Da tempo ero stufo di Ubuntu e di tutti i suoi problemi e, anche se in effetti era presente solo come SO di emergenza sul secondo HD, cercavo spesso un sistema operativo con cui sostituirlo.

Come sistema principale usavo Sidux, quindi mi sono deciso di provare uno dopo l’altro Mandriva, OpenSuse e Fedora, ma tutti per un motivo o per l’altro non mi soddisfacevano completamente (e tra l’altro erano versioni in sviluppo e non ancora definitive).
Sembrava tutto stagnante in attesa dell’installazione definitiva probabile di OpenSuse, quando mi sono imbattuto per puro caso nel progetto Chakra che ha attirato la mia attenzione soprattutto per il suo nome.

Leggendo le poche notizie presenti sul loro sito, ho realizzato che si trattava di una versione particolare di ArchLinux, forse l’unico sistema operativo che ancora non avevo mai provato. Da qui la decisione di installarlo.

La sorpresa, inutile dirlo, è stata grande. A parte i primi momenti di incertezza visto che è completamente diverso dagli altri sistemi operativi, non appena presa un po’ di confidenza (ci sono voluti alcuni minuti e un paio di letture sul sito) mi è parso subito come un sistema davvero eccezionale.

Per farla breve, non solo Ubuntu è finito nella spazzatura, ma Chakra ha sostituito nel giro di una settimana anche Sidux nella partizione principale.
E ne sono entusiasta.
Provare per credere!

Nella letteratura Vedica, un posto di rilievo spetta certamenta al libro Ramayana di Maharishi Valmiki.
È una delle due grandi epiche che formano l’anima della nazione Indiana.
Il Ramayana proclama la grandezza di una vita d’azione basata sui principi di giustizia e di dovere.
Sprona tutti gli uomini a diventare incarnazioni del ‘Dharma’ (dovere), in quanto una vita senza Dharma non è degna di questo nome.
Narra della lotta tra Rama (incarnazione del Dharma) e Ravana (incarnazione dell’Adharma).
Il Ramayana è una guida completa alla piena realizzazione di Dio. È un libro che contiene l’essenza di tutti i Veda e di tutte le Scritture.
E, cosa che non guasta, è un libro avvincente e bellissimo da leggere.
Vi consiglio la versione curata da Swami Venkatesananda edita dalle ‘Edizioni Vidyananda’ (ISBN 88-86020-10-4).

Come molte Sacre Scritture, anche il Ramayana ha più chiavi di lettura. La prima, immediata, è quella del racconto storico. Vi si parla di una guerra, del suo svolgimento e della sua conclusione.
Ad una più attenta analisi si vede come le lotte descritte siano in realtà quelle che avvengono in ciascuno di noi: rappresentano l’eterna battaglia tra le forze del bene e quelle del male.
Letto in questo modo, vedendo cioè nel libro uno specchio nel quale si riflette il nostro cuore e la nostra mente, il Ramayana assume la qualità di ‘Guru’, di Maestro, e può condurci alla scoperta della Verità.

Qui comunque mi limito alla parte puramente descrittiva, quella che possiamo chiamare storica.
È interessante almeno per due motivi: gli archeologi cominciano a trovare riscontri concreti a quanto raccontato nel testo; il testo stesso racconta una guerra condotta con armi nucleari e oggetti volanti.
Ed è proprio su quest’ultima curiosità che voglio attirare la vostra attenzione.
Gli oggetti volanti descritti nel Ramayana, in realtà, compaiono in tutta la letteratura Vedica col nome di Vimana. E, anzi, esiste un volume che ne descrive la costruzione e che insegna come pilotarli.
(Vimana)

Dal Ramayana:
… Aksha saltò sul suo aereo, che era un velivolo eccezionale, ottenuto con molto impegno e sacrifici. Era placcato d’oro puro; aveva le torrette di pietre preziose; era azionato da otto propulsori, e poteva raggiungere la velocità della mente! …Era equipaggiato con otto torrette per lanciare missili, che puntavano nelle otto direzioni. …“.

Il Ramayana come detto descrive la guerra tra Rama e Ravana, re di Lanka (isola). Generalmente si è portati a identificare Lanka con l’odierno Sri Lanka.
È però molto improbabile che all’epoca dei fatti esistesse l’isola dello Sri Lanka e che quindi, lì, potesse essere identificato il regno di Ravana.
Molto più probabile si trattasse di un’isola nella valle dell’Indo, dove recentemente sono state scoperte città e rovine che trovano precisi riscontri nei Veda.
Sotto questa ottica si potrebbe identificare Lanka con l’attuale Mohenjo Daro (monte dei morti), un’antica città di circa 40.000 abitanti, improvvisamente abbandonata tra il 1.700 e il 2.500 a.C..
La città, sulla riva del fiume Indo, all’epoca di cui si parla era in realtà un’isola dello stesso e sorgeva sopra una collina. Aveva un altissimo livello di civilizzazione: la strada principale, larga sei metri, aveva sistemi di canali ai lati che servivano a ripulirla dalla polvere; erano previsti spazi per la raccolta dei rifiuti; i pavimenti delle case erano piastrellati e l’acqua corrente, sino al terzo piano, era assicurata da pozzi verticali; al centro si ergeva il granaio ed era dotata di una grande piscina pubblica.
Improvvisamente venne abbandonata dalla sua popolazione. Gli storici non riescono a darne una spiegazione accettabile, ma esistono indizi che la ricollegano al Ramayana.

Nella parte del poema chiamata “Uttara Kanda“, infatti, nel capitolo 23, è scritto:

Vedendo il loro esercito abbattuto in volo, i figli di Varuna, sopraffatti dalla pioggia di missili, tentarono di interrompere il combattimento. Stavano fuggendo sottoterra (3) quando videro Ravana sul suo Pushpaka Vimana. Cambiarono repentinamente rotta e si slanciarono verso il cielo con la loro flotta di macchine volanti. Una terribile lotta scoppiò nell’aria.”

Ravana rapisce Sita, figlia di Jawata re della città di Mithila e sposa di Rama, il quale dopo un’aspra battaglia ucciderà Ravana e libererà Sita. Nel capitolo 88 dell’Uttara Kanda si legge la reazione di Re Jawata:

Arderà Indra il reame di quel malvagio con una pioggia di polvere soverchiante. È giunta l’ora dello sterminio di quell’insano e dei suoi seguaci.

Quindi il dardo di Indra distrugge la roccaforte di Ravana. Ma il suo regno, posto fra i monti Vindhya e Saivala, gli odierni Aravalli e Sulaiman, corrisponde a Lanka, parola che significa isola, cioè Mohenjo Daro situata proprio su di un isola del fiume Indo.

Certamente considerazioni difficili da digerire, ma che sembra trovino conferma in alcuni fatti:

  1. Mohenjodaro, fiorente e popolosa città in riva all’Indo è “morta” improvvisamente in un’epoca imprecisata che gli archeologi hanno fissato entro limiti massimi del 1700-2500 a.C.
  2. Nelle sue strade, sono stati rinvenuti 44 scheletri, 43 dei quali risalenti al momento della fine della città. Il 44° è invece vecchio di pochi secoli fa e quindi non ci interessa.
  3. Le posizioni in cui sono stati trovati gli scheletri denunciano una morte improvvisa, ma senza segni di ferite d’arma bianca.
  4. Gli scheletri portano evidenti segni di calcinazione.
  5. La posizione in cui sono stati trovati , fa ritenere che le persone non si aspettassero di morire!
  6. Gli scheletri sono stati rinvenuti in una fascia semicircolare della città.
  7. Durante gli scavi sono state rinvenute pochissime armi.
  8. Sui ruderi della città sono state rilevate tracce di vasti incendi che hanno interessato soprattutto i piani più alti.
  9. Almeno uno dei pozzi della città è ancora attivo.
  10. I ruderi sono di altezze diverse. Collegandone le cime con una linea ideale si ottiene una retta che degrada verso il lato Sud-Sud-Ovest della città.
  11. Nel punto in cui questa retta ideale si congiunge al terreno, il suolo è ricpoerto , per una larga zona, di frammenti d’argilla fusi e vetrificati.
  12. Questi frammenti sono stati esposti, per un brevissimo periodo, ad un calore di migliaia di gradi.
  13. La maggioranza delle case sono state trovate prive delle suppellettili, come se la popolazione avesse EVACUATO la città…

Tutto lascerebbe quindi pensare ad una terrificante esplosione che abbia distrutto la città. L’arma usato era un’arma nucleare e ciò sarebbe dimostrato da molti ritrovamenti.
Innanzitutto alcuni manufatti carbonizzati che furono sottoposti per un brevissimo periodo ad una temperatura superiore ai 1.500 gradi centigradi (furono analizzati dal CNR italiano dai prof. Bruno Di Sabatino, Amleto Flamini e dal dott. Giampaolo Ciriaco) con conseguente vera e propria ebollizione delle pietre. Segue la radioattività riscontrata sugli scheletri trovati che sembrano essere stati proiettati al suolo da una forza immane e la radioattività, in misura ancora perisolosa, risontrata in tutta la città.
Tutto ciò è stato raccontato da Lord David William Davenport, un inglese profondo conoscitore dell’india e delle sue lingue, sanscrito compreso, in un libro intitolato ‘2000 a.C.: distruzione atomica’ (ed. Sugarco, Milano 1978) scritto insieme al giornalista Ettore Vincenti.

Siti e forum che trattano dell’argomento affollano la rete. Io mi limito a segnalarvene uno dove potete vedere anche alcune foto della città.

(Mohenjo-Daro: la Hiroshima dell’Antichità)

Spero con questo di avervi fatto venire la voglia del Ramayana, uno dei libri più belli della letteratura indiana.

da un articolo di Marie- Christine Sclifet
Antichità dell’astrologia vedica

Secondo gli Indiani, la loro astrologia data da più di 5.000 anni, mentre i loro scritti sacri, i Veda, sono ancora più antichi.

Se guardate la datazione dei Veda in una enciclopedia (anche Wikipedia) troverete che vengono fatti risalire al massimo al 1.200 a.C..

Cerchiamo di mettere un po’ d’ordine su queste date contrastanti.

La datazione ufficiale deriva dalle ricerche effettuate da Max Muller (1859), secondo il quale un popolo nomade proveniente dal Caucaso ha invaso l’India nel secondo millennio a.C. e vi ha lasciato i Veda. Questo popolo, dalla pelle chiara (ariano) è anche responsabile della disseminazione di lingue indoeuropee di cui faranno parte il Sanscrito, il Greco ed il Latino.
La datazione del più antico testo vedico, il Rig Veda, (1.200 a. C.) ha per origine la “teoria” dell’invasione ariana, inventata dal Muller, che la pone intorno al 1.500 a. C. per accordarla alla cronologia biblica. E’ sempre Muller che chiama gli invasori bianchi “ariani” e indica i residenti dalla pelle scura col nome di “Dravidiani”. In questo modo pensa di spiegare scientificamente il significato della “guerra tra le potenze della luce e quelle delle tenebre, indicata dagli antichi scritti vedici come un combattimento tra popoli dalla pelle chiara contro popoli dalla pelle scura.

Da un secolo e mezzo questa è la ‘verita’ assodata che viene insegnata in tutte le scuole occidentali e in molte scuole indiane.

Prima di addentrarci su una datazione precisa dei Veda vediamo di indicarne l’ordine della loro  composizione.
Eccolo:
Il Rig Veda è il più antico, seguito dal Sama Veda, seguito a sua volta dal Vajur Veda e dal Atharva Veda.
I Vedangas e gli Upa-Vedas sono stati composti dopo i Veda, così come l’epopea di Mahabbarata e di Ramayana, le Upanishads e i Puranas.
Secondo la cronologia indiana il Mahabbarata è del 3.100 a. C., il Ramayana del 4.300 a.C. e Manu del 6.776 a. C..
Per nostra fortuna i testi vedici contengono molte informazioni su avvenimenti astronomici, informazioni che debbono per forza esser state viste da chi le ha scritte.
Il rig Veda, ad esempio, descrive un eclisse ‘centrale’ solare avvenuta un unica volta in tutta la nostra storia e che è datata dagli astronomi il 26 luglio 3928 a. C.
Oltre ai dati astrologici che fanno risalire il Rig Veda ad almeno 3.900 anni prima di Cristo, vi sono poi tutta una serie di scoperte archeologiche avvenute nell’ultimo secolo.
Tali scoperte (oltre 1.000 siti archeologici) indicano senza ombra di dubbio l’esistenza di una civiltà Sindo-Sarasvati che ha conosciuto il suo massimo splendore nel 3 millennio a. C..
I reperti trovati mostrano una pianificazione urbana con vie ad angolo retto ed orientate secondo i punti cardinali, templi e case a più piani costruite in mattoni, magazzini, negozi, bagni privati e pubblici, oggetti di artigianato, ceramiche, maioliche, metalli e gioielli. Nonchè l’uso di unità standadizzate di misure e di peso.

Nella capitale, Harappa, indicata nei Veda, sono stati trovati scritti, in una lingua che viene indicata come la capostipite del Sanscrito, datati 4.500 anni prima di Cristo. Si è anche individuata con i sonar quella che potrebbe essere la città più antica del mondo (7.500 a. C.), che attualmente è coperta dal mare, e che è chiamata Cambay.

Nel Rig Veda si fa l’elogio di Sarasvati, un immenso fiume la cui larghezza in alcuni posti viene raggiunge secondo i sacri testi i 7 chilometri circa.
Dal momento che di questo fiume leggendario non v’era alcuna traccia, il Sarasvati fu considerato dalla scienza ufficiale per due secoli come una bella leggenda e di conseguenza i testi vedici furono visti come una raccolta di poesie, leggende e recite mistiche.
Recenti fotografie da satellite hanno però finalmente rivelato l’esistenza di un fiume secco, il Sarasvati, sulle cui rive si trovano un gran numero dei siti archeologici che hanno riportato alla luce le antiche città descritte dai Veda.
Da ciò si deduce che il fiume di cui parla il Rig Veda è sicuramente esistito, che la civilizzazione descritta dai Veda è esistita ed era, come descritto, sulle rive del fiume.
Il fiume stesso, nel corso di alcuni secoli si seccò. Scomparve completamente intorno al 1.900 a. C.. Ciò ha come conseguenza che il Rig Veda dovette per forza essere stato scritto in epoca precedente.

Sempre secondo la “teoria” ariana, gli Indiano hanno conosciuto i cavalli in seguito all’invasione del popolo dalla pelle bianca che li ha introdotti nel paese (secondo millennio a.C.).
Recentemente però sono stati ritrovati in India ossa di cavalli risalenti al 5.000 a. C..

In moltissimi siti archeologici sono inoltre stati rinvenuti altari costruiti secondo i precisi dettami vedici e statuette raffiguranti divinità vediche, svastiche e figure nella posizione tiipica dello Yoga. Tutti reperti databili in tempi precedenti il 3.000 a. C.

Altro punto che indica l’antichità dei Veda è l’astrologia, i cui principi base si ritrovano nell’Jyotisha Vedanta che sviluppa concetti contenuti nel Rig Veda..
A proposito di astrologia è interessante notare quanto scoperto dall’astronomo francese Jean-Sylvain-Bailly nel 18 secolo:
…i movimenti delle stelle calcolati dagli Indù da circa 4500 anni non variano di un solo minuto dalle tavole (moderne) di Cassini e di Meyer. Le tavole indiane danno la stessa variazione annua della Luna di quella scoperta da Tycho Brahe- una variazione sconosciuta alla scuola d’Alessandria ma anche dagli Arabi. …“.
I segni dello zodiaco, uguali a quelli che conosciamo oggi, appaiono già nel Rig Veda il che indica che lo zodiaco è vecchio almeno come i Veda ed era usato in India ben prima che in Babilonia (dove gli eruditi dicono sia nato).

Da tutto ciò, sia a livello di datazione astronomica dei testi, sia a livello dei loro contenuti, sia dai ritrovamenti archeologici di Harappa e dei suoi scritti si può con certezza affermare che l’astrologia vedica è vecchia di almeno 5.000 anni, mentre emerge chiaramente come la “teoria” dell’invasione ariana non regge e la “supposta” datazione dei Veda stabilita da Muller non è valida.

P.S.: Il Mahabbarata descrive una guerra e dà alune indicazioni astronomiche. Da queste non solo si può dedurre come all’epoca in cui fu scritto erano consciuti i pianeti Mercurio, Venere, Marte, Giove, Urano e Pluto, ma dalla posizione indicata per quest’ultimo si può risalire alla data della guerra stessa: il 5.561 a. C.! (http://www.hindunet.org/srh_home/1996_7/msg00126.html)

Alcuni links per approfondire:
The Indus Civilization
Harappa
Fishes
The indus script
Saturn and the tortoise
‘Earliest writing’ found (BBC News)
Dwarka (Mahabbarata)
The Lost City of Dvaraka
Indian civilisation ‘9,000 years old’ (BBC News)
Lost city ‘could rewrite history’ (BBC News)
Indus astronomy symbols
Proof of Vedic Culture’s Global Existence
The Myth of the Aryan Invasion of India

Natale  2008

Un immagine per il prossimo Natale che mi permette di parlare di LuxRender.

L’immagine infatti è stata fatta con Blender e poi esportata su LuxRender e da quest’ultimo rendirizzata.
Per chi ama il disegno 3D entrambi i programmi sono assolutamente da consigliare. Blender è ormai conosciuto ai più, mentre LuxRender sta nascendo ora (l’immagine è fatta con la versione in sviluppo), ma già adesso si dimostra come uno dei migliori motori di renderig.

Chi volesse provarlo lo trova a questo indirizzo:

LuxRender Home page

A tutti auguri di Buon Natale e felice Anno Nuovo.

Per la gioia degli imbecilli che lo seguono, pubblico l’articolo del Giornale ‘Di Pietro gioca a Monopoli: ha case in tutt’Italia‘ di Gian Marco Chiocci:

“Roma – Ma quante case ha l’onorevole Antonio Di Pietro? E con quali soldi le ha comprate? Prima di scoprirlo ci corre l’obbligo di ricordare come del suo conflitto di interessi in campo immobiliare si è già occupato, in parte, il gip di Roma che lo ha prosciolto nell’inchiesta sulla gestione allegra dei rimborsi elettorali. Restando in tema la procura capitolina ha però stigmatizzato l’operato di Tonino allorché vennero affrontate le accuse di un suo ex socio a proposito della società immobiliare Antocri (acronimo di Anna, Toto, Cristiano, i figli di Di Pietro) e delle presunte commistioni con i patrimoni dell’Italia dei Valori. Secondo l’ipotesi iniziale, Di Pietro avrebbe utilizzato i soldi del partito per acquistare appartamenti arrivandone ad affittare alcuni all’Idv, di cui era presidente. Un modo di fare penalmente irrilevante, secondo l’accusa.
Casa con lo sconto
Quel conflitto d’interessi torna ora d’attualità per gli approfondimenti operati dal mensile «la Voce delle voci» in contemporanea al reportage del Giornale. Si scopre così che il 16 marzo 2006, in quel di Bergamo, il padre-padrone dell’Idv si aggiudica alle buste, in condizioni burrascose e rocambolesche, un signor appartamento (vedi articolo sotto) a un prezzo scontatissimo dovuto alle cartolarizzazioni del patrimonio immobiliare dell’Inail. Roba da Svendopoli per vip. Lui non appare mai, fa tutto l’amministratore della sua società immobiliare Antocri (che però non agisce in questa veste), nonché compagno di Silvana Mura, deputata Idv, tesoriera del partito e socia dell’Associazione IdV. Visti i precedenti, le confusioni di ruoli, le ambiguità fra «movimento» e «associazione», le locazioni degli immobili di proprietà di Di Pietro al partito dello stesso Di Pietro (gli appartamenti di cui parleremo dopo in via Casati a Milano e in via Principe Eugenio a Roma) non è stata una sorpresa scoprire che anche su quest’ultimo immobile qualcosa non quadra: l’ha comprato Di Pietro, attraverso il convivente della Mura, la quale ha intestate le utenze di casa che corrispondono perfettamente a quelle un tempo in uso all’ex sede della tesoreria nazionale di via Taramelli 28.
Posto che l’ex pm di Mani Pulite nega di aver mai usato un euro del partito per reinvestirlo nell’acquisto di un appartamento a suo nome, posto che la società An.to.cri è nata con un capitale sociale assai modesto (appena 50mila euro), posto ancora che nel 2005 Di Pietro ha dichiarato un imponibile di 175mila euro e nel 2006 di 189mila, l’interrogativo sulla provenienza dei capitali per l’acquisto degli appartamenti, è dovuto per una personalità pubblica del suo calibro. Specie se ci si sofferma a sbirciare nel patrimonio immobiliare di quest’uomo che anche quando indossava la toga, non sembrava contenersi nello shopping edilizio: una villa con giardino a Curno, e di lì a poco, nel 1994, una nuova villetta, attaccata alla precedente, di otto vani. L’anno appresso Di Pietro compra un’abitazione da 300 metri quadri a Busto Arsizio, che gira prontamente al partito dopo aver acceso un mutuo agevolato per l’80 per cento del totale. Tempo qualche annetto e, una volta eletto al Parlamento europeo, fa il bis con un bilocale nel centro di Bruxelles: quanto l’abbia pagato non è noto. Arriviamo così al 2002 allorché l’ex ministro delle Infrastrutture si accasa in un elegante quarto piano in via Merulana, a Roma: altri otto vani, per un totale di 180 metri quadrati, pagato intorno ai 650mila euro grazie anche a un mutuo di 400mila euro acceso con la Bnl. L’anno dopo, nella natia Montenero di Bisaccia, Di Pietro cede al figlio Cristiano un attico di 173 metri quadrati: «Sei vani e mezzo poi ampliati a otto e a 186 metri quadrati (più 16 di garage) – analizza la Voce – grazie al condono edilizio del 2003. La spesa sostenuta è all’incirca di 300mila euro».
Gli alloggi per i figli
Non passano due mesi e alla fine di marzo, l’ex pm compra a Bergamo un bel quarto piano, per i figli Anna e Toto: 190 metri quadri in un signorile palazzetto liberty in via dei Partigiani. Lo stesso giorno, con lo stesso notaio, la moglie di Tonino fa suo un appartamento di 48 metri quadrati, sempre al quarto piano, oltre a due cantine e a un garage: si parla di una cifra oscillante intorno agli 800mila euro, ma non c’è conferma nemmeno su chi abbia provveduto all’esborso e in quale misura. Il 2004 è alle porte, e il nuovo appartamento di 190 metri quadri acquistato per 620mila euro in via Felice Casati a Milano – come da rogito stipulato in aprile – Di Pietro lo intesta alla Srl Antocri. Poi per un milione e 50mila euro la medesima società immobiliare fa suoi dieci vani (190 metri quadri) in via Principe Eugenio a Roma, dove – stando al bilancio 2005 dell’Idv – trasloca la sede nazionale di rappresentanza politica del partito, fino al giorno prima ubicata in via dei Prefetti 17». Per i due locali Tonino si rivolge alla Bnl e si carica due mutui sulle spalle: 276mila euro da saldare entro il 2015 per la casa milanese, 385mila per quella romana (scadenza 2019). Le pesanti rate Di Pietro inizialmente le ricaverà (salvo poi ripensarci quando scoppia lo scandalo) dal pagamento dei canoni d’affitto versati all’Antocri da un inquilino eccellente: la sua Italia dei Valori.
Mattone a Bergamo
Non è finita. Alla vigilia di Natale del 2005, Susanna Mazzoleni, moglie di Di Pietro e madre dei tre figli, compra un piccolo appartamento in via del Pradello a Bergamo. Poche ore dopo acquista anche un ufficio di quattro vani nella stessa palazzina. Spesa approssimativa? Tra i 400 e 500mila euro. L’anno successivo, come detto, Tonino compra all’asta con offerte segrete la casa di via Locatelli, sempre nella città orobica. Mentre l’anno dopo ancora, per una spesa-lavori consistente (decine, se non centinaia, di migliaia di euro) inizia a ristrutturare la masseria di famiglia in quella Montenero di Bisaccia dove l’ex ministro delle Infrastrutture, a dar retta al «catasto dei terreni» possiede 33 «frazionamenti» pari a 16 ettari di proprietà, in parte ereditati, in altra parte acquistati da parenti e familiari. Secondo la Voce (ma ancora non c’è traccia nelle visure camerali) Di Pietro avrebbe acquistato anche un altro appartamento per la figlia, 60 metri in piazza Dergano a Milano.
La società bulgara
Di Pietro in aula ha spiegato d’essersi dato al mattone dopo aver venduto l’ufficio di Busto Arsizio (a 400mila euro, 100mila li ha dovuti restituire alla banca per il mutuo) e con il ricavato ha acquistato gli appartamenti affittati all’IdV: quello di via Felice Casati a Milano – acquistato dalla Iniziative Immobiliari di Gavirano, Gruppo Pirelli Re – e l’altro, in via Principe Eugenio a Roma (alienato nel 2007). Ha detto che se tornasse indietro non rifarebbe quello che ha fatto, anche se la sua passione per gli affari immobiliari ha travalicato i confini nazionali: Tonino possiede infatti il 50% della Suko, una srl bulgara con sede a Varna. A fronte di quattro milioni di euro spesi per comperare immobili fra il 2002 e il 2008, l’ex pm ha incassato dalle vendite all’incirca un milione di euro, scremati dalle rimanenze calcolate per i mutui. Niente di penalmente rilevante, come dicono gli ex colleghi di Tonino.

Ma i conti non tornano.”

Trascrivo un articolo di Bruno Vespa sul ministro Brunetta. Eccolo:

“In quarant’anni di mestiere ne ho viste tante, ma non mi era mai capitato di assistere alla standing ovation per un ministro. Un ministro, capite? Chi è un ministro per le persone comuni? Uno della casta, uno che talvolta predica bene e più spesso razzola male. Se è un vostro avversario, è un filocomunista o un servo di Silvio Berlusconi; se è un vostro amico, è comunque uno che non la racconta sempre giusta. Insomma, un ministro.

Per giunta un ministro per la Riforma della pubblica amministrazione, o della Funzione pubblica, o come diavolo si chiama quel disgraziato che a turno, da qualche decennio, dovrebbe riformare la burocrazia. Un ministro, cioè, delegato a un mestiere impossibile. Nominato, negli annali della Repubblica, perché non si poteva lasciare fuori dal governo qualcuno di un certo partito o di una certa corrente.

Bene, qualche giorno fa ero stato invitato da Enrico Cisnetto a intervistare in pubblico a Cortina Incontri l’attuale titolare dell’incarico, Renato Brunetta. M’aspettavo poca gente, a fine luglio la stagione cortinese ancora non parte. E invece il tendone era gremito: 500 persone sedute e 300 in piedi. Roba da non credersi. Brunetta salì sul palco e da quella folla partì un uragano di applausi. Interminabile. Imbarazzante. Al punto che Brunetta dovette alzarsi per lasciarsi avvolgere meglio da quello strepitoso consenso. Preventivo, perché il ministro ancora non aveva aperto bocca.

Ma quando la aprì, gli andò perfino meglio. E quando disse: «Fidatevi di ’sto piccoletto» sembrava che il tendone stesse per crollare.

Intendiamoci: Cortina non è l’Italia. Ma quelle 800 persone non erano tutti esponenti della laboriosa piccola e media impresa del Nord che non ne può più dell’inefficienza della burocrazia e dei fannulloni. C’erano anche parecchie persone medie, parecchi statali d’ogni grado, diversi insegnanti. Nessuno contestò quel che diceva il ministro. Quasi tutti lo applaudirono fragorosamente.

L’indomani, rientrato a Roma, assistetti dalla cima del Campidoglio alla fiaccolata di qualche migliaio di persone che marciavano sui Fori Imperiali fischiando contro Brunetta. Erano i Fannulloni operosi ai quali il ministro sta sullo stomaco. E l’Italia da che parte sta? Credo che in questo momento stia largamente dalla parte di Brunetta.

Il ministro ha dalla sua un dato di partenza inoppugnabile: gli impiegati pubblici si assentano dal lavoro il doppio di quelli privati, 16 giorni all’anno contro otto. Con punte, in certi comuni e in certi ministeri, di 40, 50 giorni.

Ci sono troppi medici pronti a fare certificati falsi, troppi dirigenti che per non avere grane chiudono un occhio, troppi politici e troppi sindacalisti che difendono l’indifendibile. Brunetta ci fa sapere che nel mese di giugno le assenze dal lavoro sono diminuite del 18 per cento. Nei mesi prossimi andrà meglio. In un anno lui vuole portarle più o meno al livello di quelle del comparto privato.

Ma il Piccoletto è un uomo intelligente, molto intelligente. E sa bene che questa parte del problema è la meno difficile da risolvere. Sa pure che se punisce soltanto senza premiare, il corteo dei fischi si allungherà e quello degli applausi finirà con l’asciugarsi.

Il problema è che premiare nel settore pubblico è difficilissimo. Ci sono decenni di clientele politiche e di rendite di posizione sindacali che vi si oppongono. A Porta a porta non sono mai riuscito a strappare dalla bocca di un sindacalista l’impegno ad accettare che fra due compagni di stanza si possa premiare solo quello che lavora meglio.

Se Brunetta ce la farà, aprirò la sottoscrizione pubblica per un monumento. Equestre, s’intende.”
(Bruno Vespa)

Rinvio discrezionale dei processi,

fino a 18 mesi, per i reati che non generano allarme sociale compiuti fino al 2 maggio 2006. Il rinvio congela anche i termini di prescrizione. L’imputato potrà rifiutarlo e non si applica se è già chiuso il dibattimento. Viene inoltre data priorità ai processi che prevedono il rito per direttissima, quelli con imputati detenuti e quelli per reati più gravi, come mafia, terrorismo, ma anche incidenti sul lavoro e circolazione stradale, immigrazione clandestina e reati puniti con pene superiori ai quattro anni e quelli nei quali ci sono casi di recidiva reiterata. Saranno i capi degli uffici giudiziari, alla luce di questo elenco di reati considerati prioritari, a stilare un elenco proprio del quale dovranno essere informati il Consiglio Superiore della Magistratura e il ministro della Giustizia.

Il PD di Veltroni ha votato NO.

Aggravante di clandestinità.

Per lo straniero presente irregolarmente in Italia e che delinque le pene verranno aumentate di un terzo. L’aggravante viene applicata sia agli extracomunitari che ai cittadini stati membri dell’Unione europea irregolarmente presenti in Italia.

Il PD di Veltroni ha votato NO.

Utilizzo militari nelle grandi città.

Saranno 3000 i soldati dispiegati nelle grandi città per “specifiche ed eccezionali esigenze di prevenzione della criminalità”. Avranno compiti di pubblica sicurezza per un periodo di sei mesi (al massimo rinnovabile per un anno). I soldati saranno a disposizione dei prefetti e saranno impiegati in 10 città e affiancheranno forze di polizia nel controllo del territorio, in aree metropolitane o comunque densamente popolate, per servizi di vigilanza a siti e obiettivi sensibili, perlustrazione e pattugliamento. Saranno utilizzati principalmente carabinieri già impiegati in compiti militari all’estero o comunque volontari specificamente addestrati.

Il PD di Veltroni ha votato NO.

Più poteri a sindaci e prefetti.

Sono ampliati i poteri dei sindaci dei prefetti in tema di ordine pubblico e sicurezza urbana, prevedendo inoltre una collaborazione tra polizia locale e statale. Il sindaco potrà adottare provvedimenti ‘contingenti e urgentì per fronteggiare ed eliminare gravi pericoli che minacciano l’incolumità pubblica e la sicurezza urbana. Il prefetto può intervenire con proprio provvedimenti in caso di inerzia del sindaco e di predisporre gli strumenti necessari all’attuazione delle iniziative adottate dal sindaco per la sicurezza pubblica. Il sindaco segnala alle autorità competenti gli stranieri irregolari da espellere.

Il PD di Veltroni ha votato NO.

Espulsioni più facili.

Tutti gli stranieri che siano stati condannati a una pena superiore a due anni (fino ad oggi era di 10 anni) saranno espulsi. Prevista anche l’espulsione immediata per gli stranieri comunitari o clandestini che delinquono o (comunitari, dopo due mesi di permanenza nel nostro Paese) che non sono in grado di dimostrare una fonte lecita di guadagno. Per questi è previsto il rito per direttissima ed è abolito il patteggiamento in fase di appello.

Il PD di Veltroni ha votato NO.

Carcere da 6 mesi a 3 anni e confisca degli immobili ceduti

a titolo oneroso a clandestini e irregolari, nel caso in cui il proprietario ne derivi un ‘illecito profittò (restano fuori le badanti e colf alloggiate nelle case dei datori di lavoro). Con la condanna scatta anche la confisca del bene.

Il PD di Veltroni ha votato NO.

Ergastolo a chi uccide un agente e stretta sulla custodia cautelare.

Per chi uccide un agente delle forze dell’ordine in servizio (poliziotti, carabinieri, finanzieri e altri agenti di pubblica sicurezza) la massima pena prevista sarà quella dell’ergastolo. Inoltre, aumenta il numero dei reati per i quali non è concessa la sospensione della pena detentiva. Rimarrà in carcere chi commette atti osceni, violenza sessuale, violenza sessuale di gruppo, furto e tutti i delitti aggravati dalla clandestinità, ma anche chi spaccia sostanze stupefacenti e psicotiche. Per chi è incensurato non scatteranno più in maniera automatica le attenuanti generiche.

Il PD di Veltroni ha votato NO.

Confisca beni patrimoniali di origine mafiosa e no a gratuito patrocinio.

Vengono inserite norme per la confisca dei beni di origine mafiosa o di provenienza illecita o la cui consistenza risulti sproporzionata al proprio reddito dichiarato o alla propria attività economica. Sempre in tema di lotta alla mafia vengono ampliati i poteri di coordinamento del procuratore nazionale antimafia anche in materia di prevenzione. Infine, i mafiosi già condannati non potranno più avvalersi del gratuito patrocinio.

Il PD di Veltroni ha votato NO.

Lotta alla contraffazione.

Vengono introdotte norme specifiche in materia di distruzione delle merci contraffate.

Il PD di Veltroni ha votato NO.

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Trascrivo per intiero un articolo del ‘Il Mascellaro‘.

Tratto da Il Giornale del 30 giugno 2008

«È riaffiorata la tentazione di costruire un dossier aggiornato sul passato di Di Pietro», spiegava ieri Repubblica, certa che «qualcuno sarebbe già al lavoro collezionando vecchie inchieste da cui peraltro Di Pietro è sempre uscito scagionato». Grazie per il suggerimento, anzitutto: ma abbiamo già dato.

Se Antonio Di Pietro nel 1993 deteneva la fiducia del 94% degli italiani, e ora decisamente di meno, è perché nel mezzo evidentemente qualcosa è successo, qualcosa è stato raccontato, qualcosa è bastato: perlomeno al centrodestra.

Se è vero infatti che Walter Veltroni riscopre ogni giorno nuove convergenze col Di Pietro più veemente (persino quello che chiama «magnaccia» il presidente del Consiglio) d’altra parte invece c’è una sola cosa che l’ex magistrato e Silvio Berlusconi hanno in comune: entrambi sono stati indagati, più volte, ed entrambi alla fine ne sono usciti illesi. Giudichi il lettore, o l’elettore, chi la magistratura abbia voluto proteggere.

Sta di fatto che le sentenze che hanno riguardato Di Pietro, diversamente da quelle berlusconiane, rimangono pressoché sconosciute: non sono state infinitamente sezionate e sottotitolate e stampate e ristampate dai soliti fotocopisti di cancelleria, ma sono sentenze lo stesso, anche se Repubblica decide di chiamarle «fango» come ha fatto ieri.

Per fare un esempio: oggi ci sono giornalisti che ancora si chiedono, o chiedono a Di Pietro, perché a suo tempo lasciò la magistratura.
Eppure è tutto nero su bianco: e lo è sia nelle sentenze di non luogo a procedere vergate dai gup Roberto Spanò e Anna Di Martino a beneficio di Di Pietro (peraltro in contraddizione tra loro su alcuni episodi) sia nel successivo giudizio di tribunale vergato del presidente Francesco Maddalo il 29 gennaio 1997: una sentenza che superò le precedenti perché fece seguito a un pubblico dibattimento con esibizione di prove e audizione di parti.

Qualcuno lo ricorderà: è il processo in cui Di Pietro dapprima balbettò e poi rifiutò di rispondere alle domande del pubblico ministero. L’ex magistrato oltretutto non presentò appello, sicché la sentenza «fa stato quanto ai fatti accertati», come si dice in gergo.

Per farla breve: il Gup Anna di Martino, che pure fu molto attenta alle ragioni del magistrato, spiegò che se Di Pietro fosse rimasto in magistratura sarebbe andato incontro a pesanti sanzioni disciplinari.
Il giudice Francesco Maddalo, nondimeno, parlò di «fatti specifici che oggettivamente potevano presentare connotati di indubbia rilevanza disciplinare».

Sono le vecchie storie di Gorrini, D’Adamo, i prestiti da 100 milioni frettolosamente restituiti in scatole da scarpe o avvolti in carta di giornale, faccende di Mercedes rivendute a prezzo maggiorato, roba celata nel torbido dimenticatoio di chi ha fondato il suo movimento sulla trasparenza e sulla legalità, anzi sui «valori».

Eppure il Di Pietro che da magistrato si offrì di interrogare Berlusconi dicendo «Io quello lo sfascio» (come raccontato dal suo ex Procuratore Capo) è immortalato in una sentenza che nessun libro, di nessun servo di Procura, ha mai riportato:
«Decisiva appare l’intenzione di Di Pietro di intraprendere l’attività politica ovvero di ottenere incarichi pubblici di maggior rilievo» (pagina 167 della succitata sentenza Maddalo).
«Altri eventi evidenziano chiaramente questo sempre più marcato orientamento di Di Pietro ad assumere iniziative e posizioni più confacenti ad un esponente politico che a un magistrato. Particolarmente arduo è separare una condotta antecedente alle preannunciate dimissioni da una condotta a queste successiva» (pagina 170). «Il desiderio di lasciare l’incarico giudiziario nel momento di massima popolarità non poteva non essere funzionale e strumentale ad un successivo sfruttamento di questa popolarità, proprio in vista di quella progettata attività politica» (pagina 177).

Domanda: ma Di Pietro, quando decise di indagare Berlusconi, aveva già deciso di dimettersi per buttarsi in politica?
Risponde ancora Maddalo a pagina 179: «Le dimissioni, allora, dovevano già essere ampiamente maturate e in fase di imminente attuazione».
E perché Di Pietro non disse niente ai colleghi del Pool? Pagina 180: «I contatti e colloqui politici avrebbero potuto inquinare quella sua indiscussa leadership all’interno e all’esterno del Pool».

Questa peraltro è la parte nobile.

Perché poi, benché ritenuti privi di valenza penale, a dimostrare la moralità di Di Pietro ci sono pure i seguenti piccoli favori, appurati anch’essi da svariate sentenze:

  1. 100 milioni senza interessi dall’imprenditore inquisito Gorrini, poi restituiti con assegni circolari poi incassati e avvolti in carta di giornale poco prima di dimettersi, nel 1994;
  2. 100 milioni senza interessi dall’imprenditore inquisito D’Adamo, denaro restituito nel 1995 in una scatola da scarpe messa agli atti;
  3. periodiche buste di contanti sempre da D’Adamo;
  4. centinaia di milioni, ottenuti dagli imprenditori Gorrini, D’Adamo e Franco Maggiorelli, per i debiti contratti dall’amico Eleuterio Rea al gioco d’azzardo;
  5. una Mercedes CE da 65 milioni ottenuta da Gorrini e rivenduta all’amico avvocato Giuseppe Lucibello per una cifra poi utilizzata da Di Pietro per comprarsi una Fiat Tipo bianca; i soldi sono stati restituiti con assegni circolari emessi nel maggio 1994 ma incassati nel novembre successivo, prima delle dimissioni;
  6. una Lancia Dedra per la moglie di Di Pietro da parte di D’Adamo;
  7. l’utilizzo di una garçonnière dietro piazza Duomo, di proprietà di D’Adamo, fino all’inizio del 1994;
  8. l’utilizzo di una suite da 5-6 milioni al mese pagata da D’Adamo, a partire dal 1989, per almeno un anno e mezzo, al Residence Mayfair di Roma, dietro via Veneto;
  9. l’acquisto di un appartamento a Curno con soldi forniti da Gorrini;
  10. la disponibilità di un appartamento a canone gratuito, fornito da D’Adamo, per il collaboratore Rocco Stragapede;
  11. i pacchetti di pratiche legali dalla Maa di Gorrini per la moglie;
  12. le consulenze legali da D’Adamo per la moglie;
  13. l’impiego per il figlio, due volte, alla Maa di Gorrini;
  14. i benefit vari da D’Adamo: vestiario di lusso nelle boutique Tincati, Fimar e Hitman di Milano, un telefono cellulare per sé, un telefono cellulare per l’amico Rocco Stragapede, almeno quindici biglietti aerei Milano-Roma, un mobile-libreria per la casa di Curno;
  15. i benefit vari ottenuti da Gorrini: ombrelli, agende, penne, cartolame vario, viaggi in jet privato per partite di caccia in Spagna, Polonia e nella riserva astigiana di Giovanni Conti, alcuni stock di calzettoni al ginocchio.

Eccolo qua Antonio Di Pietro, l’uomo che giusto ieri si richiamava «allo spegnersi della coscienza civica, della morale, dell’etica», l’uomo che di Berlusconi cita «gli innumerevoli processi» senza mai menzionare i propri, l’uomo che di fronte al consenso di cui Berlusconi gode nel Paese, in una lettera scritta al suo mentore Beppe Grillo proprio ieri, ha parlato di «una situazione simile a quella dei ragazzi nei Paesi del Sud che ammirano il camorrista o il mafioso locale».

Eccolo lo spauracchio che secondo Veltroni doveva tenere sottotraccia quei grillisti e forcaiolisti che coi loro strepiti, ora e invece, soffocano le velleità di ogni sinistra che voglia essere civile e sintonizzata con il Paese reale.

I giornalisti tutto sommato lo amano: le sue sgangheratezze fanno colore e titolo in giornate calde e vuote come queste.
Lui straparla sempre di monopolio, ma è tra i più presenti in televisione e in assoluto l’ospite più invitato a Matrix, per esempio.
Nessuno ricorda più le sue 500 querele, o quando nel 1996 disse che avrebbe preso «a schiaffi e pedate chi mi ha indotto a dimettermi dal ministero dei Lavori pubblici», o le sue folli proposte circa il «decreto cautelare di rettifica» o altre norme punitive contro i giornalisti.

Nessuno ricorda mai quando Di Pietro, nel dicembre 1994, a Curno, prese a testate un giornalista dell’Ansa dopo averlo riempito di calci e di pugni. Nessuno gli chiede più conto, per quanto la vicenda sia recente, dell’acquisto di due appartamenti pagati con un mutuo che risultava inferiore all’affitto frattanto versato dalla sua Italia dei Valori: in pratica Di Pietro comprava case grazie al finanziamento pubblico.

Nessuno, del resto, bada al fatto che il partito dell’Italia dei Valori appartiene a Di Pietro per statuto notarile, e così pure tutti i finanziamenti pubblici.
Nessuno dedica servizi a un personaggio che straparla di democrazia e però neppure ora (con l’8 per cento dei suffragi) si dimostra capace di inventarsi una struttura, un numero 2, un gregario, un volto spendibile e alternativo al suo.
Gli unici nomi noti sono quelli di chi l’ha regolarmente mollato: da Pietro Mennea all’ex fidatissimo Elio Veltri (che lo sosteneva dal 1988 e ora gli spara contro a ogni occasione) sino a Valerio Carrara, l’unico parlamentare dipietrista eletto nel 2001 e che pensò bene di passare al Gruppo Misto prima ancora che si insediassero le Camere; e poi ancora Rino Piscitello, Federico Orlando, Milly Moratti, Sergio De Gregorio, persino Paolo Flores D’Arcais:

«Gente che ha capito il personaggio e ha preso le distanze» ebbe a commentare Veltri.
In compenso, chiuso all’angolo, resiste Veltroni.

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Trent’anni fa, con un mix forcaiolo e gossiparo molto simile all’attuale, L’Espresso riuscì ad abbattere Giovanni Leone.

Il presidente della Repubblica fu descritto come un tangentista anche se era innocente, fu ritratto in copertina come un clown, fu messo in croce per le sue amicizie, fu sbeffeggiato perché aveva una bella moglie e dei figli dipinti come monelli.

Grazie alla codardia del suo partito, la Dc, e alla protervia dell’opposizione, il Pci, il capo dello Stato fu accompagnato alla porta, salvo poi essere riabilitato vent’anni dopo. La giornalista dell’Espresso che si era resa responsabile di quella caccia all’uomo fu condannata, ma nessuno lo ricorda più.

L�Espresso esultò e si vantò: “Avevamo copertine fino a Natale”. Già, perchè ogni settimana quel giornale usciva con in copertina una caricatura estremamente offensiva contro il capo dello Stato italiano e ne menava vanto; per non restarne a corto, ne avevano una scorta.
Che bravi!

Venne pubblicato un libro della Cederna, giornalista odiata e disprezzata da Montanelli che la definiva una zitella vogliosa.

“Giovanni Leone- La carriera di un presidente” uscì nel ‘78 per i tipi della Feltrinelli. L’autrice iniziava : “Questo libro è nato da un amore profondo per la democrazia” e parlava di “severo accertamento diagnostico” per cui si sentiva autorizzata a “condurre un’indagine sull’attuale capo dello stato, sulla sua carriera professionale e politica, le sue amicizie, il suo curriculo parlamentare, fino ai momenti più alti dell’ascesa ai vertici”.

Altra curiosa coincidenza:
Leone fu l’unico presidente favorevole alla separazione delle carriere tra pm e giudici: in un messaggio alle Camere ammonì il Parlamento sul lassismo giudiziario, invocando meno scarcerazioni facili, soprattutto meno ferie e concorsi e formazione più scrupolosi per i magistrati. Rinviò alle Camere la legge sull’elezione dei membri del Csm, la stessa che in seguito alla reiterazione del Parlamento aprì le porte dell’organo di autogoverno delle toghe alle correnti e alla politicizzazione.

Anche allora gli stessi mezzi, gli stessi partiti e gli stessi ‘utili idioti’ di oggi. Anche la stampa è rimasta la stessa.

Gli unici che forse sono cambiati sono gli imbecilli che seguono come pecore le parole d’ordine della sinistra.

Forse sono i figli di quelli cha applaudirono l’espresso allora.

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