpaka Vimana. Cambiarono repentinamente rotta e si slanciarono verso il cielo con la loro flotta di macchine volanti. Una terribile lotta scoppiò nell’aria.”

Ravana rapisce Sita, figlia di Jawata re della città di Mithila e sposa di Rama, il quale dopo un’aspra battaglia ucciderà Ravana e libererà Sita. Nel capitolo 88 dell’Uttara Kanda si legge la reazione di Re Jawata:

Arderà Indra il reame di quel malvagio con una pioggia di polvere soverchiante. È giunta l’ora dello sterminio di quell’insano e dei suoi seguaci.

Quindi il dardo di Indra distrugge la roccaforte di Ravana. Ma il suo regno, posto fra i monti Vindhya e Saivala, gli odierni Aravalli e Sulaiman, corrisponde a Lanka, parola che significa isola, cioè Mohenjo Daro situata proprio su di un isola del fiume Indo.

Certamente considerazioni difficili da digerire, ma che sembra trovino conferma in alcuni fatti:

  1. Mohenjodaro, fiorente e popolosa città in riva all’Indo è “morta” improvvisamente in un’epoca imprecisata che gli archeologi hanno fissato entro limiti massimi del 1700-2500 a.C.
  2. Nelle sue strade, sono stati rinvenuti 44 scheletri, 43 dei quali risalenti al momento della fine della città. Il 44° è invece vecchio di pochi secoli fa e quindi non ci interessa.
  3. Le posizioni in cui sono stati trovati gli scheletri denunciano una morte improvvisa, ma senza segni di ferite d’arma bianca.
  4. Gli scheletri portano evidenti segni di calcinazione.
  5. La posizione in cui sono stati trovati , fa ritenere che le persone non si aspettassero di morire!
  6. Gli scheletri sono stati rinvenuti in una fascia semicircolare della città.
  7. Durante gli scavi sono state rinvenute pochissime armi.
  8. Sui ruderi della città sono state rilevate tracce di vasti incendi che hanno interessato soprattutto i piani più alti.
  9. Almeno uno dei pozzi della città è ancora attivo.
  10. I ruderi sono di altezze diverse. Collegandone le cime con una linea ideale si ottiene una retta che degrada verso il lato Sud-Sud-Ovest della città.
  11. Nel punto in cui questa retta ideale si congiunge al terreno, il suolo è ricpoerto , per una larga zona, di frammenti d’argilla fusi e vetrificati.
  12. Questi frammenti sono stati esposti, per un brevissimo periodo, ad un calore di migliaia di gradi.
  13. La maggioranza delle case sono state trovate prive delle suppellettili, come se la popolazione avesse EVACUATO la città…

Tutto lascerebbe quindi pensare ad una terrificante esplosione che abbia distrutto la città. L’arma usato era un’arma nucleare e ciò sarebbe dimostrato da molti ritrovamenti.
Innanzitutto alcuni manufatti carbonizzati che furono sottoposti per un brevissimo periodo ad una temperatura superiore ai 1.500 gradi centigradi (furono analizzati dal CNR italiano dai prof. Bruno Di Sabatino, Amleto Flamini e dal dott. Giampaolo Ciriaco) con conseguente vera e propria ebollizione delle pietre. Segue la radioattività riscontrata sugli scheletri trovati che sembrano essere stati proiettati al suolo da una forza immane e la radioattività, in misura ancora perisolosa, risontrata in tutta la città.
Tutto ciò è stato raccontato da Lord David William Davenport, un inglese profondo conoscitore dell’india e delle sue lingue, sanscrito compreso, in un libro intitolato ‘2000 a.C.: distruzione atomica’ (ed. Sugarco, Milano 1978) scritto insieme al giornalista Ettore Vincenti.

Siti e forum che trattano dell’argomento affollano la rete. Io mi limito a segnalarvene uno dove potete vedere anche alcune foto della città.

(Mohenjo-Daro: la Hiroshima dell’Antichità)

Spero con questo di avervi fatto venire la voglia del Ramayana, uno dei libri più belli della letteratura indiana.

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da un articolo di Marie- Christine Sclifet
Antichità dell’astrologia vedica

Secondo gli Indiani, la loro astrologia data da più di 5.000 anni, mentre i loro scritti sacri, i Veda, sono ancora più antichi.

Se guardate la datazione dei Veda in una enciclopedia (anche Wikipedia) troverete che vengono fatti risalire al massimo al 1.200 a.C..

Cerchiamo di mettere un po’ d’ordine su queste date contrastanti.

La datazione ufficiale deriva dalle ricerche effettuate da Max Muller (1859), secondo il quale un popolo nomade proveniente dal Caucaso ha invaso l’India nel secondo millennio a.C. e vi ha lasciato i Veda. Questo popolo, dalla pelle chiara (ariano) è anche responsabile della disseminazione di lingue indoeuropee di cui faranno parte il Sanscrito, il Greco ed il Latino.
La datazione del più antico testo vedico, il Rig Veda, (1.200 a. C.) ha per origine la “teoria” dell’invasione ariana, inventata dal Muller, che la pone intorno al 1.500 a. C. per accordarla alla cronologia biblica. E’ sempre Muller che chiama gli invasori bianchi “ariani” e indica i residenti dalla pelle scura col nome di “Dravidiani”. In questo modo pensa di spiegare scientificamente il significato della “guerra tra le potenze della luce e quelle delle tenebre, indicata dagli antichi scritti vedici come un combattimento tra popoli dalla pelle chiara contro popoli dalla pelle scura.

Da un secolo e mezzo questa è la ‘verita’ assodata che viene insegnata in tutte le scuole occidentali e in molte scuole indiane.

Prima di addentrarci su una datazione precisa dei Veda vediamo di indicarne l’ordine della loro  composizione.
Eccolo:
Il Rig Veda è il più antico, seguito dal Sama Veda, seguito a sua volta dal Vajur Veda e dal Atharva Veda.
I Vedangas e gli Upa-Vedas sono stati composti dopo i Veda, così come l’epopea di Mahabbarata e di Ramayana, le Upanishads e i Puranas.
Secondo la cronologia indiana il Mahabbarata è del 3.100 a. C., il Ramayana del 4.300 a.C. e Manu del 6.776 a. C..
Per nostra fortuna i testi vedici contengono molte informazioni su avvenimenti astronomici, informazioni che debbono per forza esser state viste da chi le ha scritte.
Il rig Veda, ad esempio, descrive un eclisse ‘centrale’ solare avvenuta un unica volta in tutta la nostra storia e che è datata dagli astronomi il 26 luglio 3928 a. C.
Oltre ai dati astrologici che fanno risalire il Rig Veda ad almeno 3.900 anni prima di Cristo, vi sono poi tutta una serie di scoperte archeologiche avvenute nell’ultimo secolo.
Tali scoperte (oltre 1.000 siti archeologici) indicano senza ombra di dubbio l’esistenza di una civiltà Sindo-Sarasvati che ha conosciuto il suo massimo splendore nel 3 millennio a. C..
I reperti trovati mostrano una pianificazione urbana con vie ad angolo retto ed orientate secondo i punti cardinali, templi e case a più piani costruite in mattoni, magazzini, negozi, bagni privati e pubblici, oggetti di artigianato, ceramiche, maioliche, metalli e gioielli. Nonchè l’uso di unità standadizzate di misure e di peso.

Nella capitale, Harappa, indicata nei Veda, sono stati trovati scritti, in una lingua che viene indicata come la capostipite del Sanscrito, datati 4.500 anni prima di Cristo. Si è anche individuata con i sonar quella che potrebbe essere la città più antica del mondo (7.500 a. C.), che attualmente è coperta dal mare, e che è chiamata Cambay.

Nel Rig Veda si fa l’elogio di Sarasvati, un immenso fiume la cui larghezza in alcuni posti viene raggiunge secondo i sacri testi i 7 chilometri circa.
Dal momento che di questo fiume leggendario non v’era alcuna traccia, il Sarasvati fu considerato dalla scienza ufficiale per due secoli come una bella leggenda e di conseguenza i testi vedici furono visti come una raccolta di poesie, leggende e recite mistiche.
Recenti fotografie da satellite hanno però finalmente rivelato l’esistenza di un fiume secco, il Sarasvati, sulle cui rive si trovano un gran numero dei siti archeologici che hanno riportato alla luce le antiche città descritte dai Veda.
Da ciò si deduce che il fiume di cui parla il Rig Veda è sicuramente esistito, che la civilizzazione descritta dai Veda è esistita ed era, come descritto, sulle rive del fiume.
Il fiume stesso, nel corso di alcuni secoli si seccò. Scomparve completamente intorno al 1.900 a. C.. Ciò ha come conseguenza che il Rig Veda dovette per forza essere stato scritto in epoca precedente.

Sempre secondo la “teoria” ariana, gli Indiano hanno conosciuto i cavalli in seguito all’invasione del popolo dalla pelle bianca che li ha introdotti nel paese (secondo millennio a.C.).
Recentemente però sono stati ritrovati in India ossa di cavalli risalenti al 5.000 a. C..

In moltissimi siti archeologici sono inoltre stati rinvenuti altari costruiti secondo i precisi dettami vedici e statuette raffiguranti divinità vediche, svastiche e figure nella posizione tiipica dello Yoga. Tutti reperti databili in tempi precedenti il 3.000 a. C.

Altro punto che indica l’antichità dei Veda è l’astrologia, i cui principi base si ritrovano nell’Jyotisha Vedanta che sviluppa concetti contenuti nel Rig Veda..
A proposito di astrologia è interessante notare quanto scoperto dall’astronomo francese Jean-Sylvain-Bailly nel 18 secolo:
…i movimenti delle stelle calcolati dagli Indù da circa 4500 anni non variano di un solo minuto dalle tavole (moderne) di Cassini e di Meyer. Le tavole indiane danno la stessa variazione annua della Luna di quella scoperta da Tycho Brahe- una variazione sconosciuta alla scuola d’Alessandria ma anche dagli Arabi. …“.
I segni dello zodiaco, uguali a quelli che conosciamo oggi, appaiono già nel Rig Veda il che indica che lo zodiaco è vecchio almeno come i Veda ed era usato in India ben prima che in Babilonia (dove gli eruditi dicono sia nato).

Da tutto ciò, sia a livello di datazione astronomica dei testi, sia a livello dei loro contenuti, sia dai ritrovamenti archeologici di Harappa e dei suoi scritti si può con certezza affermare che l’astrologia vedica è vecchia di almeno 5.000 anni, mentre emerge chiaramente come la “teoria” dell’invasione ariana non regge e la “supposta” datazione dei Veda stabilita da Muller non è valida.

P.S.: Il Mahabbarata descrive una guerra e dà alune indicazioni astronomiche. Da queste non solo si può dedurre come all’epoca in cui fu scritto erano consciuti i pianeti Mercurio, Venere, Marte, Giove, Urano e Pluto, ma dalla posizione indicata per quest’ultimo si può risalire alla data della guerra stessa: il 5.561 a. C.! (http://www.hindunet.org/srh_home/1996_7/msg00126.html)

Alcuni links per approfondire:
The Indus Civilization
Harappa
Fishes
The indus script
Saturn and the tortoise
‘Earliest writing’ found (BBC News)
Dwarka (Mahabbarata)
The Lost City of Dvaraka
Indian civilisation ‘9,000 years old’ (BBC News)
Lost city ‘could rewrite history’ (BBC News)
Indus astronomy symbols
Proof of Vedic Culture’s Global Existence
The Myth of the Aryan Invasion of India


On Shanti, Shanti, Shanti

OM. Quello è il Tutto. Questo è il Tutto. Da Tutto sorge il Tutto.
Se dal Tutto è preso il Tutto, solo il Tutto rimane.
(Ishavasyopanishad e Brihadaranyakopanishad)

Om. Pace, Pace,Pace

Lo studio delle lingue è sempre affascinante ed è un ottimo esercizio per il cervello.
Ma perchè imparare proprio il Sanscrito?

Le ragioni sono molteplici. Qui cercherò di darvene qualcuna.

  1. Il Sanscrito è la più antica lingua al mondo. Ma rispetto ad altre lingue antiche, come il greco o il latino), il sanscrito è l’unica lingua antica al mondo che ha mantenuto la sua struttura e il suo vocabolario originale sino ai giorni nostri.
    La più antica letteratura del mondo, i Veda, i Purana e gli Itiasa sono oggi disponibili nella stessa, identica forma in cui sono stati scritti.
  2. Il Sanscrito è tutt’oggi una linga parlata. E non mi riferisco solo ai Bramini e agli eruditi indiani. Esistono trasmissioni televisive e radiofoniche in Sanscrito. Ed il suo uso quotidiano è in costante crescita.
  3. La grammatica del Sanscrito è particolarmente precisa e definita. Uno studio comparato delle diverse lingue ha portato la NASA a definire il Sanscrito come la migliore lingua in assoluto per l’uso con il computer.
  4. Il vocabolario del Sanscrito deriva da sillabe-radici. Questo lo rende estremamente adatto per aggiornarlo con parole e termini scientifici che descrivono le attuali nostre conoscenze. E queste nuove parole risultano comprensibili a chiunque comprenda il Sanscrito.
  5. Nei versi della imponente letteratura Vedica sono nascosti principi scientifici, conoscenze astrologiche, astronomiche e matematiche difficilmente visibili in una traduzione. La lettura dei testi in Sanscrito permette invece di scoprire facilmente tutta questa ricchezza.
  6. Il Sanscrito è l’unico linguaggio conosciuto che ha in sè stesso la sua grammatica, lo schema di pronuncia e le regole per la formazione di nuove parole.
  7. La ricchezza di sfumature del Sanscrito è incredibile. Ha la capacità di tradurre veramente qualsiasi concetto in parole.
  8. E’ la lingua del cuore. Qualsiasi sia il vostro stato d’animo o la vostra emozione, il Sanscrito vi offre le opportune parole per farla comprendere agli altri.
  9. Il Sanscrito è contemporaneo ai Veda. E i Veda non possono essere studiati senza i 6 Vedangas.
    I primi tre trattano della lingua parlata. Per la precisione il primo tratta della pronuncia delle lettere e degli aksharas.
    Il secondo tratta di come comporre le parole.
    Il terzo classifica i suoni radice. In questa classificazione rientrano i sinonimi (ad esempio vengono indicati circa 120 sinonimi per la parole acqua, ognuno ovviamente con una leggerissima differnza dagli altri).
    Il quarto si occupa della metrica (vi sono circa due dozzine di metriche vediche e un’infinità di altre metriche).
    Gli ultimi due si occupano dello spazio e del tempo.
  10. Il Sanscrito ha 51 lettere o aksharas. Nelle altre lingue ci riferiamo alle lettere come alfabeto. Al contrario, nel Sanscrito, le lettere e gli aksharas hanno un significato fondamentale. Il suono delle singole lettere ed il loro significato viene mantenuto nella parola da esse formata. La pronuncia della parole è essenzialmente la pronuncia dei singoli aksharas contenuti nella parola stessa. Ciò lo rende adattissimo al ‘text-to-speech‘ computerizzato.
    Il secondo aspetto di ‘non distruzione‘ consiste nel fatto che gli aksharas mantengono nella parola che formano il loro significato. Per fare un esempio consideriamo la parola ‘guru‘. E’ formata dai due akshara ‘gu‘ e ‘ru‘ e indica un maestro che dissipa l’oscurità (ignoranza). L’akshara ‘gu‘ significa oscurità, mentre l’akshara ‘ru‘ significa l’atto di rimuovere.
  11. La conoscenza del Sanscrito dà la gioia di poter leggre nella loro lingua originale le grandi epiche indiane. Ad esempio il Ramayana con i suoi 24.000 versi o il Mahabharata che con i suoi 100.000 versi è il romanzo epico più lungo (e più grande) al mondo.

Ma come fare ad impararlo?
E, soprattutto, a quali difficoltà va incontro chi volesse provarci?

La seconda domanda ha una risposta fortunatamente positiva. Il Sanskrito non è così difficile come normalmente si è portati a credere. Anzi. Richiede certamente un piccolo sforzo e un po’ di memoria, ma chiunque, in poco tempo, può arrivare a padroneggiarlo abbastanza da poter sostenere una normale conversazione.

Resta da vedere come si possa iniziare.

Anche questo problema è facilmente risolvibile.
In rete vi sono parecchi siti che si occupano di ciò.
Uno dei più semplici è all’indirizzo in fondo pagina.
In questo sito vengono date 12 lezioni con moltissimi files mp3 per la pronuncia e diversi esercizi per vedere lo stato di apprendimento.
Le singole lezioni sono davvero ben fatte e portano, in poco tempo, ad impadronirsi delle fondamenta del linguaggio.
La buona volontà e la lettura faranno poi il resto.

Learn Sanskrit through self study

Come si scrivono gli aksharas

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Fermati un attimo e chiudi gli occhi per qualche istante.
Adesso rispondi alla domanda: finchè avevi gli occhi chiusi, il mondo ha continuato ad esistere anche se non ne eri consapevole? Come lo sai?

Adesso immagina per un momento l’intera storia dell’Universo. Secondo gli scienziati esso si è formato grazie ad un’esplosione avvenuta circa 15 miliardi di anni fa.
Ora immagina la storia della terra. Una nuvola infuocata di cenere emerge da quella primordiale palla di fuoco, si condensa lentamente, si stabilizza intorno al sole e produce dopo miliardi di anni un’atmosfera e una biosfera capaci non solo di creare la vita, ma anche di sostenerla e moltiplicarla.

Adesso immagina che nessuno dei fatto citati che hanno portato alla nascita della vita sulla terra sia mai avvenuto. Che tutta la storia accennata qui sopra sia esistita solo come potenziale astratto, un sogno cosmico fra mille altri sogni.
E solo quando in quel sogno è apparso il primo essere cosnscio, il sogno stesso è diventato realtà.
In altre parole solo nell’istante in cui è iniziata la prima osservazione conscia l’intero universo, inclusa tutta la storia che ha portato a quel momento, è venuto improvvisamente alla luce. Sino a quel giorno niente era realmente successo. In qull’istante si sono concretizzati gli avvenimenti di quindici miliardi di anni.

Fantascienza?

Non proprio. Più la fisica quantica progredisce e più aumentano gli indizi che tutto ciò possa essere vero. Il numero di scienziati che iniziano ricerche in tal senso sta aumentando esponenzialmente.
Oggi parlo di Amit Goswami, un fisico nucleare nato in India che ha insegnato in America.

Secondo Goswami, infatti, la fisica quantica, così come molte altre scienze moderne, sta dimostrando che l’unità essenziale di tutta la realtà è un fatto sperimentalmente verificabile. Ciò ha implicazioni profonde.
Tra l’altro mette in discussione il paradigma materialista che ha dominato il mondo per più di duecento anni e che, ancora oggi, è difeso a spada tratta dalla maggioranza degli scienziati.

Si rifà ai risultati degli esperimenti di laboratorio, in particolare all’esperimento di Alain Aspect che nel 1982 dimostrò definitivamente la verità delle nozioni spirituali, in particolare qualla della trascendenza. Vale a dire che gli oggetti hanno reali connessioni al di là dello spazio e del tempo.

Questo fatto, fuori discussione nella fisica quantica, interessa però anche la fisica di tutti gli oggetti. La ragione, secondo Goswami, risiede nel fatto che la fisica quantica è l’unica fisica che descrive tutta la realtà, micro- e macroscopica. E tutti i cosiddetti ‘paradossi’ della fisica quantica si risolvono automaticamente accettando la consapevolezza come il fondamento dell’essere.
Il mondo reale pertanto è creato dalla consapevolezza. Il concetto, che a prima vista sembra assurdo, in realtà deriva dalla fisica quantica.

Newton ci ha insegnato che gli oggetti sono entità definite, visibili in ogni istante e in movimento lungo traiettorie definite.
La fisica quantica non dipinge affatto gli oggetti in questo modo. Nella fisica quantica gli oggetti sono visti come potenzialità, onde di possibilità.
Quindi sorge la domanda: cosa trasforma la possibilità in attualità? Infatti, quando vediamo, vediamo solo eventi in atto. Essi cominciano con noi. Quando vedi una sedia, vedi una sedia in atto, non in potenza.

Ebbene, questo si chiama il “paradosso della misurazione quantica”. È un paradosso, perché chi siamo noi per operare questa trasformazione? Dopo tutto, nel paradigma materialista, non abbiamo alcun potere causale. Non siamo altro che il cervello, composto di atomi e particelle elementari. Quindi, come fa un cervello composto di atomi e particelle elementari a tramutare un’onda potenziale, se lui stesso è un’onda potenziale? Lui stesso è composto delle onde potenziali degli atomi e delle particelle elementari, quindi non può trasformare la propria onda potenziale in qualcosa di attuale. Questo viene definito un paradosso. Ora, nella nuova concezione, la consapevolezza è il fondamento dell’essere.

Quindi, chi converte ciò che è potenziale in attuale?

La consapevolezza, perché essa non ubbidisce alla fisica quantica. La consapevolezza non è fatta di materia; è trascendente.

Il mondo materiale della fisica quantica è solo una possibilità.

È la consapevolezza, grazie alla conversione della possibilità in attualità, a creare ciò che vediamo manifesto.

In altre parole, la consapevolezza crea il mondo manifesto.

Intervista completa.


* * *

Amit Goswami, laureato in fisica nucleare teorica a Calcutta nel 1964, è stato professore di fisica all’Università dell’Oregon sino al 1968.
É autore di numerosi libri.
Amit Goswami,

Video (in inglese) di Goswami su YouTube
parte I

parte II

parte III

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Un proverbio cinese avverte, “Se non cambiamo direzione, è probabile che finiremo esattamente dove siamo diretti.”

Oggi mi sono imbattuto in Ervin Laszlo che insegna come cambiare direzione, pertanto vi ripropongo il suo pensiero.

Tra gli scienziati che si stanno impegnando per diffondere una nuova coscenza del cosmo vi è Ervin Laszlo, musicista, scienziato e filosofo.
E’ il fondatore del ‘club di Budapest’ a cui tra gli altri aderiscono premi Nobel, artisti e personaggi come il Dalai Lama, Yehudi Menuhin, Desmond Tutu, Vaclav Havel, Michail Gorbachev, Peter Ustinov, Peter Gabriel e molti altri.

L’approccio di Laszlo unisce concetti fisici e spirituali della realtà. E’ convinto dell’esistenza di una consapevolezza universale che unisce tutti gli esseri, animati e non, dell’universo. L’universo è un insieme dinamico, secondo Laszlo, che genera non solo materia/energia, ma soprattutto informazione. La materia/energia, anzi, è generata dall’informazione.

Il suo pensiero segue le tendenze della fisica moderna. Come Einstein aveva affermato, lo spazio è ‘la cosa principale, la materia è secondaria’, oggi si sostiene che la realtà fondamentale non è la materia che si muove in uno spazio inerte, ma lo spazio come plenum, come ‘campo dei campi’. La materia non è altro che pacchetti di energia prodotti dallo spazio stesso. E lo spazio produce non solo materia/energia, ma anche informazione che è più importante dell’energia. Non è materia/spirito, ma tutti e due gli aspetti.
In base a questa teoria tutto ciò che è nell’universo è un’articolazione della coscienza.

Se prendiamo gli antichi testi Vedici e sostituiamo il termine ‘akasha’ con ‘campo’, otteniamo un trattato di fisica contemporaneo.

Se l’universo è un campo di consapevolezza, allora anche i ‘campi’ creati dalla consapevolezza umana devono avere un effetto sulle persone che vivono al loro interno o che con esso entrano in contatto, anche senza saperlo, attraverso il cervello.
Esperimenti sull’influenza positiva di campi di coscienza armonici sono stati condotti fin dagli inizi degli anni ’70.
Anche se può sembrare strano questa capacità dei campi di coscienza umana di influenzare gli eventi sta diventando un fatto sempre più accettato nella comunità scientifica.

Negli ultimi secoli il pensiero occidentale ha ignorato e persino negato l’esistenza di questo ‘campo’ d’informazione costringendoci a dipendere solo dai nostri cinque sensi fisici, anch’essi usati sempre meno.
Ora è giunto il tempo di imarare ad usare il cervello in modo diverso per collegarci all’elemento transpersonale della coscenza che è trascendente.

Laszlo afferma che questo ‘salto’ di consapevolezza è possibile. Adesso c’è un grande rinascimento spirituale nel mondo e, se un numero sufficiente di persone raggiungono questo livello di consapevolezza, ci sarà un balzo molto marcato per la nostra specie.

Secondo Laszlo l’uomo appartiene ad un ‘sistema non lineare’. Tali tipi di sistemi sono molto lontani dall’equilibrio chimico e termico e possono aumentare il loro livello di complessità e organizzazione e diventare perciò più energetici.
Questi sistemi obbediscono anch’essi alla seconda legge della termodinamica, ma sono sistemi ‘aperti’. L’energia spesa non è ovviamente più utilizzabile da questi sistemi, ma essi hanno la possibilità di ‘importare’ altra energia per svolgere ulteriore lavoro. Tali sistemi sono sempre al confine del ‘caos’. Possono matenere se stessi solo attraverso auto replicazione o riproduzione. Ed è attraverso queste possibiità, nè fisiche, nè mentali, che tali sistemi possono scivolare in nuovi e più alti livelli di non-equilibrio.

Laszlo segue la teoria neo-darwiniana di Jay Gould e Niles Eldredge che vi hanno introdotto il concetto di ‘salto’. Non vi è più una progressione graduale e a piccoli passi ma, in determinate situazioni, vi è una specie di bivio. Davanti ad una possibile estinzione la specie può fare un ‘salto’, imboccare un bivio che la porta ad una spece periferica. Un ordine più elevato sorge così dal caos.

La sua teoria completa, molto interessante, la potete, se volete , leggere altrove. Qui mi preme mettere in luce la sua conclusione.

Secondo Laszlo oggi ci troviamo in prossimità di un punto critico e di conseguenza alla presenza di una ‘finestra decisionale’.
La situazione attuale è infatti disastrosa:

  • Sta crescendo il potenziale per il conflitto sociale e politico.
  • Cresce la criminalità e la guerra organizzata.
  • Si va accelerando il cambiamento climatico.
  • Si aggrava la scarsità di cibo, acqua ed energia.
  • Si aggrava l’inquinamento industriale, urbano ed agricolo.
  • Aumenta il divario tra popolazioni povere e ricche.
  • Si accelera la distruzione della bio-diversità
  • Cresce la perdita continua di ossigeno atmosferico.
  • Aumenta il rischio di mega-disastri (incidenti e scorie nucleari, devastanti inondazioni ed uragani e catastrofi naturali dovute spesso a fattori umani).

Le tendenze non sono un destino. Possono essere cambiate. Ma come?
Einstein diceva: ‘non si può risolvere un problema con lo stesso modo di pensare che ha provocato il problema’.
Non si può continuare ad andare avanti così. La via imboccata conduce soltanto verso l’estinzione.
Ci stiamo avvicinando ad un punto di caos. A questo punto alcune tendenze deviano e scompaiono, e nuove realtà compaiono al loro posto. L’evoluzione di sistemi complessi, secondo la teoria del caos, coinvolge sempre periodi di stabilità e instabilità, di continuità e discontinuità, di ordine e caos che si alternano.
Siamo pertanto da poco tempo in presenza di una ‘finestra decisionale’ che ci permetterà di proseguire verso il nostro annullamento (sparizione della specie) o ‘saltare’ in una condizione diversa.
In una ‘finestra decisionale’ i sistemi sono ultra-sensibili. Questo significa che anche piccole fluttuazioni possono produrre effetti su larga scala.
Ed è questa la ragione che induce alla speranza.

Occorre un cambiamento di coscienza.
Cambiamento che può avvenire solo se parte dal basso, vale a dire dal singolo individuo.
Un più alto stato di coscienza individuale significa comprendere che l’individuo è solo una parte del tutto ed è in perenne comunicazione col tutto.
Un più alto stato di coscienza individuale, per la stessa natura della coscienza, si propaga nel tutto ed influenza positivamente ciascuno.
Questo innalzamento della coscienza può essere raggiunto in due modi:

  • attraverso una serie di cataclismi che, distruggendo la maggioranza della popolazione, induca gli altri a cambiare.
  • attraverso una personale maturazione che, qualora interessi un numero sufficiente di soggetti, sarebbe in grado di effettuare il ‘salto’ prima della necessità di una catastrofe.

* * *

Elvin Laszlo

Nato a Budapest nel 1932 scopre a 5 anni un gran talento musicale.
A 15 anni è considerato come uno dei grandi pianisti contemporanei.
Fondatore del Club di Budapest.
Direttore del General Evolution Research Group di cui è fondatore.
Consigliere della Direzione Generale dell’UNESCO.
Ambasciatore dell’International Delphic Council
Membro dell’Accademia Internazionale delle Scienze
Membro dell’Accademia Mondiale delle Arti e delle Scienze
Membro dell’Accademia Mondiale di Filosofia
Premio internazionale Mandir per la Pace (Assisi 2005)
Ex presidente della Società Internazionale delle Scienze Sistemiche
E’ riconosciuto come il fondatore della filosofia sistemica e della teoria generale dell’evoluzione
Laureato col massimo onore in filosofia e scienze umane alla Sorbona
Detentore del diploma d’arte della Franz Liszt Academy di Budapest
Quattro lauree ad honorem
Ha scritto migliaia di articoli e 70 libri pubblicati in 20 lingue
Parla nove lingue diverse
Oggi vive in Toscana, vicino a Siena, dove studia e scrive e da cui viaggia per tutto il mondo per tenere conferenze

Per approfondire:

Consciousness In The Cosmos
Subtle Connections
Ervin Laszlo – Philosopher (video)
Dr. Elvin Laszlo – Biography & Resources
L’estate e l’inverno scompariranno? (intervista)
Macrolibrarsi
Club di Budapest

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Tags: Varie Filosofia Scienza Random

Oggi vi regalo il video ed il testo di una delle più belle canzoni che conosco.
Si tratta di Nirvanasatakam o Nirvana Statak o Athma Shatak che dir si voglia.
E’ il canto che, secondo la leggenda, sgorgò dall’animo di Sankara (Shankaracharya) in risposta alla domanda di quello che divenne il suo Maestro (Govindapada) che gli chiedeva chi fosse.

Godetevi entrambi.

Mano-buddhyahañkàra-cittàni nàham
Na ca šrotra-jive na ca ghraña-netre,
Na ca vyoma bhùmir na tejo na vàyus
Cidànanda-rùpah šivo’ham šivo’ham.
Cidànanda-rùpah šivo’ham šivo’ham.

    Non sono la mente, non sono l’intelletto, non sono l’ego e neppure la ragione. Non sono l’udito, non sono il senso del gusto, né il senso dell’odorato, non sono neppure la vista, né tanto meno l’Etere Onnipervadente. Non sono nemmeno il fuoco, non sono nemmeno l’acqua, non la terra e nemmeno uno dei cinque grandi Elementi. Consapevolezza e Beatitudine é la Mia Vera Forma! Sono Shiva! Sono Shiva!

Na ca pràna-sañjño na vai pañca-vayur
Na và sapta-dhàtur na và pañca-košah,
Na vàk-pàni-pàdam na copasthapàyu
Cidànanda-rùpah šivo’ham šivo’ham.
Cidànanda-rùpah šivo’ham šivo’ham.

    Non sono il prana, non sono nemmeno i cinque tipi di energia che circolano nel corpo, non sono nemmeno uno dei sette umori che impregnano il corpo, non sono nemmeno una delle cinque guaine di cui si riveste l’ego, identificandosene. Non sono il potere della parola, né la favella mi può descrivere. In realtà non ho mani né piedi, il dito non mi può indicare, la mano non mi può afferrare, né un piede avvicinarmisi; non sono nemmeno gli organi di riproduzione. Consapevolezza e Beatitudine é la Mia Vera Forma! Sono Shiva! Sono Shiva!

Na me dvešaràgau na me lobhamohau
Mado naiva me naiva màtsarya-bhàvah,
Na dharmo na charto na kàmo na mokšaš
Cidànanda-rùpah šivo’ham šivo’ham.
Cidànanda-rùpah šivo’ham šivo’ham.

    Non sono il senso di avversione, non sono l’attaccamento, non sono l’avarizia. La delusione non Mi appartiene, non sono nemmeno l’arroganza, non sono nemmeno la gelosia. Non sono nemmeno la giustizia, non sono nemmeno la ricchezza. Consapevolezza e Beatitudine é la Mia Vera Forma! Sono Shiva! Sono Shiva!

Na punyam na pàpam na saukhyam na duhkham
Na mantro na tìrtham na vedà na yajñah,
Aham bhojanam naiva bhojyam na bhoktà
Cidànanda-rùpah šivo’ham šivo’ham.
Cidànanda-rùpah šivo’ham šivo’ham.

    Né virtù né vizio sono Miei, né gioia né dolore Mi appartengono. Non sono neppure il Mantra, non Mi si trova nei luoghi sacri di tutta la terra, i Veda non Mi possono descrivere appieno, non Mi si può conoscere tramite le offerte ed i sacrifici. Non sono il cibo, non sono nemmeno colui che mangia, non sono nemmeno l’atto del mangiare. Consapevolezza e Beatitudine sono la Mia Vera Forma. Sono Shiva! Sono Shiva!

Na mrtyur na šankà na me jàti-bhedah
Pità naiva me naiva màtà na janma,
Na bandhur na mitram gurur naiva šisyas
Cidànanda-rùpah šivo’ham šivo’ham.
Cidànanda-rùpah šivo’ham šivo’ham.

    Non temo la morte, perché non sono mai realmente nato. Non ho Credo religioso, nessuna casta é realmente Mia. Nessun padre né madre, mai, in nessun tempo, ha mai potuto chiamarmi figlio. Non ho mai visto nascita, non ho fratelli né amici. Io non sono il Guru e neppure il discepolo. Consapevolezza e Beatitudine é la Mia Vera Forma! Sono Shiva! Sono Shiva!

Aham nirvikalpo niràkàra-rùpo
Vibhitvàcca sarvatra sarvendràyanàm,
Na càsañgatam naiva muktir na meyaš
Cidànanda-rùpah šivo’ham šivo’ham.
Cidànanda-rùpah šivo’ham šivo’ham.

    La Mia Vera Natura può essere colta soltanto nello stato di Nirvikalpa Samadhi, quando la mente si é dissolta e l’ego é stato interamente spazzato via dal vento della Consapevolezza. Io Sono senza forma. Io Sono l’Onnipervadenza stessa. Serpeggio in tutte le cose, ma nessuna cosa Mi contiene. Non ho organi di senso, non sono né schiavo né libero, nessuno strumento é in grado di cogliere ciò che Io Sono. Consapevolezza e Beatitudine é la Mia Vera Forma! Sono Shiva! Sono Shiva!

* * *

Sankara nacque in Kerala, da famiglia brahamanica poverissima, nel 788 d.C., in un epoca in cui l’induismo, a causa dell’affermarsi del buddismo e dello janinismo, aveva perso terreno e, soprattutto, si era allontanato dall’essenza dei Veda.
E’ riconosciuto come uno dei più grandi filosofi e teologi di tutti i tempi.

La sua missione, compiuta viaggiando instancabilmente a piedi attraverso tutto il Paese e sostenendo in ogni città, come si usava allora, duelli verbali con i sapienti locali da lui immancabilmente vinti, era quella di riaffermare l’importanza dei Veda e di riportare l’induismo alle sue antiche radici.
Trovò anche il tempo di scrivere memorabili commentari alle Vedānta Sutra e alla Bhagavad Gita e a scrivere un trattato sull’Advaita Vedanta.
Fu maestro della bhakti o devozione altruistica e lasciò alcuni famosi bajans.

Morì all’età di 32 anni, nel 880 d.C., come gli era stato profetizzato poco dopo la sua nascita, avendo ormai pienamente raggiunto lo scopo che si era prefisso.
Vita ed opere di Shankara (ottima biografia in italiano)
notizie su Sankara (in inglese)
Sri Adi Shankaracharya (in inglese)

La canzone è cantata da Deva Premal.

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