Filosofia


É di questi giorni l’approvazione della legge europea sulla vivisezione.
Poichè molti non sanno di cosa si stia realmente parlando, mi permetto di citare testualmente alcuni paragrafi de ‘L’imperatrice nuda’ di Hans Ruesh.

Questo libro è il precipitato delle ricerche e delle polemiche che avevano impegnato Ruesch a partire dai primi anni Settanta.
Apparve presso una grande casa editrice, la Rizzoli, alla fine del gennaio del 1976. Fece in tempo a guadagnarsi una ventina di recensioni, più o meno positive e talvolta entusiastiche, ma l’editore lo ritirò poche settimane dopo. Per acutezza, ampiezza, rilevanza socio-politica e qualità letteraria, è uno dei più importante libri di critica di un’ortodossia scientifica (in qualsiasi settore) mai apparsi.
Dovrebbe essere una lettura obbligatoria nei corsi universitari di medicina, bioetica, storia e filosofia della scienza – e di letteratura. (Liberamente scaricabile, lo trovate qui: L’imperatrice nuda (pdf))

“La vivisezione si regge su quattro pilastri principali:

  1. i suoi fautori hanno imparato a operare nella più ermetica segretezza;
  2. attraverso un’intensa propaganda finanziata da sussidi statali e dai favolosi profitti dell’industria farmaceutica, essa è riuscita a far credere ai più di essere una specie di
  3. opera pia che lavora giorno e notte per il bene dell’umanità anziché nel proprio interesse materiale;
  4. il grosso pubblico, che preferisce non sentir parlare di vivisezione, il cui solo pensiero lo fa rabbrividire, si rifiuta di credere che individui con tanto di titolo di studiopossano commettere crudeltà che all’uomo normale sembrano inconcepibili;
  5. poiché la lotta alla vivisezione non apporta benefici, ma costa tempo e danaro, i movimenti antivivisezionisti sono deboli, privi di mezzi adeguati o potere politico, e quindi hanno difficoltà a farsi sentire. Ognuna delle rare denunce che si riesce a rendere pubblica viene immediatamente smentita da vivisettori titolati — professori di università, direttori di laboratori — ai quali i grossi mezzi d’informazione concedono sempre ampio spazio e non osano mai tagliare la parola, come avviene invece con le denunce degli antivivisezionisti.”

“Si crocifigge un cane per studiare la durata dell’agonia di Cristo. Si squarta una cagna gravida per osservare l’istinto materno sotto il dolore intenso. Una équipe di cosiddetti scienziati paralizza un branco di gatti, sega via la volta cranica e stuzzica il cervello mentre le bestiole non anestetizzate sono costrette a inalare varie concentrazioni di anidride carbonica, e alla fine si ha la riprova di quanto già si sapeva da anni: che esiste una correlazione tra la concentrazione dell’anidride carbonica nel sangue e gli squilibri nervosi.

Altri ricercatori immergono in acqua bollente 15.000 animali diversi, poi somministrano a metà di essi un estratto epatico di cui sono note da tempo le proprietà terapeutiche in caso di shock. Com’era da aspettarsi, gli animali trattati col farmaco agonizzano più a lungo degli altri.

Si costringono dei cani a bere soltanto alcool puro per oltre un anno, per ottenere “la prova scientifica” che l’abuso di alcool è nocivo. Migliaia di topi, conigli e cani, per lo più
tracheotomizzati, vengono costretti a fumare sigarette per mesi e anni, e naturalmente molti muoiono: ma gli sperimentatori subito avvertono che non è possibile alcuna trasmissione di dati validi all’uomo.

Due medici universitari somministrano a 12 gatti, ognuno rinchiuso in una scatola, scosse elettriche convulsivanti, distanziate in modo da permettergli di riprendersi dalla convulsione precedente. I 7 gatti che sopravvivono hanno dovuto sopportare 95 di tali scosse, gli altri 5 muoiono prima della fine dell’esperimento. Lo scopo? I medici dichiarano che fino allora non esistevano registrazioni precise delle onde cerebrali di un gatto in preda a convulsioni.

Vari cani beagles, noti per la loro indole mite e affettuosa, vengono tormentati da una coppia di scienziati finché, impazziti di dolore, cominciano ad aggredirsi a vicenda. I due scienziati volevano «studiare la delinquenza minorile».

Un noto fisiologo introduce soluzioni di pietra infernale nella mascella dei gatti per ottenere necrosi suppurative, li lascia in questo stato per mesi e mesi, dopodiché annuncia che essi non possono masticare se non tra atroci spasimi. Un altro luminare scopre nientemeno che versando acqua bollente su di un gatto «questo diventava molto irrequieto ed emetteva miagolii».

Fatti unici? Casi limite? Magari!

Da uomini con tanto di laurea, giorno per giorno milioni di animali indifesi — soprattutto cani, gatti, conigli, cavie, topi, scimmie, maiali, ma anche cavalli, asini, capre, uccelli e perfino pesci — immobilizzati e imbavagliati e spesso con le corde vocali recise, vengono lentamente accecati con acidi, avvelenati a piccole dosi, sottoposti a soffocazione intermittente, infettati con morbi mortali, sventrati, eviscerati, segati, bolliti, arrostiti vivi, congelati per essere riportati in vita e ricongelati, lasciati morire di fame o di sete, molto spesso dopo che sono state resecate parzialmente o totalmente le glandole surrenali o l’ipofisi o il pancreas o dopo sezione del midollo spinale.

In un solo cervello si conficcano fino a 150 elettrodi o vi si iniettano vari acidi o se ne asportano parti. Le ossa vengono spezzate una a una, i testicoli vengono schiacciati a martellate, si lega l’uretra, vengono recise le zampe, estirpati trapiantati vari organi, si mettono a nudo i nervi, si procede allo smidollamento della spina dorsale mediante sonde di metallo vengono cuciti gli sbocchi naturali “per vedere che cosa succede”, poi vengono attentamente osservate le sofferenze, che possono durare settimane, mesi, anni, finché non sopraggiunge la morte liberatrice, che per la stragrande maggioranza di queste creature sarà l’unica anestesia che avranno mai conosciuto.

Spesso però non vengono lasciati in pace nemmeno allora: risuscitati — miracolo della scienza! — vengono sottoposti a nuovi cicli di martiri. Si sono visti cani impazziti dalle
sofferenze che divoravano le proprie zampe, gatti le cui convulsioni li scagliavano contro le pareti delle gabbie finché venivano colti da collasso, scimmie che si avventavano le une sulle altre mordendosi a vicenda in seguito a iniezioni di varie sostanze nel cervello.
Si tratta di casi riferiti con tutta naturalezza dagli stessi “ricercatori” sulle riviste medicoscientifiche, tra cui l’inglese The Lancet (“Il bisturi”), la più autorevole di tutte.

Se è vero che la maggioranza dei medici difende la vivisezione, è altrettanto vero che i più non sanno che cosa difendono, perché non ne sospettano lontanamente l’inerente fallacia e crudeltà.

I più hanno assistito solo a qualche rara esibizione vivisezionista all’università, poi hanno cercato di dimenticare ciò che hanno visto. La maggioranza dei medici non ha mai messo piede in un laboratorio, così come la più parte dei vivisettori non ha mai passato cinque minuti al letto di un malato.
E ciò già perché i vivisettori sono di solito individui che, dopo avere conseguito la laurea in medicina, sono stati bocciati all’esame di abilitazione all’esercizio della professione.
È sintomatico che quei medici i quali non hanno esitato a denunciare la vivisezione sono sempre stati tra i più eminenti.

Più che di una minoranza, si tratta di una élite.”

«Non mi affiderei mai ad un medico vivisezionista, perché saprei che non solo è un individuo senza pietà, ma anche un asino nella sua professione» Richard Wagner

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A questo indirizzo, Sanskrit vi è una buona spiegazione di cosa sia il Sanscrito.
Per coloro che non hanno voglia di tradurre dall’inglese, lo trascrivo qui in italiano.

saṃskṛtam (संस्कृतम्) o, in breve, sanskrit o saṃskṛtā vāk (संस्कृता वाक्) è un’antica lingua sacra della regione di bharatavarsha (attualmente India, Pakistan, Bangladesh, Afghanistan, Nepal, Bhutan, Ladakh, Sri Langka e parte del Tibet), cioè la lingua dell’Induismo e dei Veda e della letteratura classica dell’India.
Il nome Sanskrit significa ‘rifinito’, ‘consacrato’ e ‘santificato’.
È sempre stato considerato un linguaggio elevato ed usato essenzialmente per discorsi religiosi e scientifici.

Vi sono attualmente centinaia di milioni di persone che lo parlano, ma la sua importamnza va ben al di là di questi numeri.
É il più antico linguaggio conosciuto. É anzi considerato la vera origine di tutti i linguaggi; la lingua da cui tutte le altre si sono evolute. I Vedas, comunemente accettati come i primi testi scritti dell’umanità, sono scritti in Sanscrito.

Fra gli Indiani è profondamente radicata la credenza che il Sanscrito fosse la lingua dei Devas (divinità), ed è questo il motivo per cui durante il periodo Vedico (6.000 – 8.000 anni fa) era conosciuto col nome Daivi Vak (la lingua divina).
Panini, il grandissimo grammatico, strutturò questa lingua con la sua grammatica nel settimo secolo prima di Cristo e da quel momento ci si riferì ad essa col nome di Samskritam.
Numerosissimi sono i lavori culturali, spirituali e scientifici scritti in questo antico linguaggio. Tutta la letteratura classica Veda fu scritta in Sanscrito, inclusi i testi classici di Yoga, il Vedanta e altri saggi spirituali e filosofici antichi. Sempre in Sanscrito si trovano testi storici, astrologici, astronomici, di medicina, architettura e fisica.

La lingua è estremamente regolare, quasi matematica nella sua grammatica e formulazione. Come già detto è considerata la lingua degli Dei. La scrittura è chiamata Devanagari, che significa ‘usta nelle città degli Dei’.

Le parole vengono costruite partendo da un certo numero di radici, ciascuna delle quali è considerata avere una qualità intrinseca che incarna il significato stesso, e quindi non è un semplice simbolo.

Il suono è considerato il più sottile di tutti i cinque elementi e il suo controllo può manipolare la materia, come avviene tramite il canto dei Mantra.

Essendo il più antico linguaggio del mondo, il Sanscrito fu per tre millenni la lingua franca del subcontinente indiano. la lingua della scienza, del sapere, della spiritualità e della cultura. È il linguaggio delle Scritture Hindu, dei Vedas, delle Upanishad, della Bhagavad Gita, del Mahabarata, del Ramayana e dei Puranas. La letteratura Sanscrita è probabilmente la più ricca nella storia dell’umanità. La parola Sanscrito letteralmente significa ‘la Lingua Perfetta’ o ‘il linguaggio portato alla perfezione formale’. È un nome altamente appropriato se si considera che la NASA lo ha dichiarato come ‘l’unico linguaggio non ambiguo del pianeta’. E recentemente alcuni scienziati hanno espresso l’idea che il Sanscrito sia la lingua migliore da usare nel mondo dell’informatica.

Il Sanscrito è la base di molte lingue moderne indiane – Hindi, Gujarati, Marathi, Punjabi – così come del classico Prakrit e delle lingue delle scritture Buddiste, del Pali. Ha influenzato il Francese, il Tedesco, il Russo, l’Inglese, le lingue del Sud Est asiatico come il malese, il giavanese, il Cambogiano, il vietnamese, il tailandese e il filippino.

In esso ritroviamo molte antiche forme di parole come ‘father’, ‘through, ‘shampoo’, ‘trigonometry’ e ‘mouse’, mentre centinaia di parole sanscrite, come ‘guru’, pundit’, ‘dharma’, ‘bandh’ e ‘yoga’ si trovano nel dizionario di Oxford.

Il Sanscrito, come molte altre lingue Indiane e del Sud Est asiatico, usa come alfabeto il Devanāgarī.

Il Devanāgarī è un alfabeto fonetico che consiste in tredici vocali (svara) e 34 consonanti (vyanjana). É conoscito come una scrittura sillabica – ogni lettera ha un suono univoco e costituisce una singola sillaba di ogni parola. Si scrive da sinistra a destra e non usa maiuscole e minuscole. La maggior parte delle lettere ha una linea in alto. Quando si scrivono parole questa linea generalmente si estende sopra l’intera parola. Ci sono comunque alcuni casi in cui una singola lettera può interrompere la linea.
Contrariamente all’inglese dove ogni consonante ha un suono (b = bi, f=effe, ecc.),in Sanscrito le lettere che rappresentano una consonante incorporano il suono a (pronunciato ah – ka, ta, pa, ecc.) rendendo ogni simbolo una singola sillaba. La vocale ‘a’ può essere rimpiazzata da qualsiasi altra vocale con l’aggiunta di simboli extra.
Le consonanti possono essere congiunte. Ve ne sono migliaia, la maggior parte combinazione di due o tre consonanti. Ma ve ne sono anche con quattro e, almeno una, con cinque.

Storia

La tradizione Vedica ci informa che gli esseri umani nell’antichità erano fisicamente e intellettualmente molto più abili che non ai nostri giorni. La conoscenza era trasmessa per via orale dal momento che i discepoli erano in grado di memorizzare qualsiasi cosa avessero sentito per una volta. Per questo motivo la scrittura non era assolutamente necessaria. Ma all’alba della nostra era – il kali yuga – la mente umana si è degradata sempre di più e un po’ alla volta ha perso tutte le sue buone qualità. La durata della vita è diminuita e con la perdita della memoria l’antico sistema di trasmissione del sapere non era più applicabile. Per evitarne la decadenza, la saggezza Vedica doveva essere conservata in forma scritta. Ciò avvenne circa 5.000 anni fa per merito dell’incarnazione divina Shri Vyasadeva. Fu lui a comporre la letteratura vedica che noi conosciamo, e precisamente i quattro Veda, le Upanishads, i Puranas e il Mahabharata. Egli pertanto non creò alcuna nuova conoscenza, ma cercò semplicemente di preservare l’originale conoscenza umana per le generazioni a venire.

A quel tempo devanagari era la lingua dell’intera popolazione civilizzata della terra. Ma a causa della mancanza di esercizio e alla poca cura della pronincia, il popolo ignorante cominciò a sviluppare numerosi dialetti. Prima di allora questa decadenza linguistica era stata con grande cura evitata perchè era ben risaputo che il potere materiale e spirituale di un linguaggio dipende in grande misura dalla sua purezza. Ora comunque nascevano molti dialetti che, deviando sempre più dall’originale, non potevano più essere chiamati devanagari.Ne derivarono nuove lingue, chiamate prakrta.

Con l’avanzare del kali yuga qusti dialetti praktra si diffusero sempre più sino a superare il linguaggio puro originale. Infine furono adottati anche dalle classi colte. I saggi ed i discepoli del tempo si allarmarono. Insieme al loro linguaggio videro la decadenza anche della cultura Vedica. Per questo motivo profusero enormi sforzi e tempo per costruire una grammatica standardizzata con l’intento di preservare la lingua devanagari nella sua originale purezza. Sebbene sino ad allora ciò non fosse stato necessario, ora questo sforzo sembrava l’unica possibilità per controbilanciare il decadimento culturale, intellettuale e spirituale della società.

Il più importante, e quello che ebbe maggior successo, tra questi grammatici, fu Panini. La sua grammatica supera tutte le altre per solidità e precisione, divenne lo standard e rimase indiscussa sino ai nostri giorni. Panini riuscì ad unire il linguaggio originale devanagari aud una rete esatta di regole, preservandolo perciò per i posteri. Da quel momento la lingua fu chiamata Sanskrit, che significa ‘associato, rifinito’.

Secondo i Veda, il Sanscrito non è il risultato di qualche lingua prakrta, ma sono quete che sono state sviluppate dall’originale linguaggio Snscrito, chiamato Devanagari. Al giorno d’oggi il sanscrito non è altro che il tentativo riuscito di conservare l’antico linguaggio e di prevenirne futuri cambiamenti. E lo sviluppo della scrittura no è affatto visto come un progresso della civilizzazione umana, ma piuttosto come un sintomo della degradazione continua delle qualità umane.

Secondo la tradizione il Sanscrito è il linguagio originale dei Vedas. Essi sono stati trasmessi direttamente dal mondo spirituale all’alba della creazione. Per questo il loro linguaggio ha il potere di connettere chi recita e chi ascolta i mantra e gli sloka con l’eterna relatà spirituale.- in maniera speciale se i mantra contengono uno dei numerosi nomi di Dio. Di conseguenza il Sanscrito produce una vibrazione sonora trascendentale che è in grado di liberare le entità viventi dall’esistenza materiale chiamata samsara, il ciclo di vite e di morti.

Oggi, mentre siamo costretti da sempre nuove scoperte archeologiche a spostare all’indietro l’origine dell’uomo, questa versione non appare assurda. O quanto meno non vi sono evidenze concrete per scartarle come mitologica.

Non ha importanza comunque se accettiamo l’opinione accademica o la versione fornita dai Veda. Noi non possiamo guardare al Sanscrito che come ad uno dei grandi linguaggi culturali del pianeta. Ha influenzato molte zone del nostro pensiero e della nostra cultura ed è ancora parlato da molti discepoli dentro e fuori dell’India. Senza conoscere la cultura Sanscrita, L’india attuale e le sue tradizioni non potrebbero essere comprese.

Fino al 1100 dopo Cristo il Sanscrito fu senza interruzioni la lingua ufficiale dell’intiera India. La sua dominanza è dimostrata da una ricca letteratura di diversi generi tra cui la religione, la filosofia, le favole, i racconti, la scienza, la legge e la politica.

Al tempo dell’invasione mussulmana, il Sanscrito venne gradualmente rimpiazzato da lingue comuni patrocinate dai mussulmani allo scopo di sopprimere la tradizione culturale e religiosa dell’India per suppiantarla con la propria. Ma non riuscirono ad eliminare l’uso letterario e spirituale del Sanscrito. Persino oggi in India vi è un forte movimento che chiede il ritorno del Sanscrito come lingu aufficiale dell’intiero Paese. Il Sanscrito infatti, essendo un linguaggio derivato da semplici radici monosillabiche a cui vengono aggiunti prefissi e suffissi in base a precise regole grammaticali, ha un’infinita capacità di crescere, adattarsi ed espandersi in base alle richieste di un mondo che si evolve rapidamente.

In questi ultimi due secoli la letteratura sanscrita è stata arricchita da un vasto vocabolario di nuove parole. Sebbene queste aggiunte siano tutte basate sui principi grammaticali del Sanscrito, e per la maggior parte composte da radici sanscrite, vi sono anche contributi derivanti dall Hindi e da lingue internazionali. Ad esempio per la parola televisione si è creata la parola duradarshanam, che significa ‘ciò che provvede la visione di quello che è distante’, e che deriva interamente da radici sanscrite; per la parola motocicletta, invece, si usa invece motaryanam che deriva dall’inglese..

Oggi vi sono almeno una dozzina di periodici in sanscrito, un’agenzia di notizie, la All-India-News, che trasmette in Sanscrito, la televisione che trasmette programmi e films in sanscrito, un villaggio di 3.000 abitanti in cui si parla solo sanscrito e un’infinità di piccole comunità sparse in tutta l’India insieme ad alcune scuole dove il sanscrito è la lingua utilizzata. Il sanscrito moderno è vivo e in buona salute.

La cosa straordinaria riguardante il sanscrito è che esso offre a ciascuno l’accessibilità a quel livello elevato dove la matematica e la musica, il cervello e il cuore, la mente analitica e quella intuitiva, la scienza e lo spirito si uniscono diventando un’unica realtà.

Come già detto la NASA ha dichiarato il sanscrito come l’unica lingua del pianeta non ambigua (e quindi più adatta per l’uso nell’informatica). Tale giudizio appare in un articolo, intitolato [http://www.vedicsciences.net/articles/sanskrit-nasa.html||Sanskrit & Artificial Intelligence], apparso nel periodico AI (Artificial Intelligence) nella primavera del 1985, scritto dal ricercatore della NASA Rick Briggs:

“Negli ultimi vent’ann, molto tempo sforso e denaro è stato impiegato nel disegnare una rappresentazione di linguaggi naturali non ambigua per renderla accessibile al calcolo computeriale. Questi sforzi si sono accentrati nel creare schemi disegnati da relazioni logiche parallele con relazioni espresse dalla sintassi e dalla semantica di linguaggi naturali, che sono chiaramente poco adatti e ambigui nella loro funzione di veicoli per la trasmissione di dati logici. É comprensibile quindi che sia molto diffusa l’idea che i linguaggi naturali non siano adatti alla trasmissione di molti concetti che il linguaggio artificiale può rendere con grande precisione e rigore matematico. Ma questa dicotomia (dualismo) che è servita come premessa per molti lavori nell’area della linguistica e dell’intelligenza artificiale, è falsa. C’è almeno una lingua, il Sanscrito, che è stato per circa un millennio una lingua parlata, con una considerevole letteratura propria. A fianco ad opere di valore letterario, vi è stata una lunga tradizione filosofica e grammaticale che continua ad esistere con pari rigore anche ai giorni nostri. Tra le realizzazioni dei grammatici si può ricavare un metodo per trasformare il Sanscrito in una maniera che è identica non solo nell’essenza, ma anche nella forma con gli attuali lavori sull’intelligenza artificiale. Questo articolo domostra che un linguaggio naturale può servire anche come linguaggio artificiale e che la maggior parte del lavoro nell’intelligenza artificiale è stato il reinventare una ruota che esisteva già alcuni millenni fa.”

Questa scoperta è di enorme significato. É sbalorditivo pensare che abbiamo a disposizione un linguaggio che è stato parlato per almeno 5.000 anni e che sembra essere sotto tutti i punti di vista il linguaggio perfetto per la comunicazione più alta. Ma l’aspetto più straordinario è che secondo la NASA, attualmente il centro di ricerca più avanzato nel mondo, ha scoperto che il sanscrito, la lingua spirituale più antica, è anche l’unico linguaggio del pianeta privo di ambiguità.

Basato su radici sonore e vibrazioni dell’universo.
Come la fisica quantica ci ha rivelato, tutto e ogni cosa consiste di vibrazioni. L’essenza primaria di qualsiasi oggetto o fenomeno può così essere pensata come il suo caratteristico, unico (oppure composto) schema di vibrazione.

Si dice cje il Sanscrito stesso sorge dalle varie radici sonore o dalle vibrazioni dell’universo. Le varie vocali e consonanti che costituiscono le parole sanscrite rappresentano queste radici sonore, conosciute come bijas. In stati di profonda risonanza con il cosmo (in altre parole in meditazione), i Rishis, gli antichi scienziati spirituali, potevano percepire questi suoni bijia; e da questo profondo senso di percezione, essi riconoscevano i suoni inerenti a ciascuna cosa.

Una parola sanscrita, pertanto, non è semplicemente un nome scelto per indicare qualcosa, ma il riflesso del suono inerente tale oggetto, concetto o fenomeno. In realtà la giusta, o meglio perfetta, pronuncia delle parole sanscrite può replicare l’esatta natura o essenza di ciò a cui ci si riferisce.

Si dice anche che in una mente perfettamente pura, l’udire la parola sanscrita, pronunciata in maniera perfetta, fa apparire come risultato l’immagine dell’oggetto, dell’idea, eccetera, anche se tale oggetto, idea, eccetera, non era mai stato visto nè era mai stata udita una sua descrizione. Similmente la perfetta pronuncia di una parola snascrita ha il potere di manifestare e/o influenzare l’oggetto corrispondente. Il Sanscrito, proprio per questa ragione è chiamato ‘il linguaggio perfetto’.

Questa è in sostanza l’essenza di uno dei principi che nella tradizione vedica riguardano il canto dei mantras. Oggi vi sono solo pochi che posseggono la conoscenza e l’abilità di una ‘perfetta pronincia’. E ancora meno che abbiano una mente sufficentemente pura da essere in grado di ricevere l’innata verità di questa lingua ascoltandola.

Il Sanscrito è il linguaggio del mantra
Parole di potenza che sono sottilmente sintonizzate con gli schemi non visibili di armonie della matrice della crazione, del mondo non ancora formato.

Vak (parola) incorpora sia il senso della voce che della parole. Ha quattro forme di espressione. La prima, para, rappresenta l’idea cosmica che sorge dall’assolota, dalla presenza divina. La seconda, pasyanti (vedere), è vak come soggetto, che vede chi crea l’oggetto come madhyama-vak, la terza e sottile forma della parola prima che si manifesti come vaikhari-vak, la grossolana produzione di lettere nel linguaggio parlato. Ciò implica la possibilità di avere parole orientate a vivere direttamente la verità che trascende la preoccupazione individuale con le informazioni limitate accessibili tramite i sensi. Parole pronunciate come tali sono manifestazioni vive e crative di forza. Penetrano l’essenza di ciò che descrivono e danno vita a significati che riflettono le profonde correlzione della vita.

L’organizzazione unica dell’alfabeto serve per focalizzare l’attenzione sugli schemi e le qualità dei suoni articolati in una maniera che non si trova in nessun altro linguaggio. Ponendo continuamente l’attenzione alla localizzazione, al grado di risonanza e allo sforzo del respiro, l’attenzione viene via via sempre più consumata dalla diretta esperienza del suono articolato. Ciò di per sè produce una chiarezza di pensiero mai sperimentata ed una festa nella gioia del linguaggio, visto che ogni combinazione di suoni segue regole strettissime che essenzialmente rendono possibile un ininterrotto scorrere di una perfetta armonizzazione eufonica di lettere in parole e versi.

Sotto il cielo tutti
sanno che il bello è bello,
di qui il brutto,
sanno che il bene è bene,
di qui il male.

E’ così che
essere e non-essere si danno nascita fra loro,
facile e difficile si danno compimento fra loro,
lungo e corto si danno misura fra loro,
alto e basso si fanno dislivello fra loro,
tono e nota si danno armonia fra loro,
prima e dopo si fanno seguito fra loro.

Per questo il santo
permane nel mestiere del non agire
e attua l’insegnamento non detto.
Le diecimila creature sorgono
ed egli non le rifiuta,
le fa vivere ma non le considera come sue,
opera ma nulla si aspetta.

Compiuta l’opera egli non rimane
e proprio perchè non rimane
non gli vien tolto.

(Lao Tzu nel Tao Te Ching)

Mi sono imbattuto in un sito che parla di Serge Kahili King. Più precisamente in un suo articolo (di cui riporto l’essenziale a fine pagina) che insegna un metodo di guarigione alquanto inusuale. Lo riporto, insieme ad alcune notizie sull’autore, per quanti vogliano provarlo, visto che male non può fare.

Serge Kahili King
Serge Kahili King è stato avviato alla pratica di sciamano Huna da suo padre all’età di quattordici anni, dopo un percorso che lo ha portato a laurearsi in psicologia presso la California Coast University, un Master in International Management presso la American Graduate School of International Management (Thunderbird) in Arizona, ed un Bachelor’s degree in Studi Asiatici presso l’University of Colorado, il Dr. King è il curatore del Museo d’Arte Hawaiana di Kauai dove sono esposte opere hawaiane e manufatti africani.
Nel suo background troviamo anche un’esperienza di vita e lavoro in Africa dove diresse comunità, fondò ed amministrò scuole, programmi nutrizionali, sociali e agricoli. Per i servizi resi al popolo africano, il Presidente del Senegal Leopold Sedar Senghor, lo insignì della medaglia al Grand Ordre National du Senegal.
Oggi insegna alle persone come usare le pratiche sciamaniche e di guarigione spirituale ed usa le sue conoscenze per aiutare il prossimo a scoprire il proprio potere creativo.

Sciamanismo Huna
L’aspetto fondamentale della filosofia Huna è che ciascuno di noi crea la propria personale esperienza della realtà. Ognuno crea il suo mondo. Questo avviene attraverso le proprie personali convinzioni e interpretazioni, l’insieme di pensieri, idee, sensazioni, emozioni, le particolari azioni e reazioni. Huna mira a migliorare la qualità della propria vita, a far ritrovare la padronanza di se stessi, a contattare il sé inferiore, il sé superiore, a creare un’armonica risonanza fra gli aspetti di sé e il mondo.
Ogni essere umano nasce in un mondo precostituito da cui riceve immediatamente le istruzioni per l’uso, ovvero insegnamenti su come è la realtà e come ci si deve muovere in essa. La socializzazione porta all’interiorizzazione di schemi, modelli comportamentali e abitudini. Le personalità e le proprie convinzioni principalmente derivano da questa socializzazione (Matrix) così come il modo di pensare, di agire, di interpretare la realtà e di plasmare l’esperienza di vita.
Nel descrivere la realtà, qualunque realtà, gli Huna sanno che chiunque fa uso di sistemi di classificazione e che la classificazione stessa, essendo una utile, ma arbitraria modalità descrittiva, può ad ogni momento essere annullata per procedere a nuove, più utili classificazioni.
Gli Huna pensano che noi siamo co-creatori dell’universo. Questa convinzione in realtà pertiene a tutti i grandi sistemi religiosi mondiali nella loro parte più esoterica e si rifà al concetto di unità con il divino: tutto è Uno. Per gli Huna Dio e l’Universo sono Uno, cioè esattamente la stessa cosa e noi ne siamo parte. Questo indica all’uomo la responsabilità del suo enorme potere creativo attraverso le sue grandi qualità essenziali, ovvero l’Amore, l’Intelligenza e l’Energia.
( – Che cos’è lo sciamanismo degli Huna)

Forme di guarigione

…Dopo attenta riflessione decisi di sperimentare con quattro simboli, ciascuno accompagnato da una sola parola di comando:

Cerchio – Guarigione!
Triangolo – Aumenta!
Quadrato – Rafforza!
X – Stop!

Il modo in cui ho usato tutto ciò, è stato quello di pensare a ciò che volevo influenzare, proiettarci sopra col pensiero uno dei quattro simboli e fissare l’attenzione sulla parola chiave. La ripetizione è parte del processo.
Ecco alcune delle mie esperienze:

  1. Una mattina sentivo una tensione alle mie spalle e provavo una leggera depressione. Durante il tragitto alla Talk Story ho immaginato un cerchio sulle mie spalle mentre dicevo “Guarisci la tensione!”. Poi ho messo un triangolo dentro al cerchio e ho detto “Aumenta la mia auto-stima!”.
    Immediatamente ho iniziato a sentire un attenuamento della tensione che era sparita completamente quando raggiunsi il nostro museo dove si tenevano le conferenze. Durante il tragitto avevo ripetuto il processo parecchie volte. …
  2. Ho sperimentato ancora l’uso dei simboli per vari dolori, malanni, tensione e stati d’animo e ho ottenuto risultati molto rapidi.
  3. Ha dato risultati in molte occasioni anche per manifestazioni di volontè e desideri.
    …”

( – Healing Shapes by Serge Kahili King)

Nella letteratura Vedica, un posto di rilievo spetta certamenta al libro Ramayana di Maharishi Valmiki.
È una delle due grandi epiche che formano l’anima della nazione Indiana.
Il Ramayana proclama la grandezza di una vita d’azione basata sui principi di giustizia e di dovere.
Sprona tutti gli uomini a diventare incarnazioni del ‘Dharma’ (dovere), in quanto una vita senza Dharma non è degna di questo nome.
Narra della lotta tra Rama (incarnazione del Dharma) e Ravana (incarnazione dell’Adharma).
Il Ramayana è una guida completa alla piena realizzazione di Dio. È un libro che contiene l’essenza di tutti i Veda e di tutte le Scritture.
E, cosa che non guasta, è un libro avvincente e bellissimo da leggere.
Vi consiglio la versione curata da Swami Venkatesananda edita dalle ‘Edizioni Vidyananda’ (ISBN 88-86020-10-4).

Come molte Sacre Scritture, anche il Ramayana ha più chiavi di lettura. La prima, immediata, è quella del racconto storico. Vi si parla di una guerra, del suo svolgimento e della sua conclusione.
Ad una più attenta analisi si vede come le lotte descritte siano in realtà quelle che avvengono in ciascuno di noi: rappresentano l’eterna battaglia tra le forze del bene e quelle del male.
Letto in questo modo, vedendo cioè nel libro uno specchio nel quale si riflette il nostro cuore e la nostra mente, il Ramayana assume la qualità di ‘Guru’, di Maestro, e può condurci alla scoperta della Verità.

Qui comunque mi limito alla parte puramente descrittiva, quella che possiamo chiamare storica.
È interessante almeno per due motivi: gli archeologi cominciano a trovare riscontri concreti a quanto raccontato nel testo; il testo stesso racconta una guerra condotta con armi nucleari e oggetti volanti.
Ed è proprio su quest’ultima curiosità che voglio attirare la vostra attenzione.
Gli oggetti volanti descritti nel Ramayana, in realtà, compaiono in tutta la letteratura Vedica col nome di Vimana. E, anzi, esiste un volume che ne descrive la costruzione e che insegna come pilotarli.
(Vimana)

Dal Ramayana:
… Aksha saltò sul suo aereo, che era un velivolo eccezionale, ottenuto con molto impegno e sacrifici. Era placcato d’oro puro; aveva le torrette di pietre preziose; era azionato da otto propulsori, e poteva raggiungere la velocità della mente! …Era equipaggiato con otto torrette per lanciare missili, che puntavano nelle otto direzioni. …“.

Il Ramayana come detto descrive la guerra tra Rama e Ravana, re di Lanka (isola). Generalmente si è portati a identificare Lanka con l’odierno Sri Lanka.
È però molto improbabile che all’epoca dei fatti esistesse l’isola dello Sri Lanka e che quindi, lì, potesse essere identificato il regno di Ravana.
Molto più probabile si trattasse di un’isola nella valle dell’Indo, dove recentemente sono state scoperte città e rovine che trovano precisi riscontri nei Veda.
Sotto questa ottica si potrebbe identificare Lanka con l’attuale Mohenjo Daro (monte dei morti), un’antica città di circa 40.000 abitanti, improvvisamente abbandonata tra il 1.700 e il 2.500 a.C..
La città, sulla riva del fiume Indo, all’epoca di cui si parla era in realtà un’isola dello stesso e sorgeva sopra una collina. Aveva un altissimo livello di civilizzazione: la strada principale, larga sei metri, aveva sistemi di canali ai lati che servivano a ripulirla dalla polvere; erano previsti spazi per la raccolta dei rifiuti; i pavimenti delle case erano piastrellati e l’acqua corrente, sino al terzo piano, era assicurata da pozzi verticali; al centro si ergeva il granaio ed era dotata di una grande piscina pubblica.
Improvvisamente venne abbandonata dalla sua popolazione. Gli storici non riescono a darne una spiegazione accettabile, ma esistono indizi che la ricollegano al Ramayana.

Nella parte del poema chiamata “Uttara Kanda“, infatti, nel capitolo 23, è scritto:

Vedendo il loro esercito abbattuto in volo, i figli di Varuna, sopraffatti dalla pioggia di missili, tentarono di interrompere il combattimento. Stavano fuggendo sottoterra (3) quando videro Ravana sul suo Pushpaka Vimana. Cambiarono repentinamente rotta e si slanciarono verso il cielo con la loro flotta di macchine volanti. Una terribile lotta scoppiò nell’aria.”

Ravana rapisce Sita, figlia di Jawata re della città di Mithila e sposa di Rama, il quale dopo un’aspra battaglia ucciderà Ravana e libererà Sita. Nel capitolo 88 dell’Uttara Kanda si legge la reazione di Re Jawata:

Arderà Indra il reame di quel malvagio con una pioggia di polvere soverchiante. È giunta l’ora dello sterminio di quell’insano e dei suoi seguaci.

Quindi il dardo di Indra distrugge la roccaforte di Ravana. Ma il suo regno, posto fra i monti Vindhya e Saivala, gli odierni Aravalli e Sulaiman, corrisponde a Lanka, parola che significa isola, cioè Mohenjo Daro situata proprio su di un isola del fiume Indo.

Certamente considerazioni difficili da digerire, ma che sembra trovino conferma in alcuni fatti:

  1. Mohenjodaro, fiorente e popolosa città in riva all’Indo è “morta” improvvisamente in un’epoca imprecisata che gli archeologi hanno fissato entro limiti massimi del 1700-2500 a.C.
  2. Nelle sue strade, sono stati rinvenuti 44 scheletri, 43 dei quali risalenti al momento della fine della città. Il 44° è invece vecchio di pochi secoli fa e quindi non ci interessa.
  3. Le posizioni in cui sono stati trovati gli scheletri denunciano una morte improvvisa, ma senza segni di ferite d’arma bianca.
  4. Gli scheletri portano evidenti segni di calcinazione.
  5. La posizione in cui sono stati trovati , fa ritenere che le persone non si aspettassero di morire!
  6. Gli scheletri sono stati rinvenuti in una fascia semicircolare della città.
  7. Durante gli scavi sono state rinvenute pochissime armi.
  8. Sui ruderi della città sono state rilevate tracce di vasti incendi che hanno interessato soprattutto i piani più alti.
  9. Almeno uno dei pozzi della città è ancora attivo.
  10. I ruderi sono di altezze diverse. Collegandone le cime con una linea ideale si ottiene una retta che degrada verso il lato Sud-Sud-Ovest della città.
  11. Nel punto in cui questa retta ideale si congiunge al terreno, il suolo è ricpoerto , per una larga zona, di frammenti d’argilla fusi e vetrificati.
  12. Questi frammenti sono stati esposti, per un brevissimo periodo, ad un calore di migliaia di gradi.
  13. La maggioranza delle case sono state trovate prive delle suppellettili, come se la popolazione avesse EVACUATO la città…

Tutto lascerebbe quindi pensare ad una terrificante esplosione che abbia distrutto la città. L’arma usato era un’arma nucleare e ciò sarebbe dimostrato da molti ritrovamenti.
Innanzitutto alcuni manufatti carbonizzati che furono sottoposti per un brevissimo periodo ad una temperatura superiore ai 1.500 gradi centigradi (furono analizzati dal CNR italiano dai prof. Bruno Di Sabatino, Amleto Flamini e dal dott. Giampaolo Ciriaco) con conseguente vera e propria ebollizione delle pietre. Segue la radioattività riscontrata sugli scheletri trovati che sembrano essere stati proiettati al suolo da una forza immane e la radioattività, in misura ancora perisolosa, risontrata in tutta la città.
Tutto ciò è stato raccontato da Lord David William Davenport, un inglese profondo conoscitore dell’india e delle sue lingue, sanscrito compreso, in un libro intitolato ‘2000 a.C.: distruzione atomica’ (ed. Sugarco, Milano 1978) scritto insieme al giornalista Ettore Vincenti.

Siti e forum che trattano dell’argomento affollano la rete. Io mi limito a segnalarvene uno dove potete vedere anche alcune foto della città.

(Mohenjo-Daro: la Hiroshima dell’Antichità)

Spero con questo di avervi fatto venire la voglia del Ramayana, uno dei libri più belli della letteratura indiana.

da un articolo di Marie- Christine Sclifet
Antichità dell’astrologia vedica

Secondo gli Indiani, la loro astrologia data da più di 5.000 anni, mentre i loro scritti sacri, i Veda, sono ancora più antichi.

Se guardate la datazione dei Veda in una enciclopedia (anche Wikipedia) troverete che vengono fatti risalire al massimo al 1.200 a.C..

Cerchiamo di mettere un po’ d’ordine su queste date contrastanti.

La datazione ufficiale deriva dalle ricerche effettuate da Max Muller (1859), secondo il quale un popolo nomade proveniente dal Caucaso ha invaso l’India nel secondo millennio a.C. e vi ha lasciato i Veda. Questo popolo, dalla pelle chiara (ariano) è anche responsabile della disseminazione di lingue indoeuropee di cui faranno parte il Sanscrito, il Greco ed il Latino.
La datazione del più antico testo vedico, il Rig Veda, (1.200 a. C.) ha per origine la “teoria” dell’invasione ariana, inventata dal Muller, che la pone intorno al 1.500 a. C. per accordarla alla cronologia biblica. E’ sempre Muller che chiama gli invasori bianchi “ariani” e indica i residenti dalla pelle scura col nome di “Dravidiani”. In questo modo pensa di spiegare scientificamente il significato della “guerra tra le potenze della luce e quelle delle tenebre, indicata dagli antichi scritti vedici come un combattimento tra popoli dalla pelle chiara contro popoli dalla pelle scura.

Da un secolo e mezzo questa è la ‘verita’ assodata che viene insegnata in tutte le scuole occidentali e in molte scuole indiane.

Prima di addentrarci su una datazione precisa dei Veda vediamo di indicarne l’ordine della loro  composizione.
Eccolo:
Il Rig Veda è il più antico, seguito dal Sama Veda, seguito a sua volta dal Vajur Veda e dal Atharva Veda.
I Vedangas e gli Upa-Vedas sono stati composti dopo i Veda, così come l’epopea di Mahabbarata e di Ramayana, le Upanishads e i Puranas.
Secondo la cronologia indiana il Mahabbarata è del 3.100 a. C., il Ramayana del 4.300 a.C. e Manu del 6.776 a. C..
Per nostra fortuna i testi vedici contengono molte informazioni su avvenimenti astronomici, informazioni che debbono per forza esser state viste da chi le ha scritte.
Il rig Veda, ad esempio, descrive un eclisse ‘centrale’ solare avvenuta un unica volta in tutta la nostra storia e che è datata dagli astronomi il 26 luglio 3928 a. C.
Oltre ai dati astrologici che fanno risalire il Rig Veda ad almeno 3.900 anni prima di Cristo, vi sono poi tutta una serie di scoperte archeologiche avvenute nell’ultimo secolo.
Tali scoperte (oltre 1.000 siti archeologici) indicano senza ombra di dubbio l’esistenza di una civiltà Sindo-Sarasvati che ha conosciuto il suo massimo splendore nel 3 millennio a. C..
I reperti trovati mostrano una pianificazione urbana con vie ad angolo retto ed orientate secondo i punti cardinali, templi e case a più piani costruite in mattoni, magazzini, negozi, bagni privati e pubblici, oggetti di artigianato, ceramiche, maioliche, metalli e gioielli. Nonchè l’uso di unità standadizzate di misure e di peso.

Nella capitale, Harappa, indicata nei Veda, sono stati trovati scritti, in una lingua che viene indicata come la capostipite del Sanscrito, datati 4.500 anni prima di Cristo. Si è anche individuata con i sonar quella che potrebbe essere la città più antica del mondo (7.500 a. C.), che attualmente è coperta dal mare, e che è chiamata Cambay.

Nel Rig Veda si fa l’elogio di Sarasvati, un immenso fiume la cui larghezza in alcuni posti viene raggiunge secondo i sacri testi i 7 chilometri circa.
Dal momento che di questo fiume leggendario non v’era alcuna traccia, il Sarasvati fu considerato dalla scienza ufficiale per due secoli come una bella leggenda e di conseguenza i testi vedici furono visti come una raccolta di poesie, leggende e recite mistiche.
Recenti fotografie da satellite hanno però finalmente rivelato l’esistenza di un fiume secco, il Sarasvati, sulle cui rive si trovano un gran numero dei siti archeologici che hanno riportato alla luce le antiche città descritte dai Veda.
Da ciò si deduce che il fiume di cui parla il Rig Veda è sicuramente esistito, che la civilizzazione descritta dai Veda è esistita ed era, come descritto, sulle rive del fiume.
Il fiume stesso, nel corso di alcuni secoli si seccò. Scomparve completamente intorno al 1.900 a. C.. Ciò ha come conseguenza che il Rig Veda dovette per forza essere stato scritto in epoca precedente.

Sempre secondo la “teoria” ariana, gli Indiano hanno conosciuto i cavalli in seguito all’invasione del popolo dalla pelle bianca che li ha introdotti nel paese (secondo millennio a.C.).
Recentemente però sono stati ritrovati in India ossa di cavalli risalenti al 5.000 a. C..

In moltissimi siti archeologici sono inoltre stati rinvenuti altari costruiti secondo i precisi dettami vedici e statuette raffiguranti divinità vediche, svastiche e figure nella posizione tiipica dello Yoga. Tutti reperti databili in tempi precedenti il 3.000 a. C.

Altro punto che indica l’antichità dei Veda è l’astrologia, i cui principi base si ritrovano nell’Jyotisha Vedanta che sviluppa concetti contenuti nel Rig Veda..
A proposito di astrologia è interessante notare quanto scoperto dall’astronomo francese Jean-Sylvain-Bailly nel 18 secolo:
…i movimenti delle stelle calcolati dagli Indù da circa 4500 anni non variano di un solo minuto dalle tavole (moderne) di Cassini e di Meyer. Le tavole indiane danno la stessa variazione annua della Luna di quella scoperta da Tycho Brahe- una variazione sconosciuta alla scuola d’Alessandria ma anche dagli Arabi. …“.
I segni dello zodiaco, uguali a quelli che conosciamo oggi, appaiono già nel Rig Veda il che indica che lo zodiaco è vecchio almeno come i Veda ed era usato in India ben prima che in Babilonia (dove gli eruditi dicono sia nato).

Da tutto ciò, sia a livello di datazione astronomica dei testi, sia a livello dei loro contenuti, sia dai ritrovamenti archeologici di Harappa e dei suoi scritti si può con certezza affermare che l’astrologia vedica è vecchia di almeno 5.000 anni, mentre emerge chiaramente come la “teoria” dell’invasione ariana non regge e la “supposta” datazione dei Veda stabilita da Muller non è valida.

P.S.: Il Mahabbarata descrive una guerra e dà alune indicazioni astronomiche. Da queste non solo si può dedurre come all’epoca in cui fu scritto erano consciuti i pianeti Mercurio, Venere, Marte, Giove, Urano e Pluto, ma dalla posizione indicata per quest’ultimo si può risalire alla data della guerra stessa: il 5.561 a. C.! (http://www.hindunet.org/srh_home/1996_7/msg00126.html)

Alcuni links per approfondire:
The Indus Civilization
Harappa
Fishes
The indus script
Saturn and the tortoise
‘Earliest writing’ found (BBC News)
Dwarka (Mahabbarata)
The Lost City of Dvaraka
Indian civilisation ‘9,000 years old’ (BBC News)
Lost city ‘could rewrite history’ (BBC News)
Indus astronomy symbols
Proof of Vedic Culture’s Global Existence
The Myth of the Aryan Invasion of India

Mi sono imbattuto nel sito del fisico Marco Biagini che, alla teoria materialista imperante che vorrebbe ridurci ad un tubo digerente, ne contrappone una del tutto diversa e molto pià credibile.

Cerco di riassumere quanto da lui esposto in vari articoli, sperando di esserci riuscito.
Come al solito potete approfondire l’argomento agli indirizzi riportati in fondo.

Tutta la materia che ci circonda, sia allo stato solido, liquido o gassosos, così come quella che costisuisce i tessuti del nostro organismo è fatta di soli tre tipi di particelle: i protono, i neutroni e gli elettroni.

Le forme di interazione tra queste particelle sono quattro: nucleare forte, elettromagnetica, nucleare debole e gravitazionale. Di queste, l’interazione nucleare debole è circa cento miliardi di volte più debole di quella elettromagnetica ed ha un raggio di azione molto piccolo, circa un milionesimo di miliardesimo di centimetro. I suoi effetti quindi si limitano ad alcuni processi di decadimento radioattivo. L’interazione gravitazionale tra elettroni, protoni e neutroni è pure del tutto trascurabile.

Restamo quindi, per spiegare i fenomeni che osserviamo nella materia stabile (processi molecolari, chimici e biologici) le due interazioni restanti: nucleare forte e elettromagnetica. Se però consideriamo che l’interazione  nucleare forte è cento volte più intensa dell’interazione elettromagnetica, ma con un raggio di azione di circa un millesimo di milardesimo di millimetro (ordine di grandezza dei nuclei atomici), possiamo dire che il suo ruolo è quello di tenere saldamente legati i protoni ed i neutroni dentro il nucleo, mentre tutti i processi che osserviamo nella materia stabile sono determinati unicamente dall’interazione elettromagnetica.
La meccanica quantistica spiega molto chiaramente tutti i processi chimici in termini meccanicistici. Vale a dire che anche tutti i processi biologici sono spiegabili in termini meccanicistici.
La vita biologica consiste infatti unicamente in successioni di reazioni chimiche concatenate tra loro.

Concludendo, la scienza quindi ci fornisce una chiara e logica spiegazione meccanicistica della vita biologica.
Ciò che manca però è una spiegazione della vita psichica.
Gli elettroni e i quark non pensano, non sono nè tristi, nè felici, non provano nè piacere, nè dolore.
Il materialismo si sviluppò molto prima della meccanica quantistica, ai tempi in cui la biologia e la chimica venivano considerate scienze autonome ed indipendenti dalla fisica, A quei tempi la materia biologica veniva considerata su un piano diverso da quella inorganica e si riteneva che i processi biologici, ed in particolare quelli cerebrali, avessero natura diversa dai processi della materia inorganica.

La meccanica quantistica ha scientificamente dimostrato la falsità di queste opinioni. Oggi sappiamo che sia la materia che i processi cerebrali hanno la stessa identica natura della materia inorganica e dei suoi processi; e tali processi sono determinati unicamente dalle leggi dell’elettrodinamica quantistica.

L’affermazione, tipicamente materialista, che le reazioni chimiche e gli impulsi elettrici nel cervello generano le sensazioni, le emozioni ed i pensieri, è sbagliata sul piano scientifico, dato che le reazioni chimiche, sia dentro che fuori dal cervello consistono solo in un cambiamento di configurazione geometrica dei nuclei atomici, con un conseguente riassestamento degli elettroni. Gli impulsi elettrici, sia dentro che fuori dal cervello, sono in realtà solo elettroni in movimento; le leggi della fisica stabiliscono che gli impulsi elettrici generano solo onde elettromagnetiche che si propagano nello spazio alla velocità della luce. Gli impulsi elettrici del cervello sono quindi del tutto equivalenti a quelli che attraversano una lampadina, e non generano alcuna sensazione, emozione o pensiero.

Ma allora chi crea le sensazioni, le emozioni e la coscienza?

Ciò che possiamo affermare è che la causa dell’esistenza della coscienza, delle sensazioni, delle emozioni e dei pensieri è un’entità nè materiale, nè fisica. Possiamo chiamare tale entità col nome che ci pare, mente, psiche, anima o spirito.

A prescindere dal nome, il risultato fondamentale è che questa entità certamente esiste nell’uomo, e quindi l’uomo non è soltanto un organismo biologico. Nell’uomo c’è qualcos’altro che trascende la realtà fisica, materiale e biologica.

Questa entità (psiche) è in interazione col cervello (se tale interazione non esistesse l’uomo non potrebbe mai conoscere la realtà esterna). Ciò implica che una qualsiasi alterazione delle normali funzioni cerebrali si rifletta anche sulla psiche. Ciò spiega tra l’altro come droghe e traumi cerebrali abbiano un effetto non solo sul cervello, ma anche sulla psiche.

Resta la domanda finale.
Come nasce la nostra mente o psiche?

Sulla base delle conoscenze scientifiche possiamo solo affermare che la nostra psiche non nasce a causa di processi fisici, chimici, o biologici. La causa dell’esistenza della nostra psiche, in altre parole, trascende le leggi della fisica e la realtà materiale.

Dr. Biagini
Dottore di Ricerca in Fisica dello Stato Solido.

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