É di questi giorni l’approvazione della legge europea sulla vivisezione.
Poichè molti non sanno di cosa si stia realmente parlando, mi permetto di citare testualmente alcuni paragrafi de ‘L’imperatrice nuda’ di Hans Ruesh.

Questo libro è il precipitato delle ricerche e delle polemiche che avevano impegnato Ruesch a partire dai primi anni Settanta.
Apparve presso una grande casa editrice, la Rizzoli, alla fine del gennaio del 1976. Fece in tempo a guadagnarsi una ventina di recensioni, più o meno positive e talvolta entusiastiche, ma l’editore lo ritirò poche settimane dopo. Per acutezza, ampiezza, rilevanza socio-politica e qualità letteraria, è uno dei più importante libri di critica di un’ortodossia scientifica (in qualsiasi settore) mai apparsi.
Dovrebbe essere una lettura obbligatoria nei corsi universitari di medicina, bioetica, storia e filosofia della scienza – e di letteratura. (Liberamente scaricabile, lo trovate qui: L’imperatrice nuda (pdf))

“La vivisezione si regge su quattro pilastri principali:

  1. i suoi fautori hanno imparato a operare nella più ermetica segretezza;
  2. attraverso un’intensa propaganda finanziata da sussidi statali e dai favolosi profitti dell’industria farmaceutica, essa è riuscita a far credere ai più di essere una specie di
  3. opera pia che lavora giorno e notte per il bene dell’umanità anziché nel proprio interesse materiale;
  4. il grosso pubblico, che preferisce non sentir parlare di vivisezione, il cui solo pensiero lo fa rabbrividire, si rifiuta di credere che individui con tanto di titolo di studiopossano commettere crudeltà che all’uomo normale sembrano inconcepibili;
  5. poiché la lotta alla vivisezione non apporta benefici, ma costa tempo e danaro, i movimenti antivivisezionisti sono deboli, privi di mezzi adeguati o potere politico, e quindi hanno difficoltà a farsi sentire. Ognuna delle rare denunce che si riesce a rendere pubblica viene immediatamente smentita da vivisettori titolati — professori di università, direttori di laboratori — ai quali i grossi mezzi d’informazione concedono sempre ampio spazio e non osano mai tagliare la parola, come avviene invece con le denunce degli antivivisezionisti.”

“Si crocifigge un cane per studiare la durata dell’agonia di Cristo. Si squarta una cagna gravida per osservare l’istinto materno sotto il dolore intenso. Una équipe di cosiddetti scienziati paralizza un branco di gatti, sega via la volta cranica e stuzzica il cervello mentre le bestiole non anestetizzate sono costrette a inalare varie concentrazioni di anidride carbonica, e alla fine si ha la riprova di quanto già si sapeva da anni: che esiste una correlazione tra la concentrazione dell’anidride carbonica nel sangue e gli squilibri nervosi.

Altri ricercatori immergono in acqua bollente 15.000 animali diversi, poi somministrano a metà di essi un estratto epatico di cui sono note da tempo le proprietà terapeutiche in caso di shock. Com’era da aspettarsi, gli animali trattati col farmaco agonizzano più a lungo degli altri.

Si costringono dei cani a bere soltanto alcool puro per oltre un anno, per ottenere “la prova scientifica” che l’abuso di alcool è nocivo. Migliaia di topi, conigli e cani, per lo più
tracheotomizzati, vengono costretti a fumare sigarette per mesi e anni, e naturalmente molti muoiono: ma gli sperimentatori subito avvertono che non è possibile alcuna trasmissione di dati validi all’uomo.

Due medici universitari somministrano a 12 gatti, ognuno rinchiuso in una scatola, scosse elettriche convulsivanti, distanziate in modo da permettergli di riprendersi dalla convulsione precedente. I 7 gatti che sopravvivono hanno dovuto sopportare 95 di tali scosse, gli altri 5 muoiono prima della fine dell’esperimento. Lo scopo? I medici dichiarano che fino allora non esistevano registrazioni precise delle onde cerebrali di un gatto in preda a convulsioni.

Vari cani beagles, noti per la loro indole mite e affettuosa, vengono tormentati da una coppia di scienziati finché, impazziti di dolore, cominciano ad aggredirsi a vicenda. I due scienziati volevano «studiare la delinquenza minorile».

Un noto fisiologo introduce soluzioni di pietra infernale nella mascella dei gatti per ottenere necrosi suppurative, li lascia in questo stato per mesi e mesi, dopodiché annuncia che essi non possono masticare se non tra atroci spasimi. Un altro luminare scopre nientemeno che versando acqua bollente su di un gatto «questo diventava molto irrequieto ed emetteva miagolii».

Fatti unici? Casi limite? Magari!

Da uomini con tanto di laurea, giorno per giorno milioni di animali indifesi — soprattutto cani, gatti, conigli, cavie, topi, scimmie, maiali, ma anche cavalli, asini, capre, uccelli e perfino pesci — immobilizzati e imbavagliati e spesso con le corde vocali recise, vengono lentamente accecati con acidi, avvelenati a piccole dosi, sottoposti a soffocazione intermittente, infettati con morbi mortali, sventrati, eviscerati, segati, bolliti, arrostiti vivi, congelati per essere riportati in vita e ricongelati, lasciati morire di fame o di sete, molto spesso dopo che sono state resecate parzialmente o totalmente le glandole surrenali o l’ipofisi o il pancreas o dopo sezione del midollo spinale.

In un solo cervello si conficcano fino a 150 elettrodi o vi si iniettano vari acidi o se ne asportano parti. Le ossa vengono spezzate una a una, i testicoli vengono schiacciati a martellate, si lega l’uretra, vengono recise le zampe, estirpati trapiantati vari organi, si mettono a nudo i nervi, si procede allo smidollamento della spina dorsale mediante sonde di metallo vengono cuciti gli sbocchi naturali “per vedere che cosa succede”, poi vengono attentamente osservate le sofferenze, che possono durare settimane, mesi, anni, finché non sopraggiunge la morte liberatrice, che per la stragrande maggioranza di queste creature sarà l’unica anestesia che avranno mai conosciuto.

Spesso però non vengono lasciati in pace nemmeno allora: risuscitati — miracolo della scienza! — vengono sottoposti a nuovi cicli di martiri. Si sono visti cani impazziti dalle
sofferenze che divoravano le proprie zampe, gatti le cui convulsioni li scagliavano contro le pareti delle gabbie finché venivano colti da collasso, scimmie che si avventavano le une sulle altre mordendosi a vicenda in seguito a iniezioni di varie sostanze nel cervello.
Si tratta di casi riferiti con tutta naturalezza dagli stessi “ricercatori” sulle riviste medicoscientifiche, tra cui l’inglese The Lancet (“Il bisturi”), la più autorevole di tutte.

Se è vero che la maggioranza dei medici difende la vivisezione, è altrettanto vero che i più non sanno che cosa difendono, perché non ne sospettano lontanamente l’inerente fallacia e crudeltà.

I più hanno assistito solo a qualche rara esibizione vivisezionista all’università, poi hanno cercato di dimenticare ciò che hanno visto. La maggioranza dei medici non ha mai messo piede in un laboratorio, così come la più parte dei vivisettori non ha mai passato cinque minuti al letto di un malato.
E ciò già perché i vivisettori sono di solito individui che, dopo avere conseguito la laurea in medicina, sono stati bocciati all’esame di abilitazione all’esercizio della professione.
È sintomatico che quei medici i quali non hanno esitato a denunciare la vivisezione sono sempre stati tra i più eminenti.

Più che di una minoranza, si tratta di una élite.”

«Non mi affiderei mai ad un medico vivisezionista, perché saprei che non solo è un individuo senza pietà, ma anche un asino nella sua professione» Richard Wagner

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