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Per la gioia degli imbecilli che lo seguono, pubblico l’articolo del Giornale ‘Di Pietro gioca a Monopoli: ha case in tutt’Italia‘ di Gian Marco Chiocci:

“Roma - Ma quante case ha l’onorevole Antonio Di Pietro? E con quali soldi le ha comprate? Prima di scoprirlo ci corre l’obbligo di ricordare come del suo conflitto di interessi in campo immobiliare si è già occupato, in parte, il gip di Roma che lo ha prosciolto nell’inchiesta sulla gestione allegra dei rimborsi elettorali. Restando in tema la procura capitolina ha però stigmatizzato l’operato di Tonino allorché vennero affrontate le accuse di un suo ex socio a proposito della società immobiliare Antocri (acronimo di Anna, Toto, Cristiano, i figli di Di Pietro) e delle presunte commistioni con i patrimoni dell’Italia dei Valori. Secondo l’ipotesi iniziale, Di Pietro avrebbe utilizzato i soldi del partito per acquistare appartamenti arrivandone ad affittare alcuni all’Idv, di cui era presidente. Un modo di fare penalmente irrilevante, secondo l’accusa.
Casa con lo sconto
Quel conflitto d’interessi torna ora d’attualità per gli approfondimenti operati dal mensile «la Voce delle voci» in contemporanea al reportage del Giornale. Si scopre così che il 16 marzo 2006, in quel di Bergamo, il padre-padrone dell’Idv si aggiudica alle buste, in condizioni burrascose e rocambolesche, un signor appartamento (vedi articolo sotto) a un prezzo scontatissimo dovuto alle cartolarizzazioni del patrimonio immobiliare dell’Inail. Roba da Svendopoli per vip. Lui non appare mai, fa tutto l’amministratore della sua società immobiliare Antocri (che però non agisce in questa veste), nonché compagno di Silvana Mura, deputata Idv, tesoriera del partito e socia dell’Associazione IdV. Visti i precedenti, le confusioni di ruoli, le ambiguità fra «movimento» e «associazione», le locazioni degli immobili di proprietà di Di Pietro al partito dello stesso Di Pietro (gli appartamenti di cui parleremo dopo in via Casati a Milano e in via Principe Eugenio a Roma) non è stata una sorpresa scoprire che anche su quest’ultimo immobile qualcosa non quadra: l’ha comprato Di Pietro, attraverso il convivente della Mura, la quale ha intestate le utenze di casa che corrispondono perfettamente a quelle un tempo in uso all’ex sede della tesoreria nazionale di via Taramelli 28.
Posto che l’ex pm di Mani Pulite nega di aver mai usato un euro del partito per reinvestirlo nell’acquisto di un appartamento a suo nome, posto che la società An.to.cri è nata con un capitale sociale assai modesto (appena 50mila euro), posto ancora che nel 2005 Di Pietro ha dichiarato un imponibile di 175mila euro e nel 2006 di 189mila, l’interrogativo sulla provenienza dei capitali per l’acquisto degli appartamenti, è dovuto per una personalità pubblica del suo calibro. Specie se ci si sofferma a sbirciare nel patrimonio immobiliare di quest’uomo che anche quando indossava la toga, non sembrava contenersi nello shopping edilizio: una villa con giardino a Curno, e di lì a poco, nel 1994, una nuova villetta, attaccata alla precedente, di otto vani. L’anno appresso Di Pietro compra un’abitazione da 300 metri quadri a Busto Arsizio, che gira prontamente al partito dopo aver acceso un mutuo agevolato per l’80 per cento del totale. Tempo qualche annetto e, una volta eletto al Parlamento europeo, fa il bis con un bilocale nel centro di Bruxelles: quanto l’abbia pagato non è noto. Arriviamo così al 2002 allorché l’ex ministro delle Infrastrutture si accasa in un elegante quarto piano in via Merulana, a Roma: altri otto vani, per un totale di 180 metri quadrati, pagato intorno ai 650mila euro grazie anche a un mutuo di 400mila euro acceso con la Bnl. L’anno dopo, nella natia Montenero di Bisaccia, Di Pietro cede al figlio Cristiano un attico di 173 metri quadrati: «Sei vani e mezzo poi ampliati a otto e a 186 metri quadrati (più 16 di garage) - analizza la Voce - grazie al condono edilizio del 2003. La spesa sostenuta è all’incirca di 300mila euro».
Gli alloggi per i figli
Non passano due mesi e alla fine di marzo, l’ex pm compra a Bergamo un bel quarto piano, per i figli Anna e Toto: 190 metri quadri in un signorile palazzetto liberty in via dei Partigiani. Lo stesso giorno, con lo stesso notaio, la moglie di Tonino fa suo un appartamento di 48 metri quadrati, sempre al quarto piano, oltre a due cantine e a un garage: si parla di una cifra oscillante intorno agli 800mila euro, ma non c’è conferma nemmeno su chi abbia provveduto all’esborso e in quale misura. Il 2004 è alle porte, e il nuovo appartamento di 190 metri quadri acquistato per 620mila euro in via Felice Casati a Milano - come da rogito stipulato in aprile - Di Pietro lo intesta alla Srl Antocri. Poi per un milione e 50mila euro la medesima società immobiliare fa suoi dieci vani (190 metri quadri) in via Principe Eugenio a Roma, dove - stando al bilancio 2005 dell’Idv - trasloca la sede nazionale di rappresentanza politica del partito, fino al giorno prima ubicata in via dei Prefetti 17». Per i due locali Tonino si rivolge alla Bnl e si carica due mutui sulle spalle: 276mila euro da saldare entro il 2015 per la casa milanese, 385mila per quella romana (scadenza 2019). Le pesanti rate Di Pietro inizialmente le ricaverà (salvo poi ripensarci quando scoppia lo scandalo) dal pagamento dei canoni d’affitto versati all’Antocri da un inquilino eccellente: la sua Italia dei Valori.
Mattone a Bergamo
Non è finita. Alla vigilia di Natale del 2005, Susanna Mazzoleni, moglie di Di Pietro e madre dei tre figli, compra un piccolo appartamento in via del Pradello a Bergamo. Poche ore dopo acquista anche un ufficio di quattro vani nella stessa palazzina. Spesa approssimativa? Tra i 400 e 500mila euro. L’anno successivo, come detto, Tonino compra all’asta con offerte segrete la casa di via Locatelli, sempre nella città orobica. Mentre l’anno dopo ancora, per una spesa-lavori consistente (decine, se non centinaia, di migliaia di euro) inizia a ristrutturare la masseria di famiglia in quella Montenero di Bisaccia dove l’ex ministro delle Infrastrutture, a dar retta al «catasto dei terreni» possiede 33 «frazionamenti» pari a 16 ettari di proprietà, in parte ereditati, in altra parte acquistati da parenti e familiari. Secondo la Voce (ma ancora non c’è traccia nelle visure camerali) Di Pietro avrebbe acquistato anche un altro appartamento per la figlia, 60 metri in piazza Dergano a Milano.
La società bulgara
Di Pietro in aula ha spiegato d’essersi dato al mattone dopo aver venduto l’ufficio di Busto Arsizio (a 400mila euro, 100mila li ha dovuti restituire alla banca per il mutuo) e con il ricavato ha acquistato gli appartamenti affittati all’IdV: quello di via Felice Casati a Milano - acquistato dalla Iniziative Immobiliari di Gavirano, Gruppo Pirelli Re - e l’altro, in via Principe Eugenio a Roma (alienato nel 2007). Ha detto che se tornasse indietro non rifarebbe quello che ha fatto, anche se la sua passione per gli affari immobiliari ha travalicato i confini nazionali: Tonino possiede infatti il 50% della Suko, una srl bulgara con sede a Varna. A fronte di quattro milioni di euro spesi per comperare immobili fra il 2002 e il 2008, l’ex pm ha incassato dalle vendite all’incirca un milione di euro, scremati dalle rimanenze calcolate per i mutui. Niente di penalmente rilevante, come dicono gli ex colleghi di Tonino.

Ma i conti non tornano.”

Trascrivo un articolo di Bruno Vespa sul ministro Brunetta. Eccolo:

“In quarant’anni di mestiere ne ho viste tante, ma non mi era mai capitato di assistere alla standing ovation per un ministro. Un ministro, capite? Chi è un ministro per le persone comuni? Uno della casta, uno che talvolta predica bene e più spesso razzola male. Se è un vostro avversario, è un filocomunista o un servo di Silvio Berlusconi; se è un vostro amico, è comunque uno che non la racconta sempre giusta. Insomma, un ministro.

Per giunta un ministro per la Riforma della pubblica amministrazione, o della Funzione pubblica, o come diavolo si chiama quel disgraziato che a turno, da qualche decennio, dovrebbe riformare la burocrazia. Un ministro, cioè, delegato a un mestiere impossibile. Nominato, negli annali della Repubblica, perché non si poteva lasciare fuori dal governo qualcuno di un certo partito o di una certa corrente.

Bene, qualche giorno fa ero stato invitato da Enrico Cisnetto a intervistare in pubblico a Cortina Incontri l’attuale titolare dell’incarico, Renato Brunetta. M’aspettavo poca gente, a fine luglio la stagione cortinese ancora non parte. E invece il tendone era gremito: 500 persone sedute e 300 in piedi. Roba da non credersi. Brunetta salì sul palco e da quella folla partì un uragano di applausi. Interminabile. Imbarazzante. Al punto che Brunetta dovette alzarsi per lasciarsi avvolgere meglio da quello strepitoso consenso. Preventivo, perché il ministro ancora non aveva aperto bocca.

Ma quando la aprì, gli andò perfino meglio. E quando disse: «Fidatevi di ’sto piccoletto» sembrava che il tendone stesse per crollare.

Intendiamoci: Cortina non è l’Italia. Ma quelle 800 persone non erano tutti esponenti della laboriosa piccola e media impresa del Nord che non ne può più dell’inefficienza della burocrazia e dei fannulloni. C’erano anche parecchie persone medie, parecchi statali d’ogni grado, diversi insegnanti. Nessuno contestò quel che diceva il ministro. Quasi tutti lo applaudirono fragorosamente.

L’indomani, rientrato a Roma, assistetti dalla cima del Campidoglio alla fiaccolata di qualche migliaio di persone che marciavano sui Fori Imperiali fischiando contro Brunetta. Erano i Fannulloni operosi ai quali il ministro sta sullo stomaco. E l’Italia da che parte sta? Credo che in questo momento stia largamente dalla parte di Brunetta.

Il ministro ha dalla sua un dato di partenza inoppugnabile: gli impiegati pubblici si assentano dal lavoro il doppio di quelli privati, 16 giorni all’anno contro otto. Con punte, in certi comuni e in certi ministeri, di 40, 50 giorni.

Ci sono troppi medici pronti a fare certificati falsi, troppi dirigenti che per non avere grane chiudono un occhio, troppi politici e troppi sindacalisti che difendono l’indifendibile. Brunetta ci fa sapere che nel mese di giugno le assenze dal lavoro sono diminuite del 18 per cento. Nei mesi prossimi andrà meglio. In un anno lui vuole portarle più o meno al livello di quelle del comparto privato.

Ma il Piccoletto è un uomo intelligente, molto intelligente. E sa bene che questa parte del problema è la meno difficile da risolvere. Sa pure che se punisce soltanto senza premiare, il corteo dei fischi si allungherà e quello degli applausi finirà con l’asciugarsi.

Il problema è che premiare nel settore pubblico è difficilissimo. Ci sono decenni di clientele politiche e di rendite di posizione sindacali che vi si oppongono. A Porta a porta non sono mai riuscito a strappare dalla bocca di un sindacalista l’impegno ad accettare che fra due compagni di stanza si possa premiare solo quello che lavora meglio.

Se Brunetta ce la farà, aprirò la sottoscrizione pubblica per un monumento. Equestre, s’intende.”
(Bruno Vespa)

Rinvio discrezionale dei processi,

fino a 18 mesi, per i reati che non generano allarme sociale compiuti fino al 2 maggio 2006. Il rinvio congela anche i termini di prescrizione. L’imputato potrà rifiutarlo e non si applica se è già chiuso il dibattimento. Viene inoltre data priorità ai processi che prevedono il rito per direttissima, quelli con imputati detenuti e quelli per reati più gravi, come mafia, terrorismo, ma anche incidenti sul lavoro e circolazione stradale, immigrazione clandestina e reati puniti con pene superiori ai quattro anni e quelli nei quali ci sono casi di recidiva reiterata. Saranno i capi degli uffici giudiziari, alla luce di questo elenco di reati considerati prioritari, a stilare un elenco proprio del quale dovranno essere informati il Consiglio Superiore della Magistratura e il ministro della Giustizia.

Il PD di Veltroni ha votato NO.

Aggravante di clandestinità.

Per lo straniero presente irregolarmente in Italia e che delinque le pene verranno aumentate di un terzo. L’aggravante viene applicata sia agli extracomunitari che ai cittadini stati membri dell’Unione europea irregolarmente presenti in Italia.

Il PD di Veltroni ha votato NO.

Utilizzo militari nelle grandi città.

Saranno 3000 i soldati dispiegati nelle grandi città per “specifiche ed eccezionali esigenze di prevenzione della criminalità”. Avranno compiti di pubblica sicurezza per un periodo di sei mesi (al massimo rinnovabile per un anno). I soldati saranno a disposizione dei prefetti e saranno impiegati in 10 città e affiancheranno forze di polizia nel controllo del territorio, in aree metropolitane o comunque densamente popolate, per servizi di vigilanza a siti e obiettivi sensibili, perlustrazione e pattugliamento. Saranno utilizzati principalmente carabinieri già impiegati in compiti militari all’estero o comunque volontari specificamente addestrati.

Il PD di Veltroni ha votato NO.

Più poteri a sindaci e prefetti.

Sono ampliati i poteri dei sindaci dei prefetti in tema di ordine pubblico e sicurezza urbana, prevedendo inoltre una collaborazione tra polizia locale e statale. Il sindaco potrà adottare provvedimenti ‘contingenti e urgentì per fronteggiare ed eliminare gravi pericoli che minacciano l’incolumità pubblica e la sicurezza urbana. Il prefetto può intervenire con proprio provvedimenti in caso di inerzia del sindaco e di predisporre gli strumenti necessari all’attuazione delle iniziative adottate dal sindaco per la sicurezza pubblica. Il sindaco segnala alle autorità competenti gli stranieri irregolari da espellere.

Il PD di Veltroni ha votato NO.

Espulsioni più facili.

Tutti gli stranieri che siano stati condannati a una pena superiore a due anni (fino ad oggi era di 10 anni) saranno espulsi. Prevista anche l’espulsione immediata per gli stranieri comunitari o clandestini che delinquono o (comunitari, dopo due mesi di permanenza nel nostro Paese) che non sono in grado di dimostrare una fonte lecita di guadagno. Per questi è previsto il rito per direttissima ed è abolito il patteggiamento in fase di appello.

Il PD di Veltroni ha votato NO.

Carcere da 6 mesi a 3 anni e confisca degli immobili ceduti

a titolo oneroso a clandestini e irregolari, nel caso in cui il proprietario ne derivi un ‘illecito profittò (restano fuori le badanti e colf alloggiate nelle case dei datori di lavoro). Con la condanna scatta anche la confisca del bene.

Il PD di Veltroni ha votato NO.

Ergastolo a chi uccide un agente e stretta sulla custodia cautelare.

Per chi uccide un agente delle forze dell’ordine in servizio (poliziotti, carabinieri, finanzieri e altri agenti di pubblica sicurezza) la massima pena prevista sarà quella dell’ergastolo. Inoltre, aumenta il numero dei reati per i quali non è concessa la sospensione della pena detentiva. Rimarrà in carcere chi commette atti osceni, violenza sessuale, violenza sessuale di gruppo, furto e tutti i delitti aggravati dalla clandestinità, ma anche chi spaccia sostanze stupefacenti e psicotiche. Per chi è incensurato non scatteranno più in maniera automatica le attenuanti generiche.

Il PD di Veltroni ha votato NO.

Confisca beni patrimoniali di origine mafiosa e no a gratuito patrocinio.

Vengono inserite norme per la confisca dei beni di origine mafiosa o di provenienza illecita o la cui consistenza risulti sproporzionata al proprio reddito dichiarato o alla propria attività economica. Sempre in tema di lotta alla mafia vengono ampliati i poteri di coordinamento del procuratore nazionale antimafia anche in materia di prevenzione. Infine, i mafiosi già condannati non potranno più avvalersi del gratuito patrocinio.

Il PD di Veltroni ha votato NO.

Lotta alla contraffazione.

Vengono introdotte norme specifiche in materia di distruzione delle merci contraffate.

Il PD di Veltroni ha votato NO.

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Trascrivo per intiero un articolo del ‘Il Mascellaro‘.

Tratto da Il Giornale del 30 giugno 2008

«È riaffiorata la tentazione di costruire un dossier aggiornato sul passato di Di Pietro», spiegava ieri Repubblica, certa che «qualcuno sarebbe già al lavoro collezionando vecchie inchieste da cui peraltro Di Pietro è sempre uscito scagionato». Grazie per il suggerimento, anzitutto: ma abbiamo già dato.

Se Antonio Di Pietro nel 1993 deteneva la fiducia del 94% degli italiani, e ora decisamente di meno, è perché nel mezzo evidentemente qualcosa è successo, qualcosa è stato raccontato, qualcosa è bastato: perlomeno al centrodestra.

Se è vero infatti che Walter Veltroni riscopre ogni giorno nuove convergenze col Di Pietro più veemente (persino quello che chiama «magnaccia» il presidente del Consiglio) d’altra parte invece c’è una sola cosa che l’ex magistrato e Silvio Berlusconi hanno in comune: entrambi sono stati indagati, più volte, ed entrambi alla fine ne sono usciti illesi. Giudichi il lettore, o l’elettore, chi la magistratura abbia voluto proteggere.

Sta di fatto che le sentenze che hanno riguardato Di Pietro, diversamente da quelle berlusconiane, rimangono pressoché sconosciute: non sono state infinitamente sezionate e sottotitolate e stampate e ristampate dai soliti fotocopisti di cancelleria, ma sono sentenze lo stesso, anche se Repubblica decide di chiamarle «fango» come ha fatto ieri.

Per fare un esempio: oggi ci sono giornalisti che ancora si chiedono, o chiedono a Di Pietro, perché a suo tempo lasciò la magistratura.
Eppure è tutto nero su bianco: e lo è sia nelle sentenze di non luogo a procedere vergate dai gup Roberto Spanò e Anna Di Martino a beneficio di Di Pietro (peraltro in contraddizione tra loro su alcuni episodi) sia nel successivo giudizio di tribunale vergato del presidente Francesco Maddalo il 29 gennaio 1997: una sentenza che superò le precedenti perché fece seguito a un pubblico dibattimento con esibizione di prove e audizione di parti.

Qualcuno lo ricorderà: è il processo in cui Di Pietro dapprima balbettò e poi rifiutò di rispondere alle domande del pubblico ministero. L’ex magistrato oltretutto non presentò appello, sicché la sentenza «fa stato quanto ai fatti accertati», come si dice in gergo.

Per farla breve: il Gup Anna di Martino, che pure fu molto attenta alle ragioni del magistrato, spiegò che se Di Pietro fosse rimasto in magistratura sarebbe andato incontro a pesanti sanzioni disciplinari.
Il giudice Francesco Maddalo, nondimeno, parlò di «fatti specifici che oggettivamente potevano presentare connotati di indubbia rilevanza disciplinare».

Sono le vecchie storie di Gorrini, D’Adamo, i prestiti da 100 milioni frettolosamente restituiti in scatole da scarpe o avvolti in carta di giornale, faccende di Mercedes rivendute a prezzo maggiorato, roba celata nel torbido dimenticatoio di chi ha fondato il suo movimento sulla trasparenza e sulla legalità, anzi sui «valori».

Eppure il Di Pietro che da magistrato si offrì di interrogare Berlusconi dicendo «Io quello lo sfascio» (come raccontato dal suo ex Procuratore Capo) è immortalato in una sentenza che nessun libro, di nessun servo di Procura, ha mai riportato:
«Decisiva appare l’intenzione di Di Pietro di intraprendere l’attività politica ovvero di ottenere incarichi pubblici di maggior rilievo» (pagina 167 della succitata sentenza Maddalo).
«Altri eventi evidenziano chiaramente questo sempre più marcato orientamento di Di Pietro ad assumere iniziative e posizioni più confacenti ad un esponente politico che a un magistrato. Particolarmente arduo è separare una condotta antecedente alle preannunciate dimissioni da una condotta a queste successiva» (pagina 170). «Il desiderio di lasciare l’incarico giudiziario nel momento di massima popolarità non poteva non essere funzionale e strumentale ad un successivo sfruttamento di questa popolarità, proprio in vista di quella progettata attività politica» (pagina 177).

Domanda: ma Di Pietro, quando decise di indagare Berlusconi, aveva già deciso di dimettersi per buttarsi in politica?
Risponde ancora Maddalo a pagina 179: «Le dimissioni, allora, dovevano già essere ampiamente maturate e in fase di imminente attuazione».
E perché Di Pietro non disse niente ai colleghi del Pool? Pagina 180: «I contatti e colloqui politici avrebbero potuto inquinare quella sua indiscussa leadership all’interno e all’esterno del Pool».

Questa peraltro è la parte nobile.

Perché poi, benché ritenuti privi di valenza penale, a dimostrare la moralità di Di Pietro ci sono pure i seguenti piccoli favori, appurati anch’essi da svariate sentenze:

  1. 100 milioni senza interessi dall’imprenditore inquisito Gorrini, poi restituiti con assegni circolari poi incassati e avvolti in carta di giornale poco prima di dimettersi, nel 1994;
  2. 100 milioni senza interessi dall’imprenditore inquisito D’Adamo, denaro restituito nel 1995 in una scatola da scarpe messa agli atti;
  3. periodiche buste di contanti sempre da D’Adamo;
  4. centinaia di milioni, ottenuti dagli imprenditori Gorrini, D’Adamo e Franco Maggiorelli, per i debiti contratti dall’amico Eleuterio Rea al gioco d’azzardo;
  5. una Mercedes CE da 65 milioni ottenuta da Gorrini e rivenduta all’amico avvocato Giuseppe Lucibello per una cifra poi utilizzata da Di Pietro per comprarsi una Fiat Tipo bianca; i soldi sono stati restituiti con assegni circolari emessi nel maggio 1994 ma incassati nel novembre successivo, prima delle dimissioni;
  6. una Lancia Dedra per la moglie di Di Pietro da parte di D’Adamo;
  7. l’utilizzo di una garçonnière dietro piazza Duomo, di proprietà di D’Adamo, fino all’inizio del 1994;
  8. l’utilizzo di una suite da 5-6 milioni al mese pagata da D’Adamo, a partire dal 1989, per almeno un anno e mezzo, al Residence Mayfair di Roma, dietro via Veneto;
  9. l’acquisto di un appartamento a Curno con soldi forniti da Gorrini;
  10. la disponibilità di un appartamento a canone gratuito, fornito da D’Adamo, per il collaboratore Rocco Stragapede;
  11. i pacchetti di pratiche legali dalla Maa di Gorrini per la moglie;
  12. le consulenze legali da D’Adamo per la moglie;
  13. l’impiego per il figlio, due volte, alla Maa di Gorrini;
  14. i benefit vari da D’Adamo: vestiario di lusso nelle boutique Tincati, Fimar e Hitman di Milano, un telefono cellulare per sé, un telefono cellulare per l’amico Rocco Stragapede, almeno quindici biglietti aerei Milano-Roma, un mobile-libreria per la casa di Curno;
  15. i benefit vari ottenuti da Gorrini: ombrelli, agende, penne, cartolame vario, viaggi in jet privato per partite di caccia in Spagna, Polonia e nella riserva astigiana di Giovanni Conti, alcuni stock di calzettoni al ginocchio.

Eccolo qua Antonio Di Pietro, l’uomo che giusto ieri si richiamava «allo spegnersi della coscienza civica, della morale, dell’etica», l’uomo che di Berlusconi cita «gli innumerevoli processi» senza mai menzionare i propri, l’uomo che di fronte al consenso di cui Berlusconi gode nel Paese, in una lettera scritta al suo mentore Beppe Grillo proprio ieri, ha parlato di «una situazione simile a quella dei ragazzi nei Paesi del Sud che ammirano il camorrista o il mafioso locale».

Eccolo lo spauracchio che secondo Veltroni doveva tenere sottotraccia quei grillisti e forcaiolisti che coi loro strepiti, ora e invece, soffocano le velleità di ogni sinistra che voglia essere civile e sintonizzata con il Paese reale.

I giornalisti tutto sommato lo amano: le sue sgangheratezze fanno colore e titolo in giornate calde e vuote come queste.
Lui straparla sempre di monopolio, ma è tra i più presenti in televisione e in assoluto l’ospite più invitato a Matrix, per esempio.
Nessuno ricorda più le sue 500 querele, o quando nel 1996 disse che avrebbe preso «a schiaffi e pedate chi mi ha indotto a dimettermi dal ministero dei Lavori pubblici», o le sue folli proposte circa il «decreto cautelare di rettifica» o altre norme punitive contro i giornalisti.

Nessuno ricorda mai quando Di Pietro, nel dicembre 1994, a Curno, prese a testate un giornalista dell’Ansa dopo averlo riempito di calci e di pugni. Nessuno gli chiede più conto, per quanto la vicenda sia recente, dell’acquisto di due appartamenti pagati con un mutuo che risultava inferiore all’affitto frattanto versato dalla sua Italia dei Valori: in pratica Di Pietro comprava case grazie al finanziamento pubblico.

Nessuno, del resto, bada al fatto che il partito dell’Italia dei Valori appartiene a Di Pietro per statuto notarile, e così pure tutti i finanziamenti pubblici.
Nessuno dedica servizi a un personaggio che straparla di democrazia e però neppure ora (con l’8 per cento dei suffragi) si dimostra capace di inventarsi una struttura, un numero 2, un gregario, un volto spendibile e alternativo al suo.
Gli unici nomi noti sono quelli di chi l’ha regolarmente mollato: da Pietro Mennea all’ex fidatissimo Elio Veltri (che lo sosteneva dal 1988 e ora gli spara contro a ogni occasione) sino a Valerio Carrara, l’unico parlamentare dipietrista eletto nel 2001 e che pensò bene di passare al Gruppo Misto prima ancora che si insediassero le Camere; e poi ancora Rino Piscitello, Federico Orlando, Milly Moratti, Sergio De Gregorio, persino Paolo Flores D’Arcais:

«Gente che ha capito il personaggio e ha preso le distanze» ebbe a commentare Veltri.
In compenso, chiuso all’angolo, resiste Veltroni.

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Trent’anni fa, con un mix forcaiolo e gossiparo molto simile all’attuale, L’Espresso riuscì ad abbattere Giovanni Leone.

Il presidente della Repubblica fu descritto come un tangentista anche se era innocente, fu ritratto in copertina come un clown, fu messo in croce per le sue amicizie, fu sbeffeggiato perché aveva una bella moglie e dei figli dipinti come monelli.

Grazie alla codardia del suo partito, la Dc, e alla protervia dell’opposizione, il Pci, il capo dello Stato fu accompagnato alla porta, salvo poi essere riabilitato vent’anni dopo. La giornalista dell’Espresso che si era resa responsabile di quella caccia all’uomo fu condannata, ma nessuno lo ricorda più.

L�Espresso esultò e si vantò: “Avevamo copertine fino a Natale”. Già, perchè ogni settimana quel giornale usciva con in copertina una caricatura estremamente offensiva contro il capo dello Stato italiano e ne menava vanto; per non restarne a corto, ne avevano una scorta.
Che bravi!

Venne pubblicato un libro della Cederna, giornalista odiata e disprezzata da Montanelli che la definiva una zitella vogliosa.

“Giovanni Leone- La carriera di un presidente” uscì nel ‘78 per i tipi della Feltrinelli. L’autrice iniziava : “Questo libro è nato da un amore profondo per la democrazia” e parlava di “severo accertamento diagnostico” per cui si sentiva autorizzata a “condurre un’indagine sull’attuale capo dello stato, sulla sua carriera professionale e politica, le sue amicizie, il suo curriculo parlamentare, fino ai momenti più alti dell’ascesa ai vertici”.

Altra curiosa coincidenza:
Leone fu l’unico presidente favorevole alla separazione delle carriere tra pm e giudici: in un messaggio alle Camere ammonì il Parlamento sul lassismo giudiziario, invocando meno scarcerazioni facili, soprattutto meno ferie e concorsi e formazione più scrupolosi per i magistrati. Rinviò alle Camere la legge sull’elezione dei membri del Csm, la stessa che in seguito alla reiterazione del Parlamento aprì le porte dell’organo di autogoverno delle toghe alle correnti e alla politicizzazione.

Anche allora gli stessi mezzi, gli stessi partiti e gli stessi ‘utili idioti’ di oggi. Anche la stampa è rimasta la stessa.

Gli unici che forse sono cambiati sono gli imbecilli che seguono come pecore le parole d’ordine della sinistra.

Forse sono i figli di quelli cha applaudirono l’espresso allora.

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Già nei primi 40 giorni di Governo molte delle promesse fatte in campagna elettorale sono state mantenute.

Napoli e l’immondizia
Finalmente si cominciano a vedere i primi risultati della politica del Governo.

Sicurezza

E’ stato finalmente approvato il pacchetto ’sicurezza’ proposto dal Governo.
Su tale pacchetto si è alzato, da parte di una frangia della magistratura e della sinistra capeggiata da Di Pietro un polverone assurdo ed incredibile sul punto che riguarda la sospensione dei processi. Ma di questo ne parlerò alla fine.
Ecco le nuove norma:

  • Immigrazione
    • Il limite per far scattare il provvedimento di espulsione per immigrati condannati scende da 10 a 2 anni di condanna.
    • Se l’autore di un reato è clandestino, arresto immediato (anche senza fragranza) e processo per direttissima
    • La condizione di clandestinità viene considerata come aggravante e la pena aumentata di un terzo
    • Carcere da sei mesi a tre anni e confisca della casa per chi affitta o dà alloggio a irregolari
    • Inasprite le pene per chi dà lavoro a immigrati senza permesso di soggiorno
  • Criminalità comune
    • Potenziamento forze dell’ordine
    • Possibile impiego dei militari (max 6 mesi) per affiancare le forze dell’ordine
    • Ampliato il numero dei casi per cui non si può concedere la sospensione della pena (violenza sessuale, spaccio di droga; e furti e rapine commessi da clandestini)
    • Pena dell’ergastolo per chi uccide un ufficiale di pubblica sicurezza o di polizia giudiziaria
    • Speciali poteri per Prefetti e Sindaci (potranno segnalare gli immigrati da espellere o allontanare perchè pricolosi)
    • Ampliate le pene (ora vanno da 3 a 10 anni e confisca del veicolo) per coloro che provocano incidenti mortali sotto effetto di alcohol o stupefacenti
  • Mafia e mafie
    • Aumentata di due anni la pena per associazione mafiosa
    • Procedure più snelle per l’accertamento e la confisca dei beni dei boss e dei loro tirapiedi
    • Eliminazione del patrocinio gratuito a favore dei mafiosi già condannati
    • Estensione di quanto previsto dall’art. 41 bis agli appartenenti alle mafie importate (cinese, russa, albanese, eccetera)
    • [b]Processi[/b]
    • Corsia preferenziale per i reati più gravi (quelli che prevedono pene da 10 anni in su.
    • Vengono sospesi per un anno i processi per reati che prevedono meno di 10 anni di pena che siano stati commessi prima del 30 giugno 2002 e si trovino tra l’udienza preliminare e il dibattimento di primo grado.
    • Sono esclusi dalla sospensione i processi in cui gli imputati sono detenuti, quelli per terrorismo, per reati contro minori, per fatti di criminalità organizzata e per l’inosservanza delle norme contro gli infortuni del lavoro.

L’assurda campagna della sinistra
La parte del decreto che sospende i processi meno importanti per portare avanti quelli gravi ha dato modo alla sinistra di imbastire una campagna fondata come al solito sulla disinformazione e sulla menzogna (il lupo perde il pelo, ma non il vizio).
Vediamone i dettagli:

  • Menzogna
    • I processi non vengono annullati. Non c’è nessun indulto palese od occulto, come sostiene la sinistra.
    • I processi meno importanti vengono semplicemente rinviati di un anno. Alcuni di tali processi, probabilmente, non si faranno più per sopraggiunta scadenza dei termini altri verranno fatti con un anno di ritardo e giungeranno alla loro normale conclusione: assoluzione o condanna.
  • Cosa vuo dire tutto ciò?
    Che verranno eliminati quei molti processi che, anche senza questa norma, sarebbero comunque andati in prescrizione.
    Al loro posto se ne potranno fare altri che altrimenti non verrebbero fatti.
    (Un esempio:
    Iniziano oggi le scarcerazioni eccellenti che porteranno in libertà per decorrenza dei termini di custodia cautelare diversi esponenti della mafia garganica, che negli ultimi 30 anni ha dato vita a una faida che ha lasciato una scia di 35 omicidi. I primi quattro usciranno dal carcere stamattina. A tornare in libertà, tra gli altri, il boss 33enne Armando Li Bergolis. L’ultimo a lasciare il carcere sarà, tra un mese, Giovanni Giovanditto, accusato di 13 omicidi.” (RaiNews24 - 26-6-2008)).
    In altre parole si evita non solo una spesa non irrilevante per lo Stato per celebrare processi inutili, ma, soprattutto, si evita la scarcerazione di veri delinquenti (assassini, mafiosi, eccetera) per aver dato la preferenza a processi del tutto inutili, posticipando di conseguenza quelli importanti.
    Mi sembra una cosa molto logica, vista la situazione odierna dei nostri Tribunali

  • Eversione
    • Come sempre la sinistra ha movimentato quella parte di magistratura che ad essa si riferisce. Il risultato è un vero e proprio tentativo di eversione democratica.
    • Assistiamo ad un CSM che, pur essendo l’organo di controllo della Magistratura, non è in grado, lui per primo, di tutelare il segreto di ufficio (bozza del suo parere apparsa sulla stampa prima ancora che potesse essere letta e discussa dal CSM stesso).
      “Il vicepresidente del Csm Nicola Mancino dopo la diffusione di ieri della bozza di parere a cui sta lavorando la VI commissione del Csm sul decreto sicurezza e in particolare l’emendamento che sospende i processi, richiama ancora una volta i consiglieri di Palazzo dei Marescialli alla massima riservatezza; e avanza l’ipotesi di nuove regole contro indiscrezioni e fughe di notizie dal Csm.” (IGN - 28-6-*2008)
    • Pretesa del CSM (e di alcuni giudici e PM) di sostituirsi al Parlamento nella promulgazione delle leggi.
    • Sostituzione del CSM alla Corte Costituzionale nel giudicare della costituzionalità o meno di una legge.

    Come si vede, a mio parere, ce n’è abbastanza per chiedere l’azzeramento della Magistratura tutta e la sua ricostruzione su basi più democratiche.
    Resta comunque evidente l’assoluta necessità di una riforma della Giustizia.
    Non è ammissibile che esistano pubblici magisteri e magistrati che intendano la loro professione come un puntello politico per una parte.
    Chi mette su ripetutamente processi che si concludono nel nulla poichè i fatti non sussistono deve finalmente pagarne le conseguenze.
    Non è più ammissibile che un casta altamente politicizzata ed in grado di provocare danni gravissimi all’economia ed alla democrazia del Paese goda di quella impunità che vorrebbe negare al Presidente della Repubblica e agli altri vetici fondamentali del Paese.

Mi auguro che il Governo prenda di petto, in tempi molto brevi, questo problema e lo risolva una volta per tutte.

Un’ultima osservazione in margine alla sollevazione della sinistra.
Repubblica, notoriamente il loro organo ufficiale, ha pensato bene di fare un sondaggio pensando che potesse appoggiare le farneticazioni di Di Pietro e Veltroni. Ecco i risultati:

il 59% degli italiani non ha fiducia nella Magistratura e la condanna senza appello (l’altro 41% è formato evidentemente in gran parte dalla delinquenza che ha tutto da guadagnare da questa magistratura). I motivi addotti sono: i tempi troppo lunghi dei processi, gli errori dei giudici, l’incertezza della pena e il protagonismo politico di taluni magistrati.

Il 55% degli italiani approva la norma che la sinistra definisce falsamente “blocca processi“.

Con buona pace di Veltroni, Di Pietro e i girotondini di varia natura.

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Gironzolando in rete ho trovato un programma interessante: TreeLine.

In poche parole è un programma che aiuta a mettere ordine tra le proprie cose.
Per essere più precisi, spesso nel nostro PC vi è una marea di dati di tutti i tipi: da note a foto, da file audio a filmati, da libri a testi vari, eccetera.
E spesso quando cerchiamo qualcosa ci siamo dimenticati di dove sia o, peggio, ci siamo dimenticati di aver salvato a suo tempo qualcosa che oggi potrebbe tornarci utile.

Programmi che possono aiutarci ve ne sono molti.

Ad esempio kphotoalbum ci aiuta a tenere in ordine le nostre foto, recoll è un potentissimo motore di ricerca in grado di trovarci documenti ed altro in base a ricerche anche complesse.
Treeline è diverso. In pratica è un indice che contiene tutto ciò che pensiamo sia utile avere a portata di mano.
Come Tellico (a cui assomiglia), Treeline è a tutti gli effetti un database in cui inserire il nosto materiale.
Rispetto a Tellico è più leggero e ha una vista ad albero i cui nodi possono avere sottonodi, i sottonodi possono avere sotto-sottonodi, e così via.

In un certo senso assomiglia a Konqueror.
A sinistra l’albero dei nodi (sostituisce l’albero delle cartelle di Konquror) e a destra la vista della scheda associata al nodo. Ovviamente si può dare al nodo un nome, una descrizione e quant’altro. La scheda è fortemente personalizzabile con campi di testo, numerici, di scelta, di combinazione, scelta automatica,html, data, tempo, booleana,URL,Path, link interno,

Detto così può sembrare molto complicato. In realtà è di una estrema semplicità.
Il risultato finale è un albero di voci, ciascuna suddivisa con sotto-voci, che mostra il contenuto del disco.
In pochissimo tempo mi sono messo in ordine tutti i documenti e le varie documentazioni che ho sul PC.
A sinistra vedo un albero con diverse voci (Documenti, Documentazioni, Libri, eccetera. Ognuna di queste voci è espandibile in modo da mostrare tutto quello che ad essa si riferisce.
Ad esempio sotto la voce Documentazione trovo Art of Illusion, Blender, eccetera. Sotto la voce Blender le due voci filmati e tutorials e finalmente sotto la voce filmati vedo tutti i tutorial video che ho del programma in questione. Volendo potrei anche mettere quelli reperibili si internet.
I filmati in questione (tutorial video di Blender) li avevo messi in una casella ‘path’ della scheda che mi compare in corrispondenza sulla destra.
L’unica pecca è che cliccando sul link mi si apre konqueror ed il filmato parte nel browser.

Poichè preferisco che invece  venga aperto il programma specifico per ogni file, dopo aver contattato l’autore che mi ha gentilmente spiegato come la cosa non sia così semplice visto che il programma è multipiattaforma, ho seguito il consiglio che mi ha dato: creare una serie di caselle eseguibili (al posto delle caselle ‘path’) per ogni tipo di file, caselle che includono come prefisso il comando per lanciare il programma predefinito  ( con un nome che ricordi cosa sono).
Il fatto di avere schede con trenta o quaranta caselle non è un grosso problema, visto che poi appaiono solo quelle effettivamente usate. Rallenta solo, ma di pochissimo l’immissione dei dati (occorre infatti cercare la giusta casella in cui inserire il link), con il vantaggio però che un collegamento ad un file odt mi aprirà open office writer, mentre un collegamento ad un file audio mi aprirà amarok.

Fatto il tutto ed inserito quello che si vuole, il programma permette la normale navigazione sul suo albero oppure la ricerca al suo interno.
Il programma è sufficientemente flessibile per adattarsi a molteplici esigenze e contiene anche alcuni esempi pratici.
Sempre dello stesso autore, sul suo sito, ho trovato un altro programma utile. Convert All.
Si tratta di un convertitore universale che si installa in due secondi, ha un bell’aspetto e, quel che più conta, fa egregiamente il suo lavoro.

In conclusione due programmi che mi sento di consigliare (sono scritti in python) a tutti.

Ecco l’indirizzo dove trovarlo:
TreeLine

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Mi sono imbattuto nel sito del fisico Marco Biagini che, alla teoria materialista imperante che vorrebbe ridurci ad un tubo digerente, ne contrappone una del tutto diversa e molto pià credibile.

Cerco di riassumere quanto da lui esposto in vari articoli, sperando di esserci riuscito.
Come al solito potete approfondire l’argomento agli indirizzi riportati in fondo.

Tutta la materia che ci circonda, sia allo stato solido, liquido o gassosos, così come quella che costisuisce i tessuti del nostro organismo è fatta di soli tre tipi di particelle: i protono, i neutroni e gli elettroni.

Le forme di interazione tra queste particelle sono quattro: nucleare forte, elettromagnetica, nucleare debole e gravitazionale. Di queste, l’interazione nucleare debole è circa cento miliardi di volte più debole di quella elettromagnetica ed ha un raggio di azione molto piccolo, circa un milionesimo di miliardesimo di centimetro. I suoi effetti quindi si limitano ad alcuni processi di decadimento radioattivo. L’interazione gravitazionale tra elettroni, protoni e neutroni è pure del tutto trascurabile.

Restamo quindi, per spiegare i fenomeni che osserviamo nella materia stabile (processi molecolari, chimici e biologici) le due interazioni restanti: nucleare forte e elettromagnetica. Se però consideriamo che l’interazione  nucleare forte è cento volte più intensa dell’interazione elettromagnetica, ma con un raggio di azione di circa un millesimo di milardesimo di millimetro (ordine di grandezza dei nuclei atomici), possiamo dire che il suo ruolo è quello di tenere saldamente legati i protoni ed i neutroni dentro il nucleo, mentre tutti i processi che osserviamo nella materia stabile sono determinati unicamente dall’interazione elettromagnetica.
La meccanica quantistica spiega molto chiaramente tutti i processi chimici in termini meccanicistici. Vale a dire che anche tutti i processi biologici sono spiegabili in termini meccanicistici.
La vita biologica consiste infatti unicamente in successioni di reazioni chimiche concatenate tra loro.

Concludendo, la scienza quindi ci fornisce una chiara e logica spiegazione meccanicistica della vita biologica.
Ciò che manca però è una spiegazione della vita psichica.
Gli elettroni e i quark non pensano, non sono nè tristi, nè felici, non provano nè piacere, nè dolore.
Il materialismo si sviluppò molto prima della meccanica quantistica, ai tempi in cui la biologia e la chimica venivano considerate scienze autonome ed indipendenti dalla fisica, A quei tempi la materia biologica veniva considerata su un piano diverso da quella inorganica e si riteneva che i processi biologici, ed in particolare quelli cerebrali, avessero natura diversa dai processi della materia inorganica.

La meccanica quantistica ha scientificamente dimostrato la falsità di queste opinioni. Oggi sappiamo che sia la materia che i processi cerebrali hanno la stessa identica natura della materia inorganica e dei suoi processi; e tali processi sono determinati unicamente dalle leggi dell’elettrodinamica quantistica.

L’affermazione, tipicamente materialista, che le reazioni chimiche e gli impulsi elettrici nel cervello generano le sensazioni, le emozioni ed i pensieri, è sbagliata sul piano scientifico, dato che le reazioni chimiche, sia dentro che fuori dal cervello consistono solo in un cambiamento di configurazione geometrica dei nuclei atomici, con un conseguente riassestamento degli elettroni. Gli impulsi elettrici, sia dentro che fuori dal cervello, sono in realtà solo elettroni in movimento; le leggi della fisica stabiliscono che gli impulsi elettrici generano solo onde elettromagnetiche che si propagano nello spazio alla velocità della luce. Gli impulsi elettrici del cervello sono quindi del tutto equivalenti a quelli che attraversano una lampadina, e non generano alcuna sensazione, emozione o pensiero.

Ma allora chi crea le sensazioni, le emozioni e la coscienza?

Ciò che possiamo affermare è che la causa dell’esistenza della coscienza, delle sensazioni, delle emozioni e dei pensieri è un’entità nè materiale, nè fisica. Possiamo chiamare tale entità col nome che ci pare, mente, psiche, anima o spirito.

A prescindere dal nome, il risultato fondamentale è che questa entità certamente esiste nell’uomo, e quindi l’uomo non è soltanto un organismo biologico. Nell’uomo c’è qualcos’altro che trascende la realtà fisica, materiale e biologica.

Questa entità (psiche) è in interazione col cervello (se tale interazione non esistesse l’uomo non potrebbe mai conoscere la realtà esterna). Ciò implica che una qualsiasi alterazione delle normali funzioni cerebrali si rifletta anche sulla psiche. Ciò spiega tra l’altro come droghe e traumi cerebrali abbiano un effetto non solo sul cervello, ma anche sulla psiche.

Resta la domanda finale.
Come nasce la nostra mente o psiche?

Sulla base delle conoscenze scientifiche possiamo solo affermare che la nostra psiche non nasce a causa di processi fisici, chimici, o biologici. La causa dell’esistenza della nostra psiche, in altre parole, trascende le leggi della fisica e la realtà materiale.

Dr. Biagini
Dottore di Ricerca in Fisica dello Stato Solido.

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On Shanti, Shanti, Shanti

OM. Quello è il Tutto. Questo è il Tutto. Da Tutto sorge il Tutto.
Se dal Tutto è preso il Tutto, solo il Tutto rimane.
(Ishavasyopanishad e Brihadaranyakopanishad)

Om. Pace, Pace,Pace

Lo studio delle lingue è sempre affascinante ed è un ottimo esercizio per il cervello.
Ma perchè imparare proprio il Sanscrito?

Le ragioni sono molteplici. Qui cercherò di darvene qualcuna.

  1. Il Sanscrito è la più antica lingua al mondo. Ma rispetto ad altre lingue antiche, come il greco o il latino), il sanscrito è l’unica lingua antica al mondo che ha mantenuto la sua struttura e il suo vocabolario originale sino ai giorni nostri.
    La più antica letteratura del mondo, i Veda, i Purana e gli Itiasa sono oggi disponibili nella stessa, identica forma in cui sono stati scritti.
  2. Il Sanscrito è tutt’oggi una linga parlata. E non mi riferisco solo ai Bramini e agli eruditi indiani. Esistono trasmissioni televisive e radiofoniche in Sanscrito. Ed il suo uso quotidiano è in costante crescita.
  3. La grammatica del Sanscrito è particolarmente precisa e definita. Uno studio comparato delle diverse lingue ha portato la NASA a definire il Sanscrito come la migliore lingua in assoluto per l’uso con il computer.
  4. Il vocabolario del Sanscrito deriva da sillabe-radici. Questo lo rende estremamente adatto per aggiornarlo con parole e termini scientifici che descrivono le attuali nostre conoscenze. E queste nuove parole risultano comprensibili a chiunque comprenda il Sanscrito.
  5. Nei versi della imponente letteratura Vedica sono nascosti principi scientifici, conoscenze astrologiche, astronomiche e matematiche difficilmente visibili in una traduzione. La lettura dei testi in Sanscrito permette invece di scoprire facilmente tutta questa ricchezza.
  6. Il Sanscrito è l’unico linguaggio conosciuto che ha in sè stesso la sua grammatica, lo schema di pronuncia e le regole per la formazione di nuove parole.
  7. La ricchezza di sfumature del Sanscrito è incredibile. Ha la capacità di tradurre veramente qualsiasi concetto in parole.
  8. E’ la lingua del cuore. Qualsiasi sia il vostro stato d’animo o la vostra emozione, il Sanscrito vi offre le opportune parole per farla comprendere agli altri.
  9. Il Sanscrito è contemporaneo ai Veda. E i Veda non possono essere studiati senza i 6 Vedangas.
    I primi tre trattano della lingua parlata. Per la precisione il primo tratta della pronuncia delle lettere e degli aksharas.
    Il secondo tratta di come comporre le parole.
    Il terzo classifica i suoni radice. In questa classificazione rientrano i sinonimi (ad esempio vengono indicati circa 120 sinonimi per la parole acqua, ognuno ovviamente con una leggerissima differnza dagli altri).
    Il quarto si occupa della metrica (vi sono circa due dozzine di metriche vediche e un’infinità di altre metriche).
    Gli ultimi due si occupano dello spazio e del tempo.
  10. Il Sanscrito ha 51 lettere o aksharas. Nelle altre lingue ci riferiamo alle lettere come alfabeto. Al contrario, nel Sanscrito, le lettere e gli aksharas hanno un significato fondamentale. Il suono delle singole lettere ed il loro significato viene mantenuto nella parola da esse formata. La pronuncia della parole è essenzialmente la pronuncia dei singoli aksharas contenuti nella parola stessa. Ciò lo rende adattissimo al ‘text-to-speech‘ computerizzato.
    Il secondo aspetto di ‘non distruzione‘ consiste nel fatto che gli aksharas mantengono nella parola che formano il loro significato. Per fare un esempio consideriamo la parola ‘guru‘. E’ formata dai due akshara ‘gu‘ e ‘ru‘ e indica un maestro che dissipa l’oscurità (ignoranza). L’akshara ‘gu‘ significa oscurità, mentre l’akshara ‘ru‘ significa l’atto di rimuovere.
  11. La conoscenza del Sanscrito dà la gioia di poter leggre nella loro lingua originale le grandi epiche indiane. Ad esempio il Ramayana con i suoi 24.000 versi o il Mahabharata che con i suoi 100.000 versi è il romanzo epico più lungo (e più grande) al mondo.

Ma come fare ad impararlo?
E, soprattutto, a quali difficoltà va incontro chi volesse provarci?

La seconda domanda ha una risposta fortunatamente positiva. Il Sanskrito non è così difficile come normalmente si è portati a credere. Anzi. Richiede certamente un piccolo sforzo e un po’ di memoria, ma chiunque, in poco tempo, può arrivare a padroneggiarlo abbastanza da poter sostenere una normale conversazione.

Resta da vedere come si possa iniziare.

Anche questo problema è facilmente risolvibile.
In rete vi sono parecchi siti che si occupano di ciò.
Uno dei più semplici è all’indirizzo in fondo pagina.
In questo sito vengono date 12 lezioni con moltissimi files mp3 per la pronuncia e diversi esercizi per vedere lo stato di apprendimento.
Le singole lezioni sono davvero ben fatte e portano, in poco tempo, ad impadronirsi delle fondamenta del linguaggio.
La buona volontà e la lettura faranno poi il resto.

Learn Sanskrit through self study

Come si scrivono gli aksharas

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