Le Grandi Bugie:

1) l’immagine della Resistenza dominata dalla dimensione antifascista.
Gli obiettivi della Resistenza furono in effetti diversi per le varie formazioni. In particolare l’obiettivo perseguito dalle brigate comuniste era semplicemente quello di sostituire allo Stato Fascista lo Stato Comunista.

2) che la Repubblica di Salò non abbia avuto una consistente e convinta base di massa.
La Repubblica di Salò ebbe una consistente base popolare e attirò fra le sue file numerosissime persone anche dall’Italia del Sud.

3) che la Resistenza sia stata “una lotta di popolo”.
Il numero dei partigiani, alla fine del 1945, non superavano le 150 mila unità. La stragrande maggioranza della popolazione ne era completamente estranea e aspettava solo la fine della guerra.

4) l’unità politica della Resistenza.
L’unità politica della Resistenza fu tale che ci furono numerosi scontri tra le varie brigate che la componevano.

Intendiamoci subito. Non intendo in alcun modo sminuire il significato della Resistenza. Voglio però ricordare che se è vero che una parte della stessa era composta da persone che combattevano per un ideale di libertà e democrazia, è altrettanto vero che un’altra parte, più organizzata della precedente e pilotata da Mosca tramite il PCI, combatteva per altri ideali che poco o niente avevano in comune con la libertà.

Il PCI, agli ordini diretti di Mosca, sino al 1946 pensava ancora di poter costituire in Italia uno Stato comunista. Fu solo dopo la comunicazione di Stalin a Togliatti che tra America e URSS si era giunti all’accordo di spartizione delle prorie aree di influenza, e che l’Italia ricadeva nell’area di influenza Americana, che quest’ultimo, facendo buon viso a cattiva sorte, si dovette adattare alla nascente democrazia.
Il fatto che il PCI abbia partecipato alla Costituente indica solo che in quel momento esso era la formazione più agguerrita e armata e che una sua eventuale esclusione avrebbe potuto portare a una gravissima crisi militare (leggi guerra civile).
Sotto tutta l’era Togliatti il legame totale all’Unione Sovietica era fuori discussione.

Togliatti membro del Comintern, l’organismo usato da Stalin per reprimere qualsiasi tentativo di critica alla sua politica che relegava i PC “fratelli” al semplice ruolo di strumento della politica estera di Mosca, durante il suo lunghissimo soggiorno moscovita fu uno dei più stretti collaboratori del dittatore russo, partecipò personalmente ai processi contro i “traditori di classe” ovvero tutti quei comunisti (molti gli italiani) che manifestavano un qualche dissenso rispetto alla linea decisa da Stalin processi che spesso si conclusero con la condanna a morte.

Ritornato (per ordine di Stalin) in Italia fece la “svolta di Salerno” ovvero il rifiuto della via rivoluzionaria e la decisione di aderire ai meccanismi della democrazia parlamentare dopo che Stalin gli aveva comunicato che gli accordi presi con gli alleati prevedevano il collocamento del nostro paese nella sfera d’influenza Usa. Cieco esecutore degli ordini di Mosca non esitò a denunciare come traditore Tito (che invece a Stalin non credeva e per evitare l’arresto fuggì clandestinamente da Mosca) quando lo yugoslavo non fece entrare le truppe russe nei Balcani

Nonostante fossero sin d’allora noti i crimini di Stalin, questi veniva additato ai propri seguaci come un fulgente esempio da seguire.

Per rendersi conto del concetto di ‘democrazia’ del PCI, basta riandare a vedere gli episodi legati alla lotta partigiana delle sue brigate prima, e poi scorrere le sue reazioni agli eventi che si sono succeduti in URSS.

Poichè oggi si cerca da parte di molti ad avvalorare l’idea che il PCI sia stato uno dei pilastri della nostra democrazie, forse è bene riflettere su quella che è stata la vera realtà delle brigate rosse, soprattutto a guerra finita, quando cioè si trattava di costruire le basi per una possibile presa del potere da parte dei comunisti.
Si trattava cioè, come insegnava la ‘Madre Russa’, di eliminare tutti i potenziali oppositori a questo disegno. A partire dai preti, dai possidenti, chi la pensava diversamente e, già che si era in ballo, anche quelli che per qualche motivo stavano antipatici.

I crimini commessi furono poi cancellati dall”amnestia Togliatti’. Coloro che non ricadevano in tale amnistia o che continuarono imperterriti la loro carneficina, furono amorevolmente espatriati clandestinamente in URSS da Togliatti. Il partito però non li dimenticò e si premurò come meglio potè per farli tornare in Patria.
Il caso più famoso è quello di Moranino, pluriassassino emerito, per il quale fu concordata la grazia quando si procedette all’elezione di Saragat alla Presidenza della Repubblica. Grazia prontamente accordata che permise al Moranino non solo di rientrare, ma di sedere anche in Parlamento.

Concludo il post odierno con la descrizione di alcuni dei delitti commessi in quell’epoca, visto che su di essi è stato imposto per oltre cinquant’anni il più rigoroso silenzio, e che solo ora se ne ricomincia a parlane (Pansa, Vespa, De Simone e Nardiello)

Ines Gozzi
Questa storia, tratta da “Il Triangolo della Morte” Ed. Mursia, di Giorgio e Paolo Pisanò, ripercorre una delle tante eroiche imprese della Brigata Partigiana per eccellenza: “La Brigata Garibaldi” ovvero il nucleo partigiano che ha combattuto con tenacia e sprezzo del pericolo per la libertà e la democrazia.
Ines Gozzi, una bella ventiquattrenne di Castelnuovo Rangone (MO), è una studentessa universitaria, laureanda in lettere. Conoscendo la lingua tedesca è diventata l’nterprete del locale Comando Germanico. Ciò ha significato la salvezza del paese quando i partigiani hanno ucciso due soldati tedeschi nella zona e questi volevano distruggere l’abitato. E’ stata proprio Ines Gozzi a interporsi e a battersi perchè la rappresaglia fosse evitata. Così, da quel giorno, tutti gli abitanti di Castelnuovo Rangone lo sanno e gliene sono grati. Ma tutti sanno anche che la ragazza è fidanzata con un ufficiale della Guardia Nazionale Repubblicana e questa è una colpa imperdonabile agli occhi dei “partigiani “! La notte del 21 gennaio 1945 una squadra di partigiani della brigata “Garibaldi” fa irruzione in casa Gozzi prelevando Ines e suo padre.
I due vengono portati in un casolare in aperta campagna e qui, davanti al genitore legato, la ragazza subisce le più atroci sevizie e le violenze più indicibili da tutti i “coraggiosi” componenti dell'”onorata” Brigata Garibaldi. I partigiani garibaldini ubriachi la posseggono a turno, la picchiano, gli sputano addosso, le tagliano le unghie fino alla carne, gli spengono dei mozziconi di sigaretta negli occhi, poi le urinano addosso. Tutto questo orrore davanti al padre legato, costretto ad assistere al martirio di quell’unica figlia nell’impotenza e nella consapevolezza che non ne sarebbero usciti vivi. Dopo essersi accaniti contro la povera Ines, i partigiani infieriscono su quel padre che oramai non si rendeva più conto di cosa stesse accadendo tanto era il dolore che gli avevano provocato!
All’alba del 22 gennaio 1945, dopo la lunga notte di baldoria, i “coraggiosi partigiani garibaldini” finiscono padre e figlia con numerosi colpi di pistola alla testa. Verranno ritrovati e riesumati alcuni giorni dopo. Il corpo della ragazza è tanto straziato, tanto sfigurato da dover essere nascosto agli occhi della madre. Sui muri di Castelnuovo Rangone qualcuno scrive: “Bestie, avete ucciso la nostra salvatrice”.

Walter Ascari
Era una notte calda e umida a Bastiglia (MO) quando la sera del 27 aprile 1945 alcuni partigiani (Brigata Garibaldi) si introdussero nell’abitazione di Walter Ascari, lo derubarono, fecero razzia di carni e salumi; lo prelevarono e lo trasportarono in aperta campagna. Ascari non era fascista ma neanche comunista, era un benestante e questa era una grandissima colpa durante le “Radiose Giornate” quindi colpendo Walter Ascari avrebbero colpito lo “Stato Borghese”.
Giunti in località Montefiorino alcuni partigiani estrassero dei bastoni e cominciarono a colpire il malcapitato come dei forsennati; altri con l’ausilio di una canna di bambù lo seviziarono fino a rompergli l’ano e parte dell’intestino. Ma era ancora ben poca cosa, una fine orrenda attendeva il povero Walter Ascari. “A morte!” “A morte!” Urlavano gli assassini… Per la sua mattanza finale, i gloriosi e pluridecorati eroi garibaldini pensano a qualcosa di diverso dalla solita raffica di mitra… Qualcosa di speciale… Qualcosa che soltanto la loro mente perversa e assassina poteva immaginare, qualcosa che va aldilà dell’umana cattiveria.
Lo appesero per i polsi ad un grosso ramo in modo che il corpo del moribondo fosse ben teso assicurandolo per i piedi al terreno con una corda. Poi, con una grossa sega da boscaiolo a quattro mani, lo tagliarono in due! Da vivo! Il suo corpo fu gettato in seguito in una porcilaia. Quando lo ritrovarono, ben poco era rimasto di quel pover’uomo.

Prima Stefanini Cattabriga e Paolina Cattabriga
Nel Modenese la “giustizia proletaria” fu esercitata con particolare ferocia contro le donne, fasciste o presunte tali. Oltre alle violenze consumate sulle malcapitate già destinate a morte, subito prima della loro soppressione, non furono pochi i casi di sevizie e violenze d’ogni sorta. Episodi di sequestro e di detenzione di pigioniere prelevate e tenute in vita fino all’inservibilità delle medesime come “oggetti sessuali” per i loro partigiani sequestratori, nella sola provincia di Modena, se ne contano circa duemila.
E’ noto il caso di Prima Stefanini Cattabriga e Paolina Cattabriga, di Cavezzo (MO) madre e figlia, quest’ultima di 15 anni, prelevate il 16 aprile 1945 dalla tristemente nota “banda di Cavezzo” il nucleo partigiano alle dirette dipendenze della Brigata Partigiana Garibaldi, e costrette ad un calvario di 12 giorni prima di ottenere la “grazia della morte”. “Azione di guerra”, naturalmente, così il C.L.N. commentò l’accaduto. Un altro membro della famiglia Cattabriga, Angiolino, fratello di Paolina, in seguito alle percosse, mutilazioni, bruciature in quasi l’80% del corpo da parte dei sanguinari partigiani, impazzì e morì nell’ospedale di Mirandola.
Un altro caso conosciuto ( sono assai di più quelli di cui non se ne sa niente…) è quello di Rosalia Paltrinieri, di Medolla. Ella aveva il “torto” di essere la segretaria del Fascio femminile locale, nel quale si era impegnata prodigandosi e mettendosi a disposizione di tutti i suoi concittadini. Era convinta di non avere nulla da temere, perciò, nonostante nella zona si vociferava su quanto stessero combinando i partigiani, preferì rimanere al suo posto. Nonostante tutto, aveva fiducia nei propri simili… perchè aveva avuto la “sbadataggine” di considerare i partigiani appartenenti alla specie umana… Ma pagò per la sua “colpa”: un gruppo di gappisti le invasero la casa, bastonarono a morte il marito così violentemente da fargli schizzare via il cervello dalla scatola cranica; poi la violentarono davanti ai suoi tre bambini. Alla fine, come da copione, le svaligiarono l’abitazione e la portarono con loro conducendola in un casolare in aperta campagna, dove nel frattempo era stata trascinata anche una certa Jolanda Pignatti.
Qui, le due sventurate ebbero modo di “espiare” ancora a lungo la “colpa” di essere fasciste (violenze d’ogni genere) finchè furono costrette a scavarsi la fossa. Ma Rosalia Paltrinieri, la morte se la dovette proprio guadagnare: “non le fu fatta la grazia di un colpo alla nuca”. Venne legata e fatta stendere viva nella fossa che lei stessa aveva scavato; a questo punto i “coraggiosi partigiani patrioti” la ricoprirono accuratamente di terra. Uno dei coraggiosi partecipanti a questa “eroica azione di guerra”, ebbe modo di vantarsene nei giorni successivi, insistendo compiaciuto e soddisfatto sul particolare che Rosalia Paltrinieri, mentre soffocava sotto le palate di terra che le venivano gettate addosso, invocava ancora i suoi bambini.

don Francesco Venturelli, arciprete di Fossoli, nel Modenese vicino Carpi. Viene chiamato per soccorrere un moribondo e all’arrivo fucilato da un plotone di partigiani rossi.

don Gianni Domenico, trentenne, aspettato in chiesa dai partigiani comunistei, viene gettato in un porcile, denudato e violentato. Il suo martirio si conclude dopo ore a colpi di mitra e ai suoi parrocchiani viene vietato di seppellirne il corpo per molti giorni.

Don Giuseppe Tarozzi è parroco a Riolo di Castelfranco, diocesi di Bologna, Nella notte del 25 maggio ’45: i commandos comunisti fracassano a colpi di scure la porta della canonica, lo strappano dal letto, lo pestano, poi lo trascinano via in camicia da notte. La gente vede un’ombra bianca sospinta fuori a calci, il suo cadavere non sarà mai più ritrovato.

don Giuseppe Rasori, sessantenne a San Martino Casola ha solo due parrocchiani non iscritti al Pci. Vive nella paura, ma non scappa. Nel pomeriggio del 2 luglio ’46 in canonica, dove in guerra ha nascosto tanti partigiani, lo ammazzano con un colpo di pistola al collo.

Don Alfonso Reggiani, parroco di Anzola di Piano, Bologna, viene ucciso il 5 dicembre 1945 mentre sta tornando in bicicletta da una visita ai suoi ammalati.

don Enrico Donati, parroco a Lorenzatico, Bologna. Il 13 maggio 1945 quattro compagni con la scusa di portarlo al comando partigiano per formalità, lo feriscono a colpi di mitra, gli legano le mani , lo infilano in un sacco e lo gettano con due sassi di zavorra in un macero pieno d’acqua.

don Achille Filippi, ucciso sull’uscio della chiesa da u altro commando partigiano la sera del 25 luglio 1945.

Don Tino Galletti, nella chiesa di Spazzate Sassatelli, a Imola, ucciso iil 9 maggio 1945 a colpi di pistola insieme a tre dei sui fedeli.

don Luigi Lenzini, parroco di Crocetta di Pavullo, nel Modenese, trascinato di notte fuori della canonica, seviziato e poi ucciso. Aveva osato criticare il metodo di far fuori la gente dei comunisti.
il canonico Giovanni Guizzardi e don Giuseppe Preci, nel Modenese uccisi a pistoettate.

don Ernesto Talè, parroco di Castellino delle Formiche, modenese, ucciso lentamente. “Quella carogna non voleva morire..” dirà al bar vantandosi uono dei partiginai torturatori del prete.

don Giuseppe Lemmi, cappellano di Felina e don Luigi Manfredi, parroco di Budrio, nel reggiano, freddati a colpi di mitra.

don Tebaldo Dapporto
, parroco di Casalfiumanese di Imola,ucciso il 13 settembre 1945. Il suo assassino, che gli ha spaccato il cranio, corre alla Camera del Lavoro per vantarsi di aver fatto fuori il ‘prete-padrone’.

Don Carlo Terenziani, prevosto di Ventosa, la mattina del 29 aprile ’45 è peso dai partigiani rossi che lo fanno girare per le strade, deriso, sputato, ingozzato di vino all’osteria, battuto, viene poi ucciso a sera.

Don Giuseppe Pessina, parroco di San Martino di Correggio,ucciso a colpi di mitra la sera del 18 giugno 1945.

don Gennaro Amato – Parroco di Locri (RC), ucciso nell’ottobre 1943 dai capi della repubblica comunista di Caulonia.

don Vittorio Barel – Economo del seminario di Vittorio Veneto, ucciso dai partigiani il 26/10/44

don Duilio Bastrighi – Parroco di Cigliano e Capannone Pienza, ucciso la notte del 3/7/44 dai partigiani comunisti che lo avevano chiamato con un pretesto.

don Carlo Beghè – Parroco di Norvegigola (Apuania), sottoposto il 2/3/45 a finta fucilazione dai partigiani, che gli produsse una ferita mortale

don Francesco Bonifacio – Curato di Villa gardossi (TS), catturato dai comunisti slavi ed infoibato l’11/9/46.

don Luigi Bordet – Parroco di Hone (AO), ucciso il 5/3/46 perché aveva messo in guardia i parrocchiani dalle insidie comuniste.

don Luigi Bovo – Parroco di Bertipaglia (PD), ucciso il 25/9/44 da un partigiano comunista.

don Mitroslavo Bulleschi – Parroco di Monpaderno (Diocesi di Parenzo e Pola), ucciso il 23/8/47 dai comunisti slavi.

don Tullio Calcagno – Direttore di Crociata Italica, fucilato a Milano il 29/4/45 da partigiani comunisti.

padre Crisostomo Ceragiolo – Cappellano militare decorato al V.M., prelevato il 19/5/44 da partigiani comunisti e ritrovato cadavere in una buca con le mani legate dietro la schiena.

don Ferruccio Crecchi – Parroco di Levigliani (LU), fucilato all’arrivo delle truppe di colore grazie a false accuse dei comunisti locali.

don Antonio Curcio – Cappellano dell’11° Btg. bersaglieri, ucciso il 7/8/41 a Dugaresa da comunisti croati.

padre Sigismondo Damiani – Ex cappellano militare, ucciso dai comunisti slavi a S. Genesio di Macerata l’11/3/44.

don Aurelio Diaz – Cappellano della Sezione Sanità della divisione Ferrara, fucilato a Belgrado nel gennaio 45 da partigiani titini.

don Adolfo Dolfi – Canonico della Cattedrale di Volterra, sottoposto il 28/5/45 a torture tali che lo portarono alla morte l’8 ottobre successivo.

don Giuseppe Dorfmann – Fucilato nel bosco di Posina (VI) il 27/4/45

don Vincenzo D’Ovidio – Parroco di Poggio Umbricchio (TE), ucciso nel maggio 44 sotto accusa di filo fascismo.

padre Giovanni Fausti – Superiore generale dei Gesuiti in Albania, fucilato il 5/3/46 insieme ad altri religiosi rimasti ignoti, solo perchè italiani.

padre Fernando Ferrarotti – Cappellano militare reduce dalla Russia, ucciso da partigiani comunisti nel giugno 44 a Champorcher (AO).

don Gregorio Ferretti – Parroco di Castelvecchio (TE), ucciso da partigiani comunisti slavi ed italiani nel maggio 44.

don Sante Fontana – Parroco di Comano (Pontremoli), ucciso dai partigiani il 16/1/45.

don Giuseppe Gabana – Della diocesi di Brescia, ucciso il 3/3/44 da un partigiano comunista.

don Domenico Gianni – Cappellano militare in Jugoslavia, prelevato la sera del 21/4/45 dai comunisti e ucciso dopo tre giorni.

don Giuseppe Lorenzelli – Priore di Corvarola di Bagnone (Pontremoli), ucciso dai partigiani il 27/2/45 dopo essere stato obbligato a scavarsi la fossa.

don Fernando Merli – Missionario della Cattedrale di Foligno, ucciso il 21/2/44 presso Asissi, da comunisti slavi istigati da altri comunisti italiani.

don Angelo Merlini – Parroco di Flamenga (Foligno), ucciso dagli stessi assassini il medesimo giorno, presso Foligno.

don Armando Messuri – Cappellano delle suore della Sacra Famiglia in Marino, ferito a morte dai partigiani comunisti e deceduto il 18/6/44

don Giacomo Moro – Cappellano militare in Jugoslavia, fucilato dai titini a Micca di Montenegro.

don Adolfo Nannini – Parroco Cercina (FI), ucciso il 30/5/44 da partigiani comunisti.

padre Simone Nardin – Dei benedettini olivetani, tenente cappellano dell’ospedale militare Belvedere in Abbazia di Fiume, prelevato da partigiani slavi nell’aprile 45 e trucidato dopo orrende sevizie.

don Luigi Obid – Economo di Podsabotino e San Mauro (GO), prelevato dai partigiani ed ucciso a San Mauro il 15/1/45.

don Pombeo Perai – Parroco dei SS. Pietro e Paolo di città della Pieve, ucciso per rappresaglia partigiana il 16/6/44

don Vittorio Perkan – Parroco di Elsane (Fiume), ucciso il 9/5/45 dai partigiani mentre celebrava un funerale.

don Aladino Petri – Parroco di Pievano di Caprona (PI), ucciso il 2/6/44 perché ritenuto filo fascista.

don Nazzareno Pettinelli – Parroco di S. Lucia di Ostra di Senigallia, fucilato per rappresaglia partigiana.

don Umberto Pessina – Parroco di S. Martino di Correggio, ucciso il 18/6/46 da partigiani comunisti.

seminarista Giuseppe Pierani – Studente di teologia della diocesi di Apuania, ucciso il 2/11/44 sulla linea Gotica da partigiani comunisti.

don Ladislao Pisacane – Vicario di Circhina (GO), ucciso da partigiani slavi il 5/2/45 insieme ad altre 12 persone.

don Antonio Pisk – Curato di Canale d’Isonzo (GO), prelevato dai partigiani slavi il 28/10/44 e fatto sparire per sempre

don Nicola Polidri – Della diocesi di Nocera e Gualdo, fucilato il 9/6/44 da partigiani comunisti a Sefro.

don Giuseppe Rocco – Parroco di S. Maria, diocesi di S. Sepolcro, ucciso dagli slavi il 4/5/45.

padre Angelico Romiti – Cappellano degli AU della Scuola di Fontanellato, decorato al V.M., ucciso la sera del 7/5/45 da partigiani comunisti

don Alessandro Sangianini – Della congregazione della Misisone, fucilato a Ranziano (GO) il 12/10/44 da partigiani slavi, a causa dei suoi sentimenti di italianità.

don Lodovico Sluga – Vicario di Circhina (GO), ucciso insieme al confratello DON PISACANE

don Emilio Spinelli – Parroco di Campogialli (AR), fucilato il 6/5/44 dai partigiani con l’accusa di filo fascismo.

don Angelo Taticchi – Parroco di Villa di Rovigno (Pola), ucciso dai partigiani slavi nell’ottobre 1934, perchè aiutava gli italiani.

don Alberto Terilli – Arciprete di Esperia (FR), morto in seguito alle sevizie inflittegli dai marocchini eccitati dai partigiani italiani, nel maggio 1944.

mons. Eugenio Corradino Torricella – Della diocesi di Bergamo, ucciso il 7/1/44 ad Agen (Francia) da partigiani comunisti, a causa dei suoi sentimenti di italianità.

don Redolfo Trcek – Diacono della diocesi di Gorizia, ucciso il 1/9/44 a Montenero d’Idria da partigiani comunisti.

don Gildo Vian – Parroco di bastia (PG), ucciso dai partigiani comunisti il 14/7/44.

don Sebastiano Caviglia, parroco della GNR ucciso ad Asti il 27/4/45;

don Giuseppe Amateis, parroco di Coassolo (TO), ucciso dai comunisti a colpi d’ascia il 15/3/44 per avere deplorato gli eccessi partigiani;

don Edmondo De Amicis, cappellano pluri decorato della I G.M., assassinato a Torino dai gappisti il 24/4/45;

don Virginio Icardi, parroco di Squaneto (Acqui Terme – AL), ucciso dai comunisti il 4/7/44;

don Attilio Pavese, capellano partigiano e parroco di Alpe Gorreto (Tortona – AL), ucciso dai suoi stessi compagni il 6/12/44 perché aveva osato confortare religisamente dei tedeschi condannati a morte.

don Francesco Pellizzari, parroco di Tagliolo (Acqui Terme – AL), chiamato dai partigiani la notte del 10/5/45 e sparito nel nulla;

don Enrico Percivalle, parroco di Varriana (Tortona – AL), ucciso a pugnalate dai partigiani il 14/2/44

don Leandro Sangiorgi, cappellano militare decorato al valore, ucciso dai partigiani a Sordevolo Biellese (BI) il 30/4/45;

don Luigi Solaro di Torino, ucciso il 4/4/45 solo perché parente del federale di Torino, anche lui trucidato dai partigiani a guerra finita;

padre Eugenio Squizzato, cappellano partigiano, ucciso dai suoi il 16/4/44 fra Corio e Lanzo (TO), poiché voleva abbandonare la formazione, turbato dalle troppe crudeltà;

don Antonio Zoli, parroco di Morra del Villar (CN), ucciso dai partigiani perché, durante la predica del Corpus Domini del 1944, aveva deplorato l’odio tra fratelli.

don Stanislao Barthus della congregazione di Cristo Re (Imperia), ucciso il 17/8/44 dai partigiani perché aveva, durante una predica, deplorato gli eccessi partigiani;

don Colombo Fasce, Parroco di Cesino (GE), ucciso nel maggio 1945 da partigiani comunisti;

don Andrea Testa, Parroco di Diano Borrello (SV), ucciso il 16 luglio 1944

E mi fermo qui, anche se le vittime sono infinitamente più numerose.

Tags: Varie Random

Annunci