Governo


Pubblico due articoli de “Il Giornale” sull’argomento. Eccoli:

Manicomio Italia
Il Tar ha bocciato l’ammissione della lista Pdl della provincia di Roma per le elezioni regionali nel Lazio. I giudici amministrativi quindi hanno ritenuto ininfluente il decreto salva liste varato dal governo e firmato dal Presidente della Repubblica, che dei giudici è anche il capo. Tutto finito dunque per il Pdl laziale? Probabilmente sì, ma non è detto. Oggi la Commissione elettorale romana potrebbe riammettere la lista in forza dello stesso decreto, ma la sua decisione rischia di essere successivamente annullata, su richiesta della sinistra, dallo stesso Tar. Il quale però potrebbe essere smentito dal ricorso che il Pdl si appresta a fare al Consiglio di Stato, ultimo grado della giustizia amministrativa. Ma quest’ultimo dovrebbe altresì tener conto dell’eventuale verdetto, ammesso che arrivi in tempo, della Corte Costituzionale alla quale si sono rivolte le giunte (di sinistra) di Lazio e Piemonte per fare dichiarare illegittimo il decreto governo-Napolitano.
Governo contro giudici, giudici contro burocrati, burocrati che smentiscono giudici e Quirinale. Una commedia all’italiana, un vero manicomio. Chi ci capisce qualche cosa è bravo. L’unica cosa certa è che è in corso un accanimento feroce contro il primo partito del Paese. Visto che non riescono a farlo fuori nelle urne, ci provano, tanto per cambiare, per via giudiziaria. È bastato che il Pdl scoprisse un piccolo nervo che gli avvoltoi lo hanno agguantato e ora, con gli artigli piantati, non lo mollano più. Ricorsi, carte bollate, picchettaggi, piazze mobilitate, sputtanamenti di tutti, capo dello Stato compreso: la sinistra accecata dall’odio non si ferma davanti a nulla. La legge è uguale per tutti, tuonano. Appunto. Ma oggi (vedi tabella a fianco) vi dimostriamo, documenti alla mano, che così non è. Per identici errori formali nella presentazione delle liste i giudici hanno respinto le firme per Roberto Formigoni e passato quelle per il candidato Pd, Filippo Penati. Non solo.
Come vi dimostriamo a pagina 3, i giudici sono indipendenti ma hanno le loro, diciamo così, simpatie. Nell’ufficio della magistrata romana che non ha accolto le liste Pdl c’è una grande fotografia di Che Guevara. Non è reato ma, siamo uomini di mondo, qualche cosa vorrà pur ben dire. È evidente che qualcuno si sta impegnando perché non tutti gli italiani che lo desiderano possano votare Pdl. Che poi è proprio quello che da anni volevano i democratici Bersani, Di Pietro e amici, togati e no.
(Alessandro Sallusti -9 marzo 2010)

Firme in Lombardia: le prove della vergogna

Ore e giorni passati a spulciare le liste elettorali, come fossero mandarini dell’impero cinese. La teoria dei «due pesi e due misure» – denunciata dai colonnelli del Pdl dopo l’esclusione del centrodestra dalle prossime regionali decisa dalla Corte d’Appello – diventa un dossier di 50 pagine consegnato ai candidati e agli esponenti del partito. Un documento interno alla coalizione acquisito come vademecum pre-elettorale, e con cui il Popolo della libertà ribadisce l’ipotesi di un disegno ordito da «diversi soggetti» – così li aveva chiamati Roberto Formigoni nei giorni scorsi – che avrebbero cercato di fare fuori il listino del governatore, favorendo il democratico Filippo Penati nella corsa verso le urne.

Il documento – datato 8 marzo – è firmato dal coordinatore regionale e presidente della Provincia Guido Podestà, e dal deputato del Pdl Massimo Corsaro. Il leit motiv non cambia: la Corte d’Appello, a parità di irregolarità formali, avrebbe annullato solo quelle del Pdl, salvando invece quelle del Pd. A pagina 10 del dossier, le «prove». Una accanto all’altra, le sottoscrizioni contestate. Cancellati i nomi dei firmatari per garantirne la privacy, si procede in parallelo. Da un lato quelle del centrodestra, annullate. Di fianco, quelle del centrosinistra. Valide. E allora, 25 firme annullate alla lista «Per la Lombardia» perché l’autentica è priva del timbro tondo. Stesso problema, ma 23 firme di «Penati Presidente» vengono prese per buone. Avanti, 23 sottoscrizioni del centrodestra cancellate perché prive della qualifica dell’autenticante, e 23 del Pd accettate.

Ancora, 25 adesioni pro-Formigoni in cui non compare il luogo dell’autentica si perdono per strada, mentre 9 del Partito democratico ugualmente «difettose» passano indenni la verifica dell’ufficio regionale della Corte d’Appello.
Mancano sottoscrittori nel certificato d’iscrizione cumulativo alle liste elettorali? Noi – denunciano ancora Corsaro e Podestà – perdiamo tre firme, mentre il Pd ne conserva 5 viziate dallo stesso «cavillo». A Venegono – come già raccontato nei giorni scorsi dal Giornale – si dimenticano di specificare «Inferiore», e a Mariano Comense siglano Mariano «C.se»? Firme perse. Cambio lato, e 24 sottoscrizioni del centrosinistra vengono accettate nonostante il luogo di iscrizione alle liste elettorali sia «P.B.». Peschiera Borromeo, pare.

Così, una data di nascita difforme rispetto al certificato di iscrizione costa una firma a Formigoni, ma non a Penati. Perché il signor Giancarlo, nato nel Monzese il 14 maggio del 1928, sul modello depositato in tribunale diventa Gianpaolo, e ringiovanisce pure di un mese (14/06/1928). Però Gianpaolo vale. Fino al caso di Francesco Prina, consigliere regionale del Pd, che ha autenticato 7 firme senza essere abilitato a farlo. E ancora: timbri sbagliati, documenti mancanti, dati illeggibili e – si legge nel documento – «diverse correzioni e integrazioni di dati» nelle liste del centrosinistra che avrebbero dovuto essere invalidate. Ma, insiste il Pdl, così non è stato.
Dalle denunce ai quesiti.

Pagina 8, otto domande al capitolo «Fatti e stranezze».

  1. «Come si spiega – si chiedono Podestà e Corsaro – l’incredibile celerità con cui la richiesta di accesso agli atti formulata dai Radicali è stata concessa, e per di più per via telefonica e senza alcuna documentazione di merito?».
  2. «Perché è stato autorizzato l’accesso, in difformità dal comportamento della grandissima maggioranza degli Uffici elettorali che in Italia hanno ricevuto analoga richiesta, e in difformità anche dal comportamento dell’ufficio elettorale circoscrizionale di Milano?».
  3. (punto sul quale i legali del centrodestra hanno insistito fin dall’inizio). «Perché l’Ufficio elettorale ha consentito al Partito radicale di presentare ricorso non sulla propria esclusione, ma sulla regolarità della documentazione di un’altra lista?».
  4. «Quale articolo della legge elettorale consente tale procedura, dal momento che l’articolo 8 della stessa legge dichiara che la funzione dell’Ufficio in questa fase termina con la dichiarazione di ammissione, già emessa in data 28 febbraio?».
  5. «Come e da chi è stato fatto un lavoro così approssimativo di verifica delle liste?».
  6. «Non si è violata la privacy» dei firmatari, consentendo ai Radicali di fotocopiare gli atti?
  7. «Perché la verifica delle liste concorrenti è stata autorizzata al Pdl solo in presenza dei rappresentanti di tali liste, mentre la verifica della lista Pdl è stata consentita ai Radicali senza la presenza dei testimoni?».
  8. «Come mai non è stata fatta sulle liste Penati la stessa revisione che ha portato all’esclusione di Formigoni?».
    (Enrico Lagattolla – 9 marzo 2010)
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Mi vergogno e provo sinceramente ribrezzo a mettere sul mio blog la foto di questi due figuri.
Purtroppo però il loro comportamento prima e la loro reazione dopo l’attentato contro Berlusconi non sono tali da poter essere passati sotto silenzio.

Del primo, quello che manovrava centinaia di milioni racchiusi in scatole da scarpa e trovava normale ricevere regali dai suoi inquisiti, c’è ben poco da dire. Chiunque dotato di un minimo di intelligenza lo sa valutare per quel niente che vale.

Per la seconda qualsiasi commento sarebbe davvero uno spreco inutile di parole.
Voglio solo ricordare a chi ancora la considera cattolica che la signora è da tempo scomunicata. Vale infatti anche per lei la scomunica di Pio XII, mai ritirata, ribadita da Papa Giovanni XXIII nel 1959: essa infatti scomunica, oltre ai comunisti, anche tutte le persone, le organizzazioni e i partiti che, “…pur non professando princìpi contrari alla dottrina cattolica o anzi assumendo il nome cristiano, tuttavia nei fatti si associano ai comunisti e con il proprio comportamento li aiutano.”

Trascrivo un articolo di Bruno Vespa sul ministro Brunetta. Eccolo:

“In quarant’anni di mestiere ne ho viste tante, ma non mi era mai capitato di assistere alla standing ovation per un ministro. Un ministro, capite? Chi è un ministro per le persone comuni? Uno della casta, uno che talvolta predica bene e più spesso razzola male. Se è un vostro avversario, è un filocomunista o un servo di Silvio Berlusconi; se è un vostro amico, è comunque uno che non la racconta sempre giusta. Insomma, un ministro.

Per giunta un ministro per la Riforma della pubblica amministrazione, o della Funzione pubblica, o come diavolo si chiama quel disgraziato che a turno, da qualche decennio, dovrebbe riformare la burocrazia. Un ministro, cioè, delegato a un mestiere impossibile. Nominato, negli annali della Repubblica, perché non si poteva lasciare fuori dal governo qualcuno di un certo partito o di una certa corrente.

Bene, qualche giorno fa ero stato invitato da Enrico Cisnetto a intervistare in pubblico a Cortina Incontri l’attuale titolare dell’incarico, Renato Brunetta. M’aspettavo poca gente, a fine luglio la stagione cortinese ancora non parte. E invece il tendone era gremito: 500 persone sedute e 300 in piedi. Roba da non credersi. Brunetta salì sul palco e da quella folla partì un uragano di applausi. Interminabile. Imbarazzante. Al punto che Brunetta dovette alzarsi per lasciarsi avvolgere meglio da quello strepitoso consenso. Preventivo, perché il ministro ancora non aveva aperto bocca.

Ma quando la aprì, gli andò perfino meglio. E quando disse: «Fidatevi di ’sto piccoletto» sembrava che il tendone stesse per crollare.

Intendiamoci: Cortina non è l’Italia. Ma quelle 800 persone non erano tutti esponenti della laboriosa piccola e media impresa del Nord che non ne può più dell’inefficienza della burocrazia e dei fannulloni. C’erano anche parecchie persone medie, parecchi statali d’ogni grado, diversi insegnanti. Nessuno contestò quel che diceva il ministro. Quasi tutti lo applaudirono fragorosamente.

L’indomani, rientrato a Roma, assistetti dalla cima del Campidoglio alla fiaccolata di qualche migliaio di persone che marciavano sui Fori Imperiali fischiando contro Brunetta. Erano i Fannulloni operosi ai quali il ministro sta sullo stomaco. E l’Italia da che parte sta? Credo che in questo momento stia largamente dalla parte di Brunetta.

Il ministro ha dalla sua un dato di partenza inoppugnabile: gli impiegati pubblici si assentano dal lavoro il doppio di quelli privati, 16 giorni all’anno contro otto. Con punte, in certi comuni e in certi ministeri, di 40, 50 giorni.

Ci sono troppi medici pronti a fare certificati falsi, troppi dirigenti che per non avere grane chiudono un occhio, troppi politici e troppi sindacalisti che difendono l’indifendibile. Brunetta ci fa sapere che nel mese di giugno le assenze dal lavoro sono diminuite del 18 per cento. Nei mesi prossimi andrà meglio. In un anno lui vuole portarle più o meno al livello di quelle del comparto privato.

Ma il Piccoletto è un uomo intelligente, molto intelligente. E sa bene che questa parte del problema è la meno difficile da risolvere. Sa pure che se punisce soltanto senza premiare, il corteo dei fischi si allungherà e quello degli applausi finirà con l’asciugarsi.

Il problema è che premiare nel settore pubblico è difficilissimo. Ci sono decenni di clientele politiche e di rendite di posizione sindacali che vi si oppongono. A Porta a porta non sono mai riuscito a strappare dalla bocca di un sindacalista l’impegno ad accettare che fra due compagni di stanza si possa premiare solo quello che lavora meglio.

Se Brunetta ce la farà, aprirò la sottoscrizione pubblica per un monumento. Equestre, s’intende.”
(Bruno Vespa)

Rinvio discrezionale dei processi,

fino a 18 mesi, per i reati che non generano allarme sociale compiuti fino al 2 maggio 2006. Il rinvio congela anche i termini di prescrizione. L’imputato potrà rifiutarlo e non si applica se è già chiuso il dibattimento. Viene inoltre data priorità ai processi che prevedono il rito per direttissima, quelli con imputati detenuti e quelli per reati più gravi, come mafia, terrorismo, ma anche incidenti sul lavoro e circolazione stradale, immigrazione clandestina e reati puniti con pene superiori ai quattro anni e quelli nei quali ci sono casi di recidiva reiterata. Saranno i capi degli uffici giudiziari, alla luce di questo elenco di reati considerati prioritari, a stilare un elenco proprio del quale dovranno essere informati il Consiglio Superiore della Magistratura e il ministro della Giustizia.

Il PD di Veltroni ha votato NO.

Aggravante di clandestinità.

Per lo straniero presente irregolarmente in Italia e che delinque le pene verranno aumentate di un terzo. L’aggravante viene applicata sia agli extracomunitari che ai cittadini stati membri dell’Unione europea irregolarmente presenti in Italia.

Il PD di Veltroni ha votato NO.

Utilizzo militari nelle grandi città.

Saranno 3000 i soldati dispiegati nelle grandi città per “specifiche ed eccezionali esigenze di prevenzione della criminalità”. Avranno compiti di pubblica sicurezza per un periodo di sei mesi (al massimo rinnovabile per un anno). I soldati saranno a disposizione dei prefetti e saranno impiegati in 10 città e affiancheranno forze di polizia nel controllo del territorio, in aree metropolitane o comunque densamente popolate, per servizi di vigilanza a siti e obiettivi sensibili, perlustrazione e pattugliamento. Saranno utilizzati principalmente carabinieri già impiegati in compiti militari all’estero o comunque volontari specificamente addestrati.

Il PD di Veltroni ha votato NO.

Più poteri a sindaci e prefetti.

Sono ampliati i poteri dei sindaci dei prefetti in tema di ordine pubblico e sicurezza urbana, prevedendo inoltre una collaborazione tra polizia locale e statale. Il sindaco potrà adottare provvedimenti ‘contingenti e urgentì per fronteggiare ed eliminare gravi pericoli che minacciano l’incolumità pubblica e la sicurezza urbana. Il prefetto può intervenire con proprio provvedimenti in caso di inerzia del sindaco e di predisporre gli strumenti necessari all’attuazione delle iniziative adottate dal sindaco per la sicurezza pubblica. Il sindaco segnala alle autorità competenti gli stranieri irregolari da espellere.

Il PD di Veltroni ha votato NO.

Espulsioni più facili.

Tutti gli stranieri che siano stati condannati a una pena superiore a due anni (fino ad oggi era di 10 anni) saranno espulsi. Prevista anche l’espulsione immediata per gli stranieri comunitari o clandestini che delinquono o (comunitari, dopo due mesi di permanenza nel nostro Paese) che non sono in grado di dimostrare una fonte lecita di guadagno. Per questi è previsto il rito per direttissima ed è abolito il patteggiamento in fase di appello.

Il PD di Veltroni ha votato NO.

Carcere da 6 mesi a 3 anni e confisca degli immobili ceduti

a titolo oneroso a clandestini e irregolari, nel caso in cui il proprietario ne derivi un ‘illecito profittò (restano fuori le badanti e colf alloggiate nelle case dei datori di lavoro). Con la condanna scatta anche la confisca del bene.

Il PD di Veltroni ha votato NO.

Ergastolo a chi uccide un agente e stretta sulla custodia cautelare.

Per chi uccide un agente delle forze dell’ordine in servizio (poliziotti, carabinieri, finanzieri e altri agenti di pubblica sicurezza) la massima pena prevista sarà quella dell’ergastolo. Inoltre, aumenta il numero dei reati per i quali non è concessa la sospensione della pena detentiva. Rimarrà in carcere chi commette atti osceni, violenza sessuale, violenza sessuale di gruppo, furto e tutti i delitti aggravati dalla clandestinità, ma anche chi spaccia sostanze stupefacenti e psicotiche. Per chi è incensurato non scatteranno più in maniera automatica le attenuanti generiche.

Il PD di Veltroni ha votato NO.

Confisca beni patrimoniali di origine mafiosa e no a gratuito patrocinio.

Vengono inserite norme per la confisca dei beni di origine mafiosa o di provenienza illecita o la cui consistenza risulti sproporzionata al proprio reddito dichiarato o alla propria attività economica. Sempre in tema di lotta alla mafia vengono ampliati i poteri di coordinamento del procuratore nazionale antimafia anche in materia di prevenzione. Infine, i mafiosi già condannati non potranno più avvalersi del gratuito patrocinio.

Il PD di Veltroni ha votato NO.

Lotta alla contraffazione.

Vengono introdotte norme specifiche in materia di distruzione delle merci contraffate.

Il PD di Veltroni ha votato NO.

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Trascrivo per intiero un articolo del ‘Il Mascellaro‘.

Tratto da Il Giornale del 30 giugno 2008

«È riaffiorata la tentazione di costruire un dossier aggiornato sul passato di Di Pietro», spiegava ieri Repubblica, certa che «qualcuno sarebbe già al lavoro collezionando vecchie inchieste da cui peraltro Di Pietro è sempre uscito scagionato». Grazie per il suggerimento, anzitutto: ma abbiamo già dato.

Se Antonio Di Pietro nel 1993 deteneva la fiducia del 94% degli italiani, e ora decisamente di meno, è perché nel mezzo evidentemente qualcosa è successo, qualcosa è stato raccontato, qualcosa è bastato: perlomeno al centrodestra.

Se è vero infatti che Walter Veltroni riscopre ogni giorno nuove convergenze col Di Pietro più veemente (persino quello che chiama «magnaccia» il presidente del Consiglio) d’altra parte invece c’è una sola cosa che l’ex magistrato e Silvio Berlusconi hanno in comune: entrambi sono stati indagati, più volte, ed entrambi alla fine ne sono usciti illesi. Giudichi il lettore, o l’elettore, chi la magistratura abbia voluto proteggere.

Sta di fatto che le sentenze che hanno riguardato Di Pietro, diversamente da quelle berlusconiane, rimangono pressoché sconosciute: non sono state infinitamente sezionate e sottotitolate e stampate e ristampate dai soliti fotocopisti di cancelleria, ma sono sentenze lo stesso, anche se Repubblica decide di chiamarle «fango» come ha fatto ieri.

Per fare un esempio: oggi ci sono giornalisti che ancora si chiedono, o chiedono a Di Pietro, perché a suo tempo lasciò la magistratura.
Eppure è tutto nero su bianco: e lo è sia nelle sentenze di non luogo a procedere vergate dai gup Roberto Spanò e Anna Di Martino a beneficio di Di Pietro (peraltro in contraddizione tra loro su alcuni episodi) sia nel successivo giudizio di tribunale vergato del presidente Francesco Maddalo il 29 gennaio 1997: una sentenza che superò le precedenti perché fece seguito a un pubblico dibattimento con esibizione di prove e audizione di parti.

Qualcuno lo ricorderà: è il processo in cui Di Pietro dapprima balbettò e poi rifiutò di rispondere alle domande del pubblico ministero. L’ex magistrato oltretutto non presentò appello, sicché la sentenza «fa stato quanto ai fatti accertati», come si dice in gergo.

Per farla breve: il Gup Anna di Martino, che pure fu molto attenta alle ragioni del magistrato, spiegò che se Di Pietro fosse rimasto in magistratura sarebbe andato incontro a pesanti sanzioni disciplinari.
Il giudice Francesco Maddalo, nondimeno, parlò di «fatti specifici che oggettivamente potevano presentare connotati di indubbia rilevanza disciplinare».

Sono le vecchie storie di Gorrini, D’Adamo, i prestiti da 100 milioni frettolosamente restituiti in scatole da scarpe o avvolti in carta di giornale, faccende di Mercedes rivendute a prezzo maggiorato, roba celata nel torbido dimenticatoio di chi ha fondato il suo movimento sulla trasparenza e sulla legalità, anzi sui «valori».

Eppure il Di Pietro che da magistrato si offrì di interrogare Berlusconi dicendo «Io quello lo sfascio» (come raccontato dal suo ex Procuratore Capo) è immortalato in una sentenza che nessun libro, di nessun servo di Procura, ha mai riportato:
«Decisiva appare l’intenzione di Di Pietro di intraprendere l’attività politica ovvero di ottenere incarichi pubblici di maggior rilievo» (pagina 167 della succitata sentenza Maddalo).
«Altri eventi evidenziano chiaramente questo sempre più marcato orientamento di Di Pietro ad assumere iniziative e posizioni più confacenti ad un esponente politico che a un magistrato. Particolarmente arduo è separare una condotta antecedente alle preannunciate dimissioni da una condotta a queste successiva» (pagina 170). «Il desiderio di lasciare l’incarico giudiziario nel momento di massima popolarità non poteva non essere funzionale e strumentale ad un successivo sfruttamento di questa popolarità, proprio in vista di quella progettata attività politica» (pagina 177).

Domanda: ma Di Pietro, quando decise di indagare Berlusconi, aveva già deciso di dimettersi per buttarsi in politica?
Risponde ancora Maddalo a pagina 179: «Le dimissioni, allora, dovevano già essere ampiamente maturate e in fase di imminente attuazione».
E perché Di Pietro non disse niente ai colleghi del Pool? Pagina 180: «I contatti e colloqui politici avrebbero potuto inquinare quella sua indiscussa leadership all’interno e all’esterno del Pool».

Questa peraltro è la parte nobile.

Perché poi, benché ritenuti privi di valenza penale, a dimostrare la moralità di Di Pietro ci sono pure i seguenti piccoli favori, appurati anch’essi da svariate sentenze:

  1. 100 milioni senza interessi dall’imprenditore inquisito Gorrini, poi restituiti con assegni circolari poi incassati e avvolti in carta di giornale poco prima di dimettersi, nel 1994;
  2. 100 milioni senza interessi dall’imprenditore inquisito D’Adamo, denaro restituito nel 1995 in una scatola da scarpe messa agli atti;
  3. periodiche buste di contanti sempre da D’Adamo;
  4. centinaia di milioni, ottenuti dagli imprenditori Gorrini, D’Adamo e Franco Maggiorelli, per i debiti contratti dall’amico Eleuterio Rea al gioco d’azzardo;
  5. una Mercedes CE da 65 milioni ottenuta da Gorrini e rivenduta all’amico avvocato Giuseppe Lucibello per una cifra poi utilizzata da Di Pietro per comprarsi una Fiat Tipo bianca; i soldi sono stati restituiti con assegni circolari emessi nel maggio 1994 ma incassati nel novembre successivo, prima delle dimissioni;
  6. una Lancia Dedra per la moglie di Di Pietro da parte di D’Adamo;
  7. l’utilizzo di una garçonnière dietro piazza Duomo, di proprietà di D’Adamo, fino all’inizio del 1994;
  8. l’utilizzo di una suite da 5-6 milioni al mese pagata da D’Adamo, a partire dal 1989, per almeno un anno e mezzo, al Residence Mayfair di Roma, dietro via Veneto;
  9. l’acquisto di un appartamento a Curno con soldi forniti da Gorrini;
  10. la disponibilità di un appartamento a canone gratuito, fornito da D’Adamo, per il collaboratore Rocco Stragapede;
  11. i pacchetti di pratiche legali dalla Maa di Gorrini per la moglie;
  12. le consulenze legali da D’Adamo per la moglie;
  13. l’impiego per il figlio, due volte, alla Maa di Gorrini;
  14. i benefit vari da D’Adamo: vestiario di lusso nelle boutique Tincati, Fimar e Hitman di Milano, un telefono cellulare per sé, un telefono cellulare per l’amico Rocco Stragapede, almeno quindici biglietti aerei Milano-Roma, un mobile-libreria per la casa di Curno;
  15. i benefit vari ottenuti da Gorrini: ombrelli, agende, penne, cartolame vario, viaggi in jet privato per partite di caccia in Spagna, Polonia e nella riserva astigiana di Giovanni Conti, alcuni stock di calzettoni al ginocchio.

Eccolo qua Antonio Di Pietro, l’uomo che giusto ieri si richiamava «allo spegnersi della coscienza civica, della morale, dell’etica», l’uomo che di Berlusconi cita «gli innumerevoli processi» senza mai menzionare i propri, l’uomo che di fronte al consenso di cui Berlusconi gode nel Paese, in una lettera scritta al suo mentore Beppe Grillo proprio ieri, ha parlato di «una situazione simile a quella dei ragazzi nei Paesi del Sud che ammirano il camorrista o il mafioso locale».

Eccolo lo spauracchio che secondo Veltroni doveva tenere sottotraccia quei grillisti e forcaiolisti che coi loro strepiti, ora e invece, soffocano le velleità di ogni sinistra che voglia essere civile e sintonizzata con il Paese reale.

I giornalisti tutto sommato lo amano: le sue sgangheratezze fanno colore e titolo in giornate calde e vuote come queste.
Lui straparla sempre di monopolio, ma è tra i più presenti in televisione e in assoluto l’ospite più invitato a Matrix, per esempio.
Nessuno ricorda più le sue 500 querele, o quando nel 1996 disse che avrebbe preso «a schiaffi e pedate chi mi ha indotto a dimettermi dal ministero dei Lavori pubblici», o le sue folli proposte circa il «decreto cautelare di rettifica» o altre norme punitive contro i giornalisti.

Nessuno ricorda mai quando Di Pietro, nel dicembre 1994, a Curno, prese a testate un giornalista dell’Ansa dopo averlo riempito di calci e di pugni. Nessuno gli chiede più conto, per quanto la vicenda sia recente, dell’acquisto di due appartamenti pagati con un mutuo che risultava inferiore all’affitto frattanto versato dalla sua Italia dei Valori: in pratica Di Pietro comprava case grazie al finanziamento pubblico.

Nessuno, del resto, bada al fatto che il partito dell’Italia dei Valori appartiene a Di Pietro per statuto notarile, e così pure tutti i finanziamenti pubblici.
Nessuno dedica servizi a un personaggio che straparla di democrazia e però neppure ora (con l’8 per cento dei suffragi) si dimostra capace di inventarsi una struttura, un numero 2, un gregario, un volto spendibile e alternativo al suo.
Gli unici nomi noti sono quelli di chi l’ha regolarmente mollato: da Pietro Mennea all’ex fidatissimo Elio Veltri (che lo sosteneva dal 1988 e ora gli spara contro a ogni occasione) sino a Valerio Carrara, l’unico parlamentare dipietrista eletto nel 2001 e che pensò bene di passare al Gruppo Misto prima ancora che si insediassero le Camere; e poi ancora Rino Piscitello, Federico Orlando, Milly Moratti, Sergio De Gregorio, persino Paolo Flores D’Arcais:

«Gente che ha capito il personaggio e ha preso le distanze» ebbe a commentare Veltri.
In compenso, chiuso all’angolo, resiste Veltroni.

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Trent’anni fa, con un mix forcaiolo e gossiparo molto simile all’attuale, L’Espresso riuscì ad abbattere Giovanni Leone.

Il presidente della Repubblica fu descritto come un tangentista anche se era innocente, fu ritratto in copertina come un clown, fu messo in croce per le sue amicizie, fu sbeffeggiato perché aveva una bella moglie e dei figli dipinti come monelli.

Grazie alla codardia del suo partito, la Dc, e alla protervia dell’opposizione, il Pci, il capo dello Stato fu accompagnato alla porta, salvo poi essere riabilitato vent’anni dopo. La giornalista dell’Espresso che si era resa responsabile di quella caccia all’uomo fu condannata, ma nessuno lo ricorda più.

L�Espresso esultò e si vantò: “Avevamo copertine fino a Natale”. Già, perchè ogni settimana quel giornale usciva con in copertina una caricatura estremamente offensiva contro il capo dello Stato italiano e ne menava vanto; per non restarne a corto, ne avevano una scorta.
Che bravi!

Venne pubblicato un libro della Cederna, giornalista odiata e disprezzata da Montanelli che la definiva una zitella vogliosa.

“Giovanni Leone- La carriera di un presidente” uscì nel ’78 per i tipi della Feltrinelli. L’autrice iniziava : “Questo libro è nato da un amore profondo per la democrazia” e parlava di “severo accertamento diagnostico” per cui si sentiva autorizzata a “condurre un’indagine sull’attuale capo dello stato, sulla sua carriera professionale e politica, le sue amicizie, il suo curriculo parlamentare, fino ai momenti più alti dell’ascesa ai vertici”.

Altra curiosa coincidenza:
Leone fu l’unico presidente favorevole alla separazione delle carriere tra pm e giudici: in un messaggio alle Camere ammonì il Parlamento sul lassismo giudiziario, invocando meno scarcerazioni facili, soprattutto meno ferie e concorsi e formazione più scrupolosi per i magistrati. Rinviò alle Camere la legge sull’elezione dei membri del Csm, la stessa che in seguito alla reiterazione del Parlamento aprì le porte dell’organo di autogoverno delle toghe alle correnti e alla politicizzazione.

Anche allora gli stessi mezzi, gli stessi partiti e gli stessi ‘utili idioti’ di oggi. Anche la stampa è rimasta la stessa.

Gli unici che forse sono cambiati sono gli imbecilli che seguono come pecore le parole d’ordine della sinistra.

Forse sono i figli di quelli cha applaudirono l’espresso allora.

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Già nei primi 40 giorni di Governo molte delle promesse fatte in campagna elettorale sono state mantenute.

Napoli e l’immondizia
Finalmente si cominciano a vedere i primi risultati della politica del Governo.

Sicurezza

E’ stato finalmente approvato il pacchetto ‘sicurezza’ proposto dal Governo.
Su tale pacchetto si è alzato, da parte di una frangia della magistratura e della sinistra capeggiata da Di Pietro un polverone assurdo ed incredibile sul punto che riguarda la sospensione dei processi. Ma di questo ne parlerò alla fine.
Ecco le nuove norma:

  • Immigrazione
    • Il limite per far scattare il provvedimento di espulsione per immigrati condannati scende da 10 a 2 anni di condanna.
    • Se l’autore di un reato è clandestino, arresto immediato (anche senza fragranza) e processo per direttissima
    • La condizione di clandestinità viene considerata come aggravante e la pena aumentata di un terzo
    • Carcere da sei mesi a tre anni e confisca della casa per chi affitta o dà alloggio a irregolari
    • Inasprite le pene per chi dà lavoro a immigrati senza permesso di soggiorno
  • Criminalità comune
    • Potenziamento forze dell’ordine
    • Possibile impiego dei militari (max 6 mesi) per affiancare le forze dell’ordine
    • Ampliato il numero dei casi per cui non si può concedere la sospensione della pena (violenza sessuale, spaccio di droga; e furti e rapine commessi da clandestini)
    • Pena dell’ergastolo per chi uccide un ufficiale di pubblica sicurezza o di polizia giudiziaria
    • Speciali poteri per Prefetti e Sindaci (potranno segnalare gli immigrati da espellere o allontanare perchè pricolosi)
    • Ampliate le pene (ora vanno da 3 a 10 anni e confisca del veicolo) per coloro che provocano incidenti mortali sotto effetto di alcohol o stupefacenti
  • Mafia e mafie
    • Aumentata di due anni la pena per associazione mafiosa
    • Procedure più snelle per l’accertamento e la confisca dei beni dei boss e dei loro tirapiedi
    • Eliminazione del patrocinio gratuito a favore dei mafiosi già condannati
    • Estensione di quanto previsto dall’art. 41 bis agli appartenenti alle mafie importate (cinese, russa, albanese, eccetera)
    • [b]Processi[/b]
    • Corsia preferenziale per i reati più gravi (quelli che prevedono pene da 10 anni in su.
    • Vengono sospesi per un anno i processi per reati che prevedono meno di 10 anni di pena che siano stati commessi prima del 30 giugno 2002 e si trovino tra l’udienza preliminare e il dibattimento di primo grado.
    • Sono esclusi dalla sospensione i processi in cui gli imputati sono detenuti, quelli per terrorismo, per reati contro minori, per fatti di criminalità organizzata e per l’inosservanza delle norme contro gli infortuni del lavoro.

L’assurda campagna della sinistra
La parte del decreto che sospende i processi meno importanti per portare avanti quelli gravi ha dato modo alla sinistra di imbastire una campagna fondata come al solito sulla disinformazione e sulla menzogna (il lupo perde il pelo, ma non il vizio).
Vediamone i dettagli:

  • Menzogna
    • I processi non vengono annullati. Non c’è nessun indulto palese od occulto, come sostiene la sinistra.
    • I processi meno importanti vengono semplicemente rinviati di un anno. Alcuni di tali processi, probabilmente, non si faranno più per sopraggiunta scadenza dei termini altri verranno fatti con un anno di ritardo e giungeranno alla loro normale conclusione: assoluzione o condanna.
  • Cosa vuo dire tutto ciò?
    Che verranno eliminati quei molti processi che, anche senza questa norma, sarebbero comunque andati in prescrizione.
    Al loro posto se ne potranno fare altri che altrimenti non verrebbero fatti.
    (Un esempio:
    Iniziano oggi le scarcerazioni eccellenti che porteranno in libertà per decorrenza dei termini di custodia cautelare diversi esponenti della mafia garganica, che negli ultimi 30 anni ha dato vita a una faida che ha lasciato una scia di 35 omicidi. I primi quattro usciranno dal carcere stamattina. A tornare in libertà, tra gli altri, il boss 33enne Armando Li Bergolis. L’ultimo a lasciare il carcere sarà, tra un mese, Giovanni Giovanditto, accusato di 13 omicidi.” (RaiNews24 – 26-6-2008)).
    In altre parole si evita non solo una spesa non irrilevante per lo Stato per celebrare processi inutili, ma, soprattutto, si evita la scarcerazione di veri delinquenti (assassini, mafiosi, eccetera) per aver dato la preferenza a processi del tutto inutili, posticipando di conseguenza quelli importanti.
    Mi sembra una cosa molto logica, vista la situazione odierna dei nostri Tribunali

  • Eversione
    • Come sempre la sinistra ha movimentato quella parte di magistratura che ad essa si riferisce. Il risultato è un vero e proprio tentativo di eversione democratica.
    • Assistiamo ad un CSM che, pur essendo l’organo di controllo della Magistratura, non è in grado, lui per primo, di tutelare il segreto di ufficio (bozza del suo parere apparsa sulla stampa prima ancora che potesse essere letta e discussa dal CSM stesso).
      “Il vicepresidente del Csm Nicola Mancino dopo la diffusione di ieri della bozza di parere a cui sta lavorando la VI commissione del Csm sul decreto sicurezza e in particolare l’emendamento che sospende i processi, richiama ancora una volta i consiglieri di Palazzo dei Marescialli alla massima riservatezza; e avanza l’ipotesi di nuove regole contro indiscrezioni e fughe di notizie dal Csm.” (IGN – 28-6-*2008)
    • Pretesa del CSM (e di alcuni giudici e PM) di sostituirsi al Parlamento nella promulgazione delle leggi.
    • Sostituzione del CSM alla Corte Costituzionale nel giudicare della costituzionalità o meno di una legge.

    Come si vede, a mio parere, ce n’è abbastanza per chiedere l’azzeramento della Magistratura tutta e la sua ricostruzione su basi più democratiche.
    Resta comunque evidente l’assoluta necessità di una riforma della Giustizia.
    Non è ammissibile che esistano pubblici magisteri e magistrati che intendano la loro professione come un puntello politico per una parte.
    Chi mette su ripetutamente processi che si concludono nel nulla poichè i fatti non sussistono deve finalmente pagarne le conseguenze.
    Non è più ammissibile che un casta altamente politicizzata ed in grado di provocare danni gravissimi all’economia ed alla democrazia del Paese goda di quella impunità che vorrebbe negare al Presidente della Repubblica e agli altri vetici fondamentali del Paese.

Mi auguro che il Governo prenda di petto, in tempi molto brevi, questo problema e lo risolva una volta per tutte.

Un’ultima osservazione in margine alla sollevazione della sinistra.
Repubblica, notoriamente il loro organo ufficiale, ha pensato bene di fare un sondaggio pensando che potesse appoggiare le farneticazioni di Di Pietro e Veltroni. Ecco i risultati:

il 59% degli italiani non ha fiducia nella Magistratura e la condanna senza appello (l’altro 41% è formato evidentemente in gran parte dalla delinquenza che ha tutto da guadagnare da questa magistratura). I motivi addotti sono: i tempi troppo lunghi dei processi, gli errori dei giudici, l’incertezza della pena e il protagonismo politico di taluni magistrati.

Il 55% degli italiani approva la norma che la sinistra definisce falsamente “blocca processi“.

Con buona pace di Veltroni, Di Pietro e i girotondini di varia natura.

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